Editoriale
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Raccolta degli editoriali apparsi all'inizio di ciascun fascicolo di Natural 1. Per ripercorrere le varie tappe del cammino di Natural 1 negli ultimi anni.

Editoriale Natural 1 - dicembre 2014

In prossimità di ogni fine anno siamo tutti orientati a tirare le somme dei nostri sforzi e a guardare con occhi critici al lavoro svolto, ai traguardi raggiunti, alle occasioni perse e alle soddisfazioni ottenute: deve essere un bilancio sì critico, ma anche sereno, una mera considerazione che tutto sommato il 31 dicembre è comunque un giorno come tanti.
I numeri sono importanti, è vero, determinano il buon andamento delle nostre attività e condizionano il prossimo futuro.
Accanto a essi però ricordiamoci di porre sempre le nostre idee perché tutto ruota insieme: risorse, progettualità, impegno e professionalità.
Per qualcuno è forse tempo di porre rimedio a scelte poco sagge, per altri i risultati esortano a un sano ottimismo ma forse l’inizio di un nuovo anno ci deve spronare a proseguire per la nostra strada con determinazione, consapevoli dei nostri limiti e coscienti delle nostre decisioni.
Per la redazione di un giornale o di una rivista, per esempio, è importante decidere una linea editoriale e, una volta assunta, attenersi a essa. Per linea editoriale, generalizzando, si intende la visione politica, economica e divulgativa che un mezzo di comunicazione, che sia cartaceo oppure on-line, vuole adottare riguardo ai contenuti che intende trattare: nel nostro caso, si tratta di una visione divulgativa/scientifica nel mondo del naturale.
Sfogliando i primi fascicoli di Natural 1, leggendo gli editoriali, esaminando i contenuti e osservando le immagini, prendiamo atto, con una punta di orgoglio, del fatto che la nostra rivista, pur sviluppando nel tempo nozioni acquisite con l’evoluzione dei temi, ha sempre percorso con grande coerenza la stessa strada, la stessa linea editoriale.

Editoriale Natural 1 - novembre 2014

Il fascicolo che state sfogliando contiene un’importante novità: la scritta che campeggia sulla centaurea in copertina annuncia infatti un dossier, un approfondimento sull’offerta formativa post laurea organizzata dai diversi atenei italiani.
Oggi la specializzazione è divenuta fondamentale: un percorso di laurea, sia triennale o specialistico, rappresenta solo una tappa del percorso di studio. Certo, una tappa importante, un passaggio necessario, ma forse non più sufficiente per ottenere la preparazione richiesta dal mondo del lavoro.
Soprattutto un settore “delicato”, quale quello dei prodotti salutistici e curativi, richiede grande competenza e conoscenza della complessa e vasta materia. Le competenze nascono dalla specializzazione, dall’approfondimento, dal confronto con gli altri membri della comunità scientifica, dall’esperienza sul campo (come gli stage presso enti o aziende, a volte anche all’estero) e dall’aggiornamento.
Il dossier che Natural 1 presenta su questo fascicolo, e che sarà riproposto in futuro con regolare cadenza – un po’ come accade per lo Speciale Corsi, tradizionalmente pubblicato sul fascicolo di luglio-agosto – nasce con l’intento di fornire una panoramica aggiornata e completa (al momento della stampa) sulle iniziative universitarie post laurea. Per una maggiore semplicità di consultazione, le attività di specializzazione sono state suddivise in quattro categorie: Master di I Livello, Master di II Livello, Dottorati, Corsi di Perfezionamento.

Editoriale Natural 1 - ottobre 2014

Le statistiche parlano chiaro e sono impietose: nel 2012 quasi 70.000 italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero, il 25% in più dell’anno precedente e il trend non accenna a diminuire. Poi ci sono coloro i quali non hanno ancora provveduto a cancellarsi dai registri pubblici, un numero difficile da stimare, e quindi il dato ISTAT è da prendere con “le pinze”.
Da anni sapevamo che i nostri “cervelli” trovavano soddisfazione professionale ed economica in altri lidi supportati da maggiori risorse, più votati alla meritocrazia e con una classe dirigente preparata ad affrontare i grandi cambiamenti sociali ed economici.
Tuttavia una nuova platea di emigranti, in gran parte giovani tra i 20 e i 30 anni, un vero popolo di senza nome, come nei lontani anni ‘50 e ‘60, si appresta quotidianamente a imbarcarsi non più su sgangherate navi della speranza, ma su moderni jet low cost per raggiungere le mete preferite, o meglio, aree che offrano loro speranza di mettersi in gioco, dimostrare il proprio valore, costruirsi un futuro: Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia.
Al di là dei cosiddetti “choosy” esistono quindi anche giovani che non se ne stanno con le mani in mano ad aspettare la provvidenza ma vogliono essere protagonisti della vita, vivere di stimoli e perché no, dire con orgoglio di essere italiani, quelli veri, quelli che hanno voglia di lavorare.

Editoriale Natural 1 - settembre 2014

Sono rari i momenti di totale lucidità in cui si cerca di giudicare in modo onesto la propria condotta di vita fino a quell’istante.
Scindere da se stessi la propria visione di vita e vedere con autoconsapevolezza i limiti del quadro che si è creato finora. Di solito dipende molto dall’umore con cui ci si pone la fatidica domanda esistenziale: in alcuni momenti le risposte saranno di incoraggiamento e di sostegno, mentre in altri casi le risposte saranno taglienti.
“È il privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in quella bella continuità di una speranza che non conosce né pause né introspezione”. I giorni spensierati in cui si può vivere concentrati quasi unicamente sulle proprie emozioni. Quando i sentimenti sono in valore assoluto, e gioie e dolori sono vissuti con la stessa profonda intensità e passione.
“Si va avanti. E il tempo, anche lui va avanti; finché dinanzi si scorge una linea d’ombra che ci avvisa che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata indietro”. La linea d’ombra di cui parla Joseph Conrad nel suo romanzo omonimo non tocca i giovanissimi, ma coloro che entrano nel periodo più autoconsapevole della propria vita: un periodo travagliato dell’età più matura. È una linea non facile da oltrepassare ma inevitabile.
Si tratta di un momento delicato e importante anche per la generazione dei ventenni di oggi che si preparano a capire la propria direzione, in questa tremenda bonaccia che, come nel romanzo, nel caldo stagnante toglie il respiro, soffoca.

Editoriale Natural 1 - luglio-agosto 2014

Come riconoscere la specie di una pianta? Immaginate di essere uno studente di Medicina nel 1500. La conoscenza e la capacità di riconoscere una pianta poteva fare la differenza e salvare vite umane. Tuttavia l’unica fonte di conoscenza a disposizione erano i primi erbari, che raccoglievano brevi descrizioni e raffigurazioni delle caratteristiche principali di una pianta. In assenza di un esemplare vivo da esaminare, questi erano l’unica fonte autorevole per poter apprendere la scienza della botanica. Da qui nacque l’esigenza di coltivare esemplari di piante, in modo da dare agli studenti un’esperienza diretta tramite l’osservazione naturalistica. I primi orti botanici universitari così ebbero un ruolo fondamentale per la crescita della disciplina e della preparazione dei futuri medici.
Passarono due secoli e divenne di fondamentale importanza poter classificare e dare un ordine all’Imperium Naturae. La tassonomia è la scienza che racchiude il metodo di classificazione di piante e animali. La parola deriva dal greco, taxis (ordine) e nomos (regola). La tassonomia linneana fu un metodo di classificazione importante e innovativo in quanto introdusse la nomenclatura binomiale. Tuttavia si trattava comunque di una identificazione morfologica, osservando forma, dimensione, colore ecc. Un metodo che purtroppo dipende molto dal buono stato di conservazione del campione e dall’esperienza professionale dell’osservatore. 
Da allora la metodologia ha subito alcune sostanziali modifiche, ma la velocità con cui si riesce a catalogare e identificare le specie è inferiore rispetto alla velocità di estinzione di alcune piante. In altre parole alcune piante potranno estinguersi prima ancora di essere scoperte.

Editoriale Natural 1 - giugno 2014

Peter Djarle è teso. Leggermente in ansia. Durante i suoi quattro anni di vigilanza all’Arca, alle Isole di Svalbard non gli era mai capitato di dover avvistare nella loro zona un’imbarcazione non identificata. Nonostante il sole, che non tramonta mai del tutto, il gelo delle cinque di mattina penetra nelle ossa. Quella macchiolina nera all’orizzonte.
Sarà a quattro miglia di distanza. E continua la sua avanzata. È il caso di preoccuparsi? Oppure è solo paranoia. Dopotutto la possibilità che si tratti di una minaccia è considerevolmente bassa, ma ciò non impedisce di sentire una morsa allo stomaco stringere, lasciando spazio a quella sgradevole sensazione di disagio che comincia a prendere il sopravvento.
La Svalbard Global Seed Vault, chiamata l’“Arca” da Peter e gli altri, è un Caveau. Un caveau che raccoglie i semi delle piante coltivate più importanti della Terra.
Funziona come una vera e propria Banca: l’accordo tra il depositante (in questo caso una banca di semi) e la Banca (in questo caso il governo norvegese), permette di mantenere la proprietà dei semi al depositante, nello stesso modo in cui una banca riconosce al cliente la proprietà del contenuto della propria cassetta di sicurezza. Per assicurare l’integrità del contenuto, a nessuno è concesso di utilizzare i semi al di fuori del depositante. Questo caveau viene utilizzato per eseguire una sorta di “Backup” di semi, in modo da assicurare in futuro una ricreazione agevole di coltivazioni che nel tempo possono essere state danneggiate da mala gestione di colture, da guerre e disastri naturali.

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