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Storie di piante – Il baobab

Autori:
storie genfeb25

Un vecchio proverbio malgascio recita: «Un anziano che muore è un baobab che è crollato». Questo albero viene infatti associato agli anziani che hanno superato le tempeste della vita e sono diventati saggi, servendo così da esempio per le giovani generazioni.                                                                       
Non si può concepire un viaggio in Madagascar che non preveda una visita a Morondava, una cittadina sul mare, che si affaccia sulla costa occidentale del Paese, quella che guarda l’Africa.  Si potrebbe considerare quasi un pellegrinaggio, obbligatorio, inevitabile, per rendere visita e onorare gli alberi che rendono questo luogo famoso in tutto il mondo: i Baobab. Tra i più grandi, ma certamente i più spettacolari alberi che esistono, che crescono soltanto in questo angolo del globo, almeno in un numero così importante, e che sono endemici in questa “Isola di smeraldo”.                                                                                  
Basta percorrere pochi chilometri fuori dalla città per trovarsi di fronte a uno spettacolo inimmaginabile, il “Boulevard des Baobabs”, con centinaia di questi giganti di oltre trenta metri che costeggiano la strada di terra rossa per un lungo tratto, per chilometri. Sembra di entrare in un luogo sacro, in un tempio ancestrale, dove queste enormi colonne vegetali sembrano sostenere la volta celeste con i loro corti rami e le loro scarse fronde, quasi delle radici sottosopra, che sembrano servire per abbarbicarsi al cielo e alle nuvole. Uno spettacolo maestoso, quasi fantastico e indimenticabile. Ci si può sedere e sostare per ore in ammirazione di questi colossi della natura, per cercare di fissare nella nostra mente questa visione unica, coscienti che difficilmente potremo viverla una seconda volta e mai in un’altra parte del mondo.                                                                                                           

Un’antica legenda malgascia narra che il Baobab fu uno dei primi alberi creati sulla Terra. Ben presto l’albero iniziò a invidiare le piante che vennero dopo di lui e pregò il Creatore di donargli l’aspetto slanciato della palma e i fiori rossi del Flamboyant; il buon Dio lo accontentò. Ma quando il Baobab si mise a piangere perché desiderava i frutti del fico, il Creatore s’infuriò e per punirlo sradicò il Baobab da terra e lo ripiantò con le radici in aria.                                                                                                                 
Il termine Baobab deriva dall’arabo Bu-hibab che vuol dire “Frutto dai molti semi”, mentre il suo nome scientifico è Adansonia grandidieri. Linneo, nella sua Species plantarum del 1753, lo coniò in onore del famoso naturalista ed esploratore francese Alfred Grandidier (1836- 1921) e del botanico Michel Adanson (1727-1806), «Discepolo eminente, che ha ricercato le piante dell’Africa, le più rare».

Ma i malgasci chiamano questa pianta Reniala, che nella loro lingua significa “Madre della foresta”. E mai nome fu più appropriato, perché per la sua mole, per la sua imponenza, di fronte ad essa si ha la sensazione che tutto sia nato da lì, dalla “Grande Madre” che ha generato tutto ciò che le sta intorno e che lei continua a dominare dall’alto della sua statura.                                                                                          
L’albero del baobab, chiamato dai locali anche “albero della vita”, occupa un ruolo molto importante, prioritario, nella cultura, nella tradizione e nelle credenze animiste del popolo malgascio. Alcuni esemplari molto vecchi sono considerati la dimora degli spiriti degli antenati, venerati e onorati con offerte di fiori, cibo, bevande (talvolta anche di rhum) e altro. Una pianta sacra che, secondo la cultura di alcuni popoli africani, non può essere abbattuta dagli uomini e che solo gli eventi naturali possono danneggiare o far cadere. Tagliare un baobab è considerato un grave sacrilegio. A livello simbolico questa pianta rappresenta la vita o forse, meglio, la sopravvivenza, soprattutto in ambienti aridi e ostili, la forza necessaria per affrontare ogni difficoltà e ogni sfida. La sua maestosità e la sua longevità fanno sì che sia considerato un saggio e silenzioso custode della storia e delle tradizioni di un popolo e delle sue conoscenze ancestrali.                

Nei villaggi dove esiste uno di questi alberi, esso diventa il centro di incontro dell’intera comunità, dove si socializza, si discute e si prendono tutte le decisioni di comune interesse, dalle più banali alle più importanti. Per questo motivo è chiamato anche Arbre à palabres, “albero delle parole”. Albero totemico, alla cui base, alla cui presenza si svolgono i rituali di passaggio per le varie età della vita, si celebrano matrimoni e cerimonie tradizionali.      
Durante la stagione delle piogge il baobab assorbe attraverso la sua corteccia porosa enormi quantità di acqua, migliaia di litri, che poi utilizza come riserva durante la stagione secca, periodo nel quale l’albero rallenta le sue attività vitali, fino quasi ad arrestarle, come un animale che vada in letargo. Albero pieno di sorprese: privo di foglie per lunghi periodi dell’anno, svolge la sua attività fotosintetica attraverso dei tessuti che si sviluppano all’esterno del tronco. La sua corteccia è ignifuga e non teme il fuoco degli incendi, che invece distrugge tutta la vegetazione che lo circonda. In ogni Paese dell’Africa, dove cresce, gli è stato attribuito un nome diverso: oltre che “L’albero della Vita”, è chiamato anche “L’albero Magico”, “Il gigante buono” e anche “L’albero della medicina”,  in quanto ogni sua parte (le gemme, le foglie, la polpa dei frutti, i semi, la corteccia, le radici) possono essere utilizzati con finalità terapeutiche o nutrizionali. A tale proposito, sono state riportate oltre 300 differenti utilizzazioni in Madagascar, in Kenya, in Tanzania, in Sud Africa, nello Zimbabwe, in Malawi e in tutta l’Africa occidentale sub-sahariana. Sul continente africano esistono altre specie di Baobab diverse da quello tipico del Madagascar. Il più diffuso è l’Adansonia africana, detto anche “Albero-bottiglia” a causa della sua forma più tozza, molto larga alla base, che va a restringersi verso l’alto, come un fiasco.

Antoine de Saint Exupery, nel suo fantastico e immortale racconto Il piccolo Principe, parla degli alberi di Baobab.                                                      
Il piccolo principe, proveniente dall’asteroide B-612, aveva bisogno di una pecora per farle brucare gli arbusti di baobab prima che crescessero troppo e soffocassero il suo pianeta.
«C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei baobab.
Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene.
Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici.
E se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare.»
(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, 1943)