Andrea Pardini*
Rosaria Fabrizio**
Un genere di piante succulente di origine africana introdotte in Italia a scopo ornamentale per i loro fiori colorati. Si adattano bene alle condizioni climatiche e sono abbastanza semplici da coltivare, con le dovute attenzioni riguardo al freddo e ai possibili attacchi parassitari. Tradizionalmente, a scopo medicinale, sono utilizzate per diversi disturbi e sono oggetto di diverse ricerche che hanno il fine di validare le proprietà etnofarmacologiche.
Introduzione
Kalanchoe è un genere di circa 125 specie succulente della famiglia delle Crassulaceae, originarie dell’Africa meridionale e spontanee soprattutto in Madagascar (Baldwin, 1938). Il numero di specie che vengono distinte tende ad aumentare con gli approfondimenti scientifici in corso. Sono state introdotte in molte aree tropicali dell’Asia e delle Americhe, e sono ampiamente commercializzate anche nei Paesi temperati come piante ornamentali da appartamento.
Sono piccoli arbusti o erbacee perenni, in alcuni casi biennali o annuali, La più grande è Kalanchoe beharensis, un arbusto con grandi foglie triangolari che può raggiungere i 3-4 m di altezza (Llifle, 2019), ma la maggior parte delle specie restano sotto il metro di altezza. Sono specie normalmente molto rustiche sebbene sensibili a molti parassiti. Nei Paesi tropicali sono facilmente coltivabili in piena terra, mentre nelle aree temperate devono essere coltivate in vaso per poterle riparare durante l’inverno. Sono molto apprezzate per la buona produttività dovuta anche al metabolismo di tipo CAM (Crassulacean Acid Metabolism), per la facilità di propagazione e per la bassa richiesta d’acqua. La fotosintesi CAM è un adattamento xerofitico proprio delle crassulacee, cactacee e alcune altre specie come ad esempio l’ananas, che consente di effettuare la fotosintesi in ambienti aridi anche quando la pianta ha gli stomi chiusi. A differenza di quanto avviene nelle specie con metabolismo C3 o C4, la fotosintesi CAM consente il proseguimento dell’attività vegetativa anche in condizioni di forte aridità.
Le Kalanchoe hanno origini a basse latitudini tropicali dell’emisfero meridionale, pertanto sono brevidiurne con fioritura che in Italia avviene quindi più facilmente dopo l’estate. Prediligono esposizioni di pieno sole o di luce diffusa, mentre le situazioni di penombra associata ad elevata umidità favoriscono i parassiti.
Sono caratterizzate da foglie abbastanza spesse e carnose, verdi uniformi o maculate, coltivate soprattutto per il fogliame ornamentale e talvolta per i fiori di vari colori.
Alcune Kalanchoe (esempio K. pinnata e K. daigremontana) hanno la particolarità di essere specie vivipare (Garces e Sinha, 2009), ovvero producono nuove plantule sui bordi delle foglie, e questi vi restano attaccati per essere nutriti dalla pianta madre fino a un certo grado di sviluppo o fino a quando le condizioni ambientali causano la caduta della foglia o la separazione delle plantule che cadono a terra già munite di foglie e radici e quindi pronte a radicare. Questa caratteristica che dona alla pianta una curiosità assai apprezzata da un punto di vista ornamentale, non è unica del genere Kalanchoe e si trova presente sia in piante tropicali (come alcune mangrovie della famiglia delle Rhizophoraceae, sia in piante di aree temperate come Poa alpina che è presente anche in Italia nell’arco alpino.
Fra le molte specie di Kalanchoe, alcune sono ben conosciute a fini ornamentali e per questo motivo abbastanza note nei vivai. Tre di queste sono particolarmente note anche per le virtù medicinali: Kalanchoe pinnata, K. daigremontana, K. gastonis-bonneri, specie che nel loro complesso sono talvolta riferite come “plantas milagrosas” o “miracol plants”.
Le Kalanchoe medicinali
Le ricerche in corso stanno allargando il panorama delle specie di Kalanchoe utili a scopi medicinali, al momento le conoscenze si riferiscono soprattutto a stre specie già introdotte in Italia e reperibile in alcuni vivai.
Kalanchoe pinnata (= Bryophyllum pinnatum)
Pianta eretta con steli fogliosi alti fino a un metro circa, gli steli più vecchi tendono quasi a lignificare nella parte basale. Le foglie sono opposte, pinnate-oblunghe e dentate, lunghe 15-25 cm; nelle piante adulte le foglie sono presenti solo nella parte alta dello stelo ancora non lignificato, le foglie superiori sono spesso composte da 3 foglioline, mentre quelle inferiori sono semplici. In natura si moltiplica anche per mezzo di semi, tuttavia gli esemplari coltivati vengono moltiplicati con talee e per mezzo dei propaguli avventizi che si sviluppano sulle foglie adulte e che arrivano a terra già con un principio di radici. Quando il picciolo si stacca e la foglia-madre cade, i piccoli esemplari che vengono a contatto col suolo radicano prontamente.
I fiori sono penduli, lunghi 25-40 mm, in forma di campana oblunga, di colore rosa o rossiccio (Stanley e Ross, 1986; Evett e Norris, 1990).
Kalanchoe daigremontiana (= Bryophyllum daigremontianum)
Pianta eretta, alta fino a un metro, con foglie dentate e lunghe fino a 15-20 centimetri. Specie normalmente biennale. Sui bordi finemente dentati delle foglie nascono i propaguli avventizi (nuove plantule) che cadendo al suolo radicano molto rapidamente. I fiori sono grigio-porpora, penduli, ciascuno lungo 2-3 centimetri, fioriscono verso la fine dell’inverno da piante adulte. Produce un numero molto alto di piccoli semi che, nelle aree tropicali, possono diffondersi anche trasportati dal vento e dare origini a interi popolamenti (Herrera e Nassar, 2009). In natura si riproduce per semi, mentre in Italia a livello vivaistico e domestico viene moltiplicata per talee o propaguli delle foglie.
Kalanchoe gastonis-bonnieri (= Bryophyllum gastonis-bonnieri)
Specie poco coltivata in Italia rispetto ai due tipi precedenti. Pianta con portamento inizialmente a rosetta e successivamente eretto, alta fino a 1 metro e oltre con le infiorescenze. Ha grandi e larghe foglie opposte, orizzontali e lanceolate poco dentate, lunghe fino a 20-30 cm. Le ampie dimensioni e forma delle foglie procurano alla specie il soprannome di “Orecchie d’Asino”. Fiori rosa o rossi, penduli, lunghi ciascuno circa 2-4 cm. Anche dal punto di vista etnobotanico e medicinale questa specie è meno studiata delle due precedenti, tuttavia sembra avere proprietà analoghe.
Proprietà e usi delle Kalanchoe
Le foglie di alcune Kalanchoe sono al tempo stesso ornamentali, alimentari e anche medicinali. Fra le Kalanchoe maggiormente conosciute a scopo medicinale vi sono K. Pinnata, K. daigremontana, K. gastonis-bonneri, tuttavia varie altre specie di questo genere vengono usate in etnobotanica.
Come piante ornamentali sono apprezzate per le numerose e ampie foglie verdeggianti, e per l’insolita caratteristica di essere vivipare e produrre nuove plantule sui bordi delle foglie mature.
Come piante alimentari non sono molto note perché il loro sapore è poco marcato, tuttavia vengono consumate fresche come insalata soprattutto in alcuni Paesi caratterizzati da insicurezza alimentare e irregolare disponibilità degli alimenti, dove vengono coltivate a livello domestico anche come colture strategiche (strategic crops) proprio per fronteggiare i periodi di imprevista carenza di cibo. Le piante strategiche sono spesso dotate di utilità multiple (multipurpose) che includono la funzione medicinale e pertanto sono molto comuni nell’agricoltura urbana (Pardini e Massolino, 2019) e anche nelle aree periferiche dove le abitazioni mantengono piccoli appezzamenti di terreno annessi e che vengono coltivati come giardini misti (mixed home gardens) soprattutto nei Paesi non industrializzati (Pradeiczuk, 2017). La loro elevata produttività, rusticità, e la tolleranza a periodi di scarsa disponibilità idrica le rende possibili anche in aree con marcata stagionalità della piovosità e sono coltivabili anche in vasi di piccole o medie dimensioni dove la produttività ovviamente si riduce notevolmente.
Le Kalanchoe, come specie medicinali, sono usate in etnobotanica in molti Paesi tropicali e per una varietà di usi (Morton, 1990): per lenire il mal di testa, curare punture d’insetti, contusioni, ustioni, ulcere, ascessi, tagli o abrasioni anche con infezione dolorante, infiammazioni, sintomi di tosse raffreddore e influenza, hanno proprietà antinfiammatorie, antiemorragiche e astringenti. Complessivamente queste specie hanno numerosi effetti a livello organico, alcuni riportati in letteratura scientifica già da alcuni decenni (tabella 1). Inoltre vengono attribuiti vari altri effetti utili, che però devono ancora essere convalidati analiticamente, ad esempio, nonostante l’impiego di fatto molto diffuso è ancora dibattuta l’efficacia per ferite profonde, reumatismi, ipertensione, calcoli renali, diabete, diarrea, attacchi di panico e paure. Alcuni studi indicano effetti antitumorali.
Naturalmente alcuni degli usi documentati sono riferiti a epoche e Paesi dove certe patologie erano ancora diffuse (esempio vaiolo) e i moderni farmaci non disponibili, mentre oggi non sarebbero più proponibili, questo non toglie l’interesse farmaceutico per sostanze contenute che, una volta identificate e isolate, potrebbero fornire nuovi farmaci utili ad esempio contro i batteri a resistenza multipla.
Gli studi condotti sul genere Kalanchoe hanno evidenziato la presenza di numerosi composti chimici, fra cui polisaccaridi, flavonoidi, steroli, acido ascorbico, microelementi in tracce, acidi organici, idrocarbonati, triterpeni, componenti fenoliche e bufadenolidi (Milad et Al., 2014), questa ampia varietà di sostanze contenute giustifica l’altrettanta varietà di usi medicinali attribuiti e il grande interesse scientifico-farmacologico intorno a questo gruppo di specie, che ha condotto addirittura alla produzione di piante transgeniche di K. Pinnata da cui ricavare peptidi antimicrobici (Zakharchenko et Al., 2016).
Fra le specie medicinali di Kalanchoe, sono riportati numerosi effetti utili in particolare per Kalanchoe pinnata, Josef et Al., (2011) riportano i seguenti:
Antibatterico: le foglie e il loro succo hanno dimostrato in vitro significativi effetti antibatterici verso Staphylococcus, E. coli, Shigella spp., e Pseudomonas, inclusi effetti su vari ceppi batterici dotati di resistenza multipla ai farmaci.
- Antitumorale: il componente Bryophyllina A e B ha mostrato marcate attività contro le cellule cancerose (Yamagishi et Al., 1988; Supratman et Al., 2001). Inoltre il Bersaldegenin-1,3,5-ortoacetato ha inibito lo sviluppo di tali cellule.
- Antiparassitica: estratto acquoso di foglie, somministrate esternamente e internamente, hanno prevenuto e curato leishmaniosi sia in esseri umani che animali, anche la Quercitrina presente nelle foglie ha dimostrato effetti simili (Muzitano et Al., 2006). Sono stati mostrati anche effetti antimalarici, incluso su ceppi di Plasmodium falciparum clorochino-resistenti (Chenniappan e Kadarkarai, 2010).
- Insetticida: gli usi empirici indicano un buon effetto contro le larve di vari insetti dannosi, mentre in studi analitici il componente Bryophyllina A ha mostrato notevole effetto insetticida su larve del baco da seta (Bombyx mori).
- Anti-allergica: Uno studio in vivo su ratti e porcellini d’india ha mostrato effetti anti-istaminici del succo estratto dalle foglie che ha avuto capacità protettive nei confronti di reazioni anafilattiche indotte da sostanze chimiche bloccando selettivamente i recettori istaminici nei polmoni.
- Anti-infiammatoria: Altri studi in vivo hanno confermato l’effetto febbrifugo, anti-infiammatorio, anti-edemigeno (Olajide et Al., 1998), antidolorifico e come rilassante muscolare, probabilmente dovuti alla capacità di rimodulare la risposta immunologica.
- Anti-depressiva: in studi su animali sono stati comprovati gli effetti sedativi sul Sistema Nervoso Centrale di estratti di foglie. Questi effetti sono stati attribuiti alla capacità di accrescere i livelli del neurotrasmettitore chiamato GABA (gamma aminobutyric acid).
- Anti-induttori dell’ulcera (ulcer inducer): una prova condotta su topi ha mostrato che l’estratto di foglie protegge da induttori dell’ulcera quali stress, acido acetilsalicilico, etanolo e istamina, al tempo stesso ha ridotto l’ipertensione arteriosa (Lans, 2006).
- Cura delle ferite: il componente Idrossiprolina presente nelle foglie è stato capace di favorire la cura di ferite superficiali della pelle (Nayak et Al., 2010)
- Epatoprotettiva e antiossidante: in prove condotte su ratti, la Quercetina ha mostrato la capacità di proteggere il fegato da epatotossicità indotta da CCl(4) – carbon tetrachloride (Yadav and Dixit, 2003).
Naturalmente gli studi condotti in modo analitico utilizzando sostanze purificate, non possono suggerire analoga efficacia dei tessuti di pianta utilizzati freschi, tuttavia suggeriscono una gamma di funzioni farmacologicamente utili e possibili con l’impiego degli stessi. Gli studi suddetti confermano sostanzialmente gli usi etno-medicinali empiricamente conosciuti, e spesso connessi agli usi alimentari delle cucine tradizionali.

Principi Attivi e azione farmacologica
I bufadienolidi sono un gruppo di molecole steroidee e agliconi glicosidici che sono stati ritrovati in piante e in alcuni animali (rospi e serpenti); mentre i derivati ortoesteri sono stai trovati solo in alcune piante: Kalanchoe daigremontiana, Kalanchoe tubiflora, Kalanchoe pinnata e nell’ibrido Kalanchoe daigremontiana × tubiflora.
Queste molecole hanno varie proprietà biologiche che comprendono attività citotossiche, antitumorali e cardiotoniche, ma ad oggi i dati sui possibili effetti terapeutici derivano quasi esclusivamente da studi su sostanze di origine animale, mentre sono ancora poco conosciute le attivita dei bufadienolidi sintetizzati dalle piante di Kalanchoe.
Gli usi dei preparati derivati da Kalanchoe si basano sulla somministrazione interna o esterna di estratti grezzi o succo di piante; non ci sono dati sugli usi di bufadienolidi purificati o semi-purificati. Tuttavia i risultati disponibili suggeriscono che le attività terapeutiche, compresa l’azione anticancro, di questi preparati possono essere dovuti alla presenza dei bufadienolidi. Vari studi hanno rivelato attività antinfiammatorie, anticancro e antivirali (Kamboj et Al., 2013), altri gruppi di ricerca hanno dimostrato proprietà anticancro dei bufadienolidi sintetizzati da piante di Kalanchoe (Yamagishi et Al., 1989; Wu et Al., 2006; Huang et Al, 2013; Deng et Al., 2014).
Daigremontianina e bersaldegenina-1,3,5-ortoacetato sono elencati in letteratura come sostanze sedative e derivati naturali dell’adamantano che possono avere attività anti-influenzale (Wanka et Al., 2013). Inoltre, dall’analisi delle prove etnomedicinali esistenti (Lans 2006; Süsskind et Al., 2012; Botha 2016), seguite dagli studi con metodi chimici, biochimici e altri metodi scientifici, possono emergere ulteriori dati sulla sicurezza o sui possibili rischi nell’uso di estratti e preparati di Kalanchoe, contenenti bufadienolidi, nell’uomo.
Modalità d’uso per gli impieghi etno-medicinali.Vengono utilizzate le foglie, che sono mangiate crude, usate per decotti da bere, o frammentate in poltiglia e utilizzate esternamente.
Per uso interno, le foglie si possono mangiare crude come insalata, oppure spremute come succo allungato con acqua o alcolici. Infusi vengono ottenuti lasciando le foglie in acqua molto calda per alcune ore. Poiché in letteratura sono riportati dubbi su possibili effetti collaterali dannosi dovuti a ingestione eccessiva, viene suggerito un uso non continuativo. Alcune informazioni reperibili su internet ma che non citano la fonte, suggeriscono un dosaggio non superiore a 5 grammi giornalieri per kg di peso corporeo (= 300 grammi al giorno per una persona che pesa 60 kg), una quantità indicativamente 10 volte superiore all’assunzione media volontaria. In genere viene consigliato di consumare le foglie tutti i giorni ma per non oltre un mese, seguite da sospensioni di 15 giorni prima di un eventuale nuovo ciclo. E’ comunque improbabile che la pianta possa avere effetti utili con impieghi più prolungati.
Il succo delle foglie, insieme al loro consumo fresco, è probabilmente l’uso più comune e, in K. Pinnata, ha mostrato attività anti-istaminica (Nassis et Al., 1992). Ben nota è l’attività antibiotica e battericida contro Staphylococcus aureus, Bacillus subtilis, Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa (Boakye-Yiadom, 1977). Streptococcus pyrogenes, Streptococcus faecalis, Proteus spp., Klebsiella spp., Shigella spp., Salmonella spp. e Serratia marcescens, inclusi alcuni casi di microorganismi che hanno acquisito resistenza multipla agli antibiotici (Obaseiki-Ebor, 1985).
Per uso esterno le foglie vanno schiacciate fino a frammentazione fine, oppure fino a ottenerne il succo. I frammenti vengono posti direttamente a contatto con la pelle, il succo invece viene miscelato con altri prodotti stabilizzanti per usarlo come unguento.
Fra le controindicazioni viene raccomandato di non usarla in gravidanza o in presenza di malattie cardiache. Benché gli effetti dannosi sulle persone non siano documentati, per alcune specie del genere Kalanchoe sono riportati casi sugli animali ed esclusivamente nelle aree tropicali dove tali specie siano divenute infestanti, sono indicate affezioni anche gravi al bestiame bovino causati da ingestione eccessiva (Reppas, 1995) e probabilmente attribuiti a glicosidi cardioattivi (Mendonça et Al., 2018) i cui effetti tossici, in alcune specie e in quantità elevate superano i benefici apportati al cuore e già citati (Moniuszko-Szajwaj et Al., 2016). Nel caso degli animali allevati l’eventualità non si pone per il territorio italiano a causa del clima troppo freddo che limita fortemente la diffusione in natura e rende di fatto impossibile l’ingestione da parte del bestiame.
Struttura dei bufadienolidi nelle kalanchoe
La struttura presenta un nucleo comune a tutti i composti a 19 atomi di C e in posizione C17β un lattone a sei termini (α-pirone); questa struttura base viene chiamata aglicone; alcuni composti sono stati isolati dalle piante di kalanchoe e le loro strutture determinate con tecniche spettrali.
Supratman et Al., (2000) hanno identificato due composti tra cui la briofillina A e la briofillina C (Tabella 2) di K. Pinnata e nel 2001 altri cinque composti: bersaldegenin-1,3,5-orthoacetate, daigremontianin (Tab. 2), bersaldegenin-1-acetate, bersaldegenin-3-acetate (Tabella 3), e methyl daigremonate (Figura 3), sono stati identificati nello studio su bufadienolidi dell‘ibrido K. daigremontiana × tubiflora.
Otto bufadienolidi sono stati identificati da Wu et Al., (2006) nell’estratto di parti aeree di K. gracilis, che includevano kalanchosidi A, B e C, thesiuside, hellebrigenin, hellebrigenin-3-acetate (Tab.3), briofilline A e B.
Meccanismo d’azione dei bufadienolidiLo studio dell’attività biologica dei bufadienolidi che derivano da Kalanchoe è abbastanza recente anche se gli effetti terapeutici dei preparati contenenti bufadienolide sono noti sin dai tempi antichi, un esempio è la scilla marittima, pianta che veniva utilizzata dagli egiziani per curare le malattie cardiache.
Oggi le attività farmacologiche più studiate dei bufadienolidi riguardano le proprietà cardiotoniche e antitumorali, oltre allo studio sulle azioni fisiologiche come le attività stimolanti della pressione arteriosa, antiangiogeniche, antivirali, immunomodulanti e antibatteriche (Gao et Al., 2011; Kamboj et Al., 2013; Wei et Al., 2017).
Il principale meccanismo dell’azione farmacologica dei bufadienolidi e dei loro derivati comporta l’induzione di un aumento locale di ioni Na+ in seguito dell’inibizione di un enzima: Na+ / K+ ATPasi (pompa del sodio), che comunemente è descritto come effetto “simile alla digitale”. Questa pompa è responsabile del mantenimento del gradiente elettrochimico di Na+ e K+ ai due lati della membrana cellulare; il mantenimento di queste concentrazioni genera il potenziale di membrana che è fondamentale per l’eccitabilità dei nervi, delle cellule muscolari, dei cardiomiociti e per il trasporto attivo secondario. I bufadienolidi possono alterare l’equilibrio ionico a livello del miocardio determinando un aumento della concentrazione intracellulare di Ca2+ ([Ca2+ ] i) attraverso lo scambiatore Na+ / Ca2+ che determina la contrazione dei miociti cardiaci e arteriosi (Melero et Al., 2000; Schoner e Scheiner-Bobis 2007).
Studi su numerose linee cellulari di tumori, hanno confermato le proprietà antitumorali di diversi bufadienolidi (Kamboj et Al., 2013) e hanno fornito informazioni sui loro meccanismi antitumorali e di tossicità selettiva sulle cellule maligne. Inoltre studi su microsomi epatici umani, hanno indicato che l’idrossilazione e la deidrogenazione potrebbero essere le principali vie metaboliche dei bufadienolidi (Han et Al., 2016).
I meccanismi molecolari delle attività antitumorali dell’hellebrin e del suo aglicone hellebrigenin (altri due composti appartenenti alla classe dei bufadienolidi e trovati anche nelle piante di Kalanchoe), sono stati descritti da Moreno et Al., (2013); secondo gli autori entrambi i composti sono in grado di legarsi alle subunità alfa della pompa Na+ / K+ ATPasi e di determinare l‘inibizione della crescita in diverse linee cellulari tumorali, ad es. A549 (cancro polmonare), U373 (astrocitoma del glioblastoma), Hs683 (glioma), T98G (glioblastoma), MCF-7 (adenocarcionoma mammario), SKMEL-28 (melanoma), PC-3 (carcinoma prostatico) e HT-29 (carcinoma del colon-retto).
La briofillina B, isolata dal Bryophyllum pinnatum (Lam.) Oken ( K. Pinnata ), ha dimostrato di essere un potente agente citotossico contro la linea cellulare KB, con valore ED 50 < 80 ng/ ml (Yamagishi et Al., 1989). Studi su 8 bufadienolidi, inclusi i kalanchosidi A-C estratti dalle parti aeree di K. Gracilis, hanno mostrato notevoli attività citotossiche/ antitumorali contro le diverse linee cellulari di tumori umani come il rinofaringeo (KB) e la sua variante MDR (KB- VIN), polmone (A549), ovarico (1A9), prostata (PC-3), ileocecale (HCT-8) ed epidermoide (A431).
Principalmente, l’efficacia dei bufadienolidi esaminati era superiore all’effetto dell’etoposide (farmaco citostatico/ antitumorale di riferimento) ed hanno raggiunto il range di concentrazione nnomolare (Wu et Al., 2006).
Uso di etnomedicinali nel trattamento dell‘iperplasia prostatica benignaUno studio molto recente riguarda i potenziali effetti terapeutici della Kalanchoe gastonis-bonnieri sull’iperplasia prostatica benigna (IPB) (Palumbo et Al., 2019). Da questo studio emerge che nonostante l’esistenza della terapia farmacologica convenzionale, i farmaci a base di erbe vengono utilizzati nella terapia dell’iperplasia prostatica benigna primaria BPH, per i quali sono stati suggeriti diversi meccanismi d’azione basati sulla loro complessa composizione chimica.
Considerato l’uso etnomedicinale di Kalanchoe gastonis-bonnieri (KGB), questo studio valuta gli effetti inibitori sulla proliferazione delle cellule stromali da iperplasia prostatica benigna primaria (BPH) di quattro diversi estratti acquosi ottenuti da questa pianta: parti sotterranee da esemplari in fiore (trattamento T1), foglie di esemplari in fiore (trattamento T2), da fiori (trattamento T3) e da foglie di esemplari non in fiore (trattamento T4). I trattamenti T1, T2, T3 e T4 a 250 μg/ ml per 72 ore hanno inibito le cellule BPH del 56.7%, 29.2%, 39.4% e 13.5%, rispettivamente, dimostrando che il trattamento T1 era il piu ‘attivo.
L’estratto delle parti sotterranee del KGB (150 e 250 μg/ ml) stimola importanti cambiamenti nelle cellule BPH, modulando processi cruciali come la proliferazione, la vitalità e l’apoptosi. L’analisi HPLC-DAD-MS/ MS dell’estratto, ha fornito un’identificazione provvisoria di derivati dell’acido siringico glicosilato, forme glicosilate di composti volatili e lignani. I risultati di questo studio suggeriscono che esiste un potenziale uso terapeutico di Kalanchoe gastonis-bonnieri nell’IPB che potrebbe migliorare la gestione clinica della malattia.
Su web sono reperibili ricette a base di foglie di Kalanchoe (uso interno ed esterno) per la cura di molte patologie; inoltre alcune aziende forniscono piante da coltivare in vaso, foglie fresche o secche e tisane. Ovviamente prima dell’uso di queste ricette è necessario chiedere il parere del medico, soprattutto per il trattamento di patologie importanti; per chi fa uso di medicinali o è in terapia farmacologica è raccomandato di non sospendere i trattamenti farmacologici né di aggiungere questi preparati senza approvazione medica, a causa di possibili interazioni tra i principi attivi che potrebbero portare ad effetti negativi importanti.
Conclusioni
Le specie di Kalanchoe sono numerose e al momento esistono conoscenze scientifiche solo per alcune di esse.
Le conoscenze empiriche presenti nelle tradizioni di tanti Paesi tropicali permettono di ipotizzare una quantità di usi molto più ampia di quelli conosciuti e suggeriscono quindi la continuazione delle ricerche scientifiche.
Alcune specie sono già state introdotte in Italia come piante ornamentali e possono essere facilmente coltivate in vaso su balconi o piccoli giardini, solo a condizione di poterle riparare durante la stagione fredda. La loro coltivazione domestica come ornamentali consente anche la disponibilità immediata di cure naturali per lievi disturbi come escoriazioni e bruciature superficiali non infette.
*UNIVERSITÀ DI FIRENZE, Professore associato
** Farmacista, Ordine Professionale di Firenze
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