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La mirra e i re magi

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La mirra è una sostanza di cui tutti hanno sentito parlare ma della quale in genere si sa poco, se non che era uno dei doni che i Re Magi recarono al bambinello a Betlemme. E allora possiamo cominciare proprio da lì.

La leggenda
La storia dei Re Magi compare nel Vangelo di Matteo che ci racconta: Dei Sapienti d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto”. [Andati a Betlemme ed] entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. (Matteo 2, 1-12)
Altro Matteo non dice, ed è singolare che nessuno degli altri tre Evangelisti faccia cenno all’episodio, ma dato che pare che il Vangelo di Matteo sia stato scritto prima degli altri tre, diamogli fiducia. Da questo succinto racconto scopriamo che i Magi non erano dei re e che forse non erano nemmeno tre. Il testo di Matteo che ci è giunto è scritto in greco ed il termine che egli usa è appunto “magos” (μάγος) che indicava i sacerdoti e gli astrologi, probabilmente si riferiva a sacerdoti persiani del culto di Zoroastro. È la tradizione medioevale che li ha fatti diventare tre, probabilmente perché tre erano i doni citati da Matteo, e li ha fatti diventare re, data la preziosità dei doni; anche i nomi assegnati ai tre Magi derivano dalla tradizione medioevale e non trovano alcun riscontro nelle scritture. La tradizione vuole che i tre doni abbiano un significato simbolico: l’oro, segno di potere, in omaggio al futuro di re di Giudea; l’incenso, che veniva bruciato nei templi per onorare le divinità, in omaggio alla sua natura divina. Ma la mirra?
Gli esegeti del Nuovo Testamento suggeriscono che poiché la mirra veniva usata dagli egizi per imbalsamare i morti, essa rappresenta la vittoria della vita sulla morte; quindi venne donata a Gesù in riconoscimento della sua resurrezione dalla morte. Questa interpretazione appare poco convincente, anche perché la Torah proibiva l’imbalsamazione. Cercheremo allora di rispondere a questa domanda sulla base di quanto ad oggi la scienza ha scoperto sulla mirra, ma prima cerchiamo di conoscerla più da vicino.

re magi, mirra
Adorazione dei Magi”, Giotto (1303-1305).

La mirra
La mirra, il cui nome deriva dall’arabo “murr” che significa amaro, è una resina, o meglio una oleogommoresina, che trasuda dalle ferite del tronco di Commiphora myrrha, un alberello della famiglia delle Burseraceae che cresce nelle zone aride dell’Etiopia e dello Yemen. In realtà la Farmacopea Europea ammette anche altre specie di Commiphora, senza però specificare quali; poiché al genere Commiphora appartengono oltre 180 specie, questa indeterminatezza della Farmacopea può apparire singolare ma è probabilmente un compromesso tra precisione botanica e realtà commerciale. In primo luogo la mirra è una droga non organizzata, che quindi non contiene elementi morfologici che permettano di stabilire quale specie l’abbia prodotta. In secondo luogo essa proviene da raccolta spontanea, con una complessa filiera tra i siti di raccolta, quelli di conferimento e quelli di spedizione. A ciò si aggiunge che si tratta di una droga piuttosto richiesta con quantità significative immesse ogni anno sul mercato. Le principali specie che forniscono la mirra del commercio, oltre a C. myrrha, sono C. guidottii, C. erythraea e C. kataf; l’areale di crescita di queste piante è l’Etiopia, il nord del Kenya e gli stati sulla costa del Corno d’Africa, oltre a Yemen ed Oman. Esiste anche una mirra indiana, detta “guggul”, prodotta da Commiphora wightii, coltivata in Pakistan ed in India, ma che ha una composizione completamente diversa.

Si calcola che la produzione annua della mirra è di circa 500 tonnellate, che corrispondono più o meno ad un mucchio di mirra alto 16 metri, cioè come un palazzo di cinque piani: un gran bel mucchio. È anche una droga molto costosa se si considera che la produzione mondiale vale, all’origine, circa 500 milioni di euro, il che corrisponde grosso modo al prezzo di listino un singolo Airbus A380, il più grande aereo passeggeri mai costruito.
Dalla mirra sono stati isolati moltissimi composti. Trattandosi di un’oleogommoresina, troviamo una componente volatile (circa il 10%) i cui componenti più importanti sono dei sesquiterpeni furanici come il furanoeudesmadiene ed il curzerene; la componente resinosa (circa il 30%) è data da triterpeni tetraciclici come il tirucallolo mentre la componente gommosa (circa il 60%) è data da polisaccaridi.

La tradizione
L’uso della mirra risale alla notte dei tempi e la troviamo citata più volte nella Bibbia, tanto per un uso cerimoniale, durante l’unzione sacerdotale [Esodo 30, 23] quanto per uso cosmetico: Ester fu cosparsa di olio di mirra per sei mesi prima di presentarsi a Serse, re di Persia e suo futuro marito [Ester 2, 12]. Come afrodisiaco la troviamo nel Cantico dei Cantici come indice dell’amore esclusivo e appassionato [Cantici 5,5]; mentre nel Nuovo testamento compare come antidolorifico nella Passione di Cristo: ”gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese” [Marco 15,23].
In Cina, l’uso medico della mirra è descritto già dal 600 a.C. mentre i soldati dell’antica Grecia non andavano in battaglia se non avevano con sé un unguento di mirra per le ferite; Dioscoride la descrive come una sostanza preziosa ed aromatica, utilizzata per le ferite, le eruzioni cutanee e per rinforzare i capelli.

La medicina araba riprende l’uso della mirra da quella greca. Al contrario di quanto accadeva in Europa nel Medioevo, gli arabi infatti tenevano in gran conto gli scritti degli autori greci e una parte significativa dei testi greci che noi oggi conosciamo ci sono giunti grazie alle traduzioni che ne hanno fatto e conservato gli arabi mentre gli originali sono andati persi. Avicenna medico persiano del XI secolo, nel suo Canon Medicinae dedica un paragrafo alla mirra, usata per le ferite, per il mal di stomaco, in ginecologia e nei profumi. La Scuola Medica Salernitana, fiorita tra l’undicesimo ed il tredicesimo secolo, fu ponte fra la cultura medica araba, quella ebraica e quella latina; in uno dei più famosi testi della Scuola, l’Antidotarium Nicolai, troviamo l’uso della mirra per “purificare l’utero e stimolare le mestruazioni” e gli stessi usi sono riportati nei Tacuinia Sanitatis, manuali medici del XVI secolo…