• Nessun prodotto nel carrello.

Bibliografia – Dislipidemie e sindrome metabolica: un approccio fitoterapico

Autori:
piantagione di soia

* Alessandra Marenchino, 

* Francesco Saverio Robustelli della Cuna, 

* Stefania Preda 

La sindrome metabolica è definita come condizione clinica innescata da uno squilibro del metabolismo che interessa differenti organi e che può dare origine a numerose patologie. I fattori di rischio principali sono rappresentati da  obesità, ipercolesterolemia, diabete e ipertensione. Di norma interessa soggetti di età compresa fra i 50 e i 60 anni, ma non si esclude che, a causa dello stile di vita moderno strettamente correlato con l’aumento ponderale, possa  interessare anche soggetti più giovani. La moderna fitoterapia, in alternativa ai farmaci di sintesi, si avvale di un’ampia rosa di fitocomplessi che possono essere utilmente impiegati nel controllo delle forme meno gravi di tali patologie. 

Quando il normale processo del metabolismo è alterato si sviluppano i disturbi metabolici. Le patologie metaboliche più frequenti si concretizzano nel diabete mellito, obesità, dislipidemia, osteoporosi e sindrome metabolica. L’attuale definizione di sindrome metabolica è il punto di arrivo di quanto in passato è stato definito come sindrome plurimetabolica, sindrome dell’insulino resistenza o quartetto mortale. Si presenta con differenti manifestazioni cliniche quali ipertensione arteriosa, alterazioni del metabolismo glucidico e insulinico, disomogenea distribuzione addominale di grasso, dislipidemia e alterazione dello stato coagulativo. La prevalenza della sindrome metabolica nella popolazione è generalmente elevata. L’incidenza massima si ha nella fascia d’età compresa tra 65 e 74 anni. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato e identificato l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari negli individui con sindrome metabolica, anche se la stessa non necessariamente assicura un rischio superiore a quello determinato dalla somma dei singoli componenti.  

Le dislipidemie

Le dislipidemie possono essere causate sia da fattori congeniti che acquisiti; sono caratterizzate da alterazioni quali-quantitative di lipidi e lipoproteine plasmatiche. Un ottimo predittore del rischio cardiovascolare è il rapporto fra colesterolo totale e colesterolo HDL. L’associazione di ipertrigliceridemia, bassi valori di HDL, aumentate concentrazioni di LDL e di ApoB viene definita come dislipidemia aterogena, pericolosa da un punto di vista metabolico. Ogni singola particella lipoproteica nel range di densità che include VLDL, IDL e LDL comprende nella propria struttura un’unica molecola di ApoB. Questa apolipoproteina, è responsabile del riconoscimento dei recettori specifici per le LDL ed è stato dimostrato che tale isoforma svolge un ruolo centrale nello sviluppo delle lesioni aterosclerotiche. La diagnosi clinica rimane il punto centrale dell’intero iter diagnostico e si basa sull’esclusione delle forme secondarie, sull’anamnesi personale e familiare, sulla valutazione del profilo lipidico e su un attento esame completo. La caratterizzazione del soggetto che si presenta con un problema di dislipidemia è di fondamentale importanza al fine di una corretta valutazionedel rischio cardiovascolare. Negli ultimi anni sono emerse importanti considerazioni riguardanti basi genetiche ed ilruolo di diversi fattori molecolari coinvolti nella patogenesi di questo disordine metabolico con conseguente superamento dell’antica classificazione di Fredrickson, basata quasi esclusivamente sulle manifestazioni “fenotipiche”della dislipidemia. Nella maggior parte dei casi, la dislipidemia è una malattia complessa, determinata dall’interazione didiversi fattori genetici e ambientali. Si distinguono:

Iperlipidemie primitive: suddivise in dislipidemie monogeniche, in cui si riconosce la causa in difetti localizzati in un unico gene, e dislipidemie a genetica complessa la cui patogenesi è legata alla combinazione di diversi geni.

Iperlipidemie secondarie: si instaurano quando fattori secondari quali obesità, dieta, stile di vita, problemi renali ed epatici vanno a influenzare i livelli lipidici.

Sempre più spesso, in seguito all’incremento dei disturbi connessi e del livello di gravità delle dislipidemie, vengono adottati trattamenti farmacologici che prevedono l’uso di farmaci appartenenti principalmente alla famiglie delle statine (inibitori dell’HMG-CoA), dei fibrati e ezetimibe (inibitore dell’assorbimento intestinale di colesterolo). Le statine sono la classe di farmaci di elezione per il trattamento delle ipercolesterolemie e si sono dimostrate in grado di ridurre il rischio di mortalità e morbilità cardiovascolare in pazienti con alto rischio, perfino in quelli con livelli normali di lipoproteine a bassa densità.

La fitoterapia offre un ventaglio di fitocomplessi le cui proprietà sono state oggetto di numerosi studi scientifici. Recentemente stanno suscitando particolare interesse alcuni nutraceutici quali le monacoline (metaboliti fungini responsabili dell’inibizione irreversibile dell’ HMG-CoA reduttasi), la berberina (alcaloide naturale che svolge l’azione a livello epatico) e i policosanoli (miscela di polialcoli con efficacia ipocolesterolemizzante).

- DISLIPIDEMIE E SINDROME METABOLICA
- UN APPROCCIO FITOTERAPICO
- FIBRE ALIMENTARI VEGETALI CON ATTIVITÀ IPOLIPEMIZZANTE
- Le dislipidemie
Piantagione di soia foto di Coloradogoias

PIANTE A EFFETTO IPOLIPEMIZZANTE

Carciofo (Cynara scolymus)

Il carciofo (Cynara scolymus L.) appartiene alla famiglia delle Compositae. È una delle più antiche piante medicinali, già utilizzato dagli antichi Egizi, successivamente nel periodo rinascimentale se ne intensifica la selezione e la coltivazione. In fitoterapia  viene abitualmente utilizzato l’estratto delle foglie con la funzione di stimolare la digestione, migliorare il metabolismo del colesterolo e fornire sostanze ad attività protettiva sull’endotelio dell’apparato cardiovascolare.

In uno studio condotto su 343 pazienti con elevati livelli di colesterolo, si è osservato come l’utilizzo costante di un estratto di foglie di carciofo abbia migliorato e abbassato il suddetto valore in modo significativo. In questo studio randomizzato, in doppio cieco, controllato vs placebo, sono stati arruolati pazienti con colesterolo totale pari o superiore a 280 mg/dL. Durante le sei settimane di trattamento 172 pazienti hanno ricevuto 1,8 mg di estratto secco al giorno mentre 171 il placebo. Al termine del trattamento, il colesterolo totale era diminuito del 18,5 % nel primo gruppo, contro un calo del 8,6% nel gruppo placebo. Diminuzione significativa anche per le lipoproteine del colesterolo a bassa densità, diminuite del 23% nel gruppo trattato rispetto al 6% nel gruppo di controllo. Complessivamente si è osservato che composti presenti nella foglia di carciofo, come luteina e  cinnarina, possono svolgere un ruolo significativo nel ridurre la sintesi del colesterolo parziale (LDL, HDL) così come il livello totale (Englisch et al., 2000).

In particolare è stata evidenziata l’efficacia come stimolante del sistema epato-renale con una spiccata azione coleretica. Infatti, gli estratti ricavati dalle foglie mature sono ricchi di principi attivi come l’acido caffeico e suoi derivati tra cui la cinnarina, l’acido clorogenico e alcuni glicosidi. La funzione primaria di questi principi attivi è quella di stimolare l’efficienza metabolica del fegato. È stato evidenziato che questa attività riesce ad aumentare notevolmente il flusso della bile, migliorando in questo modo le funzioni intestinali e la digestione dei grassi alimentari. Grazie alla loro azione decongestionante, le sostanze coleretiche come quelle contenute nel carciofo sono molto utili nel trattamento dell’epatite e di altre malattie del fegato. Inoltre, sono in grado di abbassare i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Numerosi studi hanno documentato l’efficacia e la sicurezza degli estratti di carciofo nel trattamento di disfunzioni epato-biliari e problemi gastro-digestivi come la sensazione di pienezza, la perdita di appetito, nausea o dolori addominali. Gli estratti delle foglie del carciofo sono risultati validi per la prevenzione dell’aterosclerosi e dell’iperlipidemia. È stato dimostrato che migliorano il funzionamento delle cellule endoteliali che rivestono le pareti dei vasi. Questo grazie alla presenza di luteolina e soprattutto di cinnarina. Ad oggi è ancora stato definito con certezza il dosaggio specifico nella cura della iperlipidemia; si consiglia di evitarne l’assunzione in concomitanza a farmaci gastrolesivi per la possibile comparsa di irritazione sulla mucosa gastroenterica. L’utilizzo è controindicato nei soggetti affetti da calcolosi biliare, ostruzioni alle vie biliari e allergici alle Compositae (Blumenthal et al., 1998).

Alfalfa (Medicago sativa)

L’alfalfa, meglio nota con il nome di erba medica (Medicago sativa), è una pianta ampiamente diffusa, appartenente alla famiglia delle Leguminose. In fitoterapia si utilizza la pianta intera fiorita, escluse le radici. I semi invece sono impiegati a scopo alimentare per la preparazione dei germogli. Oltre al contenuto di proteine e fibre, sia solubili che insolubili, l’alfalfa è ricca di saponine, fitoestrogeni (isoflavoni e cumarine), vitamine (A, B, D e K), sali minerali (potassio, fosforo e calcio) e composti antiossidanti quali la clorofilla e il betacarotene. Grazie alla sua particolare composizione, l’erba medica vanta una spiccata azione remineralizzante. Questa pianta vanta anche proprietà ipocolesterolemizzanti ed è in grado di favorire la riduzione di trigliceridi per merito delle saponine e delle fibre.

Inoltre, sempre grazie alla presenza di fibre, ha un effetto saziante e viene consigliata anche come coadiuvante nelle diete dimagranti. Il contenuto nutrizionale di una porzione di germogli di alfalfa (30 g), se consumati crudi, rappresenta una valida integrazione del fabbisogno quotidiano di acidi grassi insaturi (omega 3-6-9), secondo le quantità indicate dai livelli di assunzione di riferimento di nutrienti (LARN, 2012). Inoltre, i germogli di alfalfa, sempre se consumati crudi oppure in come centrifugato, forniscono proteine di buona qualità, minerali come magnesio, rame, potassio, selenio e vitamine (K e A). La presenza di flavonoidi quali quercetina e cumestrolo conferisce ai germogli di alfalfa proprietà particolarmente interessanti per la salute: antiossidanti, detossificante a livello epatico, coleretica e antinfiammatoria. Il cumestrolo è una molecola ad attività fitoestrogenica, principale componente del gruppo di sostanze denominate cumestrani, anch’essi flavonoidi, che si formano prevalentemente durante la germinazione dei semi.

Nella medicina tradizionale, Medicago sativa è utilizzata come integrazione nelle diete  antidiabetiche ipolipemizzanti e antiallergiche. Recenti studi hanno suggerito che i semi di alfalfa diminuiscono i livelli di colesterolo nel sangue. A tal proposito si è dimostrato come la somministrazione per un anno dei semi di Medicago sativa, in modello animale, ha ridotto i livelli di colesterolo nel sangue in modo notevole, senza causare effetti collaterali. 

Per via dell’effetto estrogenico esplicato da alcuni componenti di questa pianta, se ne sconsiglia l’uso in gravidanza, allattamento e nei bambini (Colldny et al., 2001). La polvere o i semi di Medicago sativa contengono L-canavanina, una sostanza che può causare disturbi nelle cellule del sangue e può portare alla splenomegalia ovvero un aumento di volume della milza, che va oltre le normali dimensioni (Miller et al., 1998). Si sconsiglia l’uso nel caso di malattie autoimmuni. Inoltre, essendo ricca di fibre, è bene non assumere contemporaneamente altri farmaci poiché può ridurne l’assorbimento. L’alfalfa può interagire conantidiabetici,terapie ormonali e  anticoagulanti. 

Aglio (Allium sativum)

È una perenne rustica, coltivata come annuale appartenente alla famiglia delle Liliaceae. Allium sativum è utilizzato nel trattamento di una ampia gamma di disturbi. È noto per la sua applicazione come coadiuvante nel meccanismo di controllo fisiologico della pressione arteriosa e dei livelli di colesterolo plasmatici. Possiede inoltre azione antiossidante, antibatterica, antivirale e antifungina. Quando l’aglio viene tagliato o spremuto, l’enzima allinasi trasforma l’alliina in allicina, responsabile dell’aromaticità dell’aglio (Schulz et al., 1998). Attualmente l’aglio è imipegato per il trattamento di disturbi del tratto gastrointestinale, dell’asma, diabete, disordini cardiovascolari, ipercolesterolemia, raffreddore e nel trattamento dell’ipertensione arteriosa. Anche se è affermato che l’utilizzo di questa pianta, porti alla diminuzione del colesterolo e della pressione sanguigna, ci sono delle evidenze scientifiche contradditorie a riguardo. Infatti, sebbene alcuni studi condotti tra il 1980 e i primi decenni del 1990 abbiano suggerito che l’aglio possa diminuire i livelli di colesterolo nel sangue, studi più recenti hanno mostrato risultati contrari (Shirzad et al., 2011).

Per esempio, in uno studio clinico basato sull’assunzione di capsule di aglio per la durata complessiva di 12 settimane, è stata osservata una drastica riduzione del colesterolo totale e della frazione LDL in 46 pazienti ammalati con elevati valori di colesterolemia. In questo trial clinico, dopo 12 settimane di trattamento su 22 pazienti, il colesterolo totale e il valore delle LDL avevano subito una drastica diminuzione. Nei restanti 24 pazienti, trattati con placebo, i parametri non avevano subito variazioni o cambiamenti significativi. Infatti in questo ultimo gruppo non è stata osservata nessuna differenza significativa nei livelli di trigliceridi o nel rapporto tra le lipoproteine ad alta densità e quelle a bassa densità. Gli autori hanno concluso che il rivestimento esterno supplementare dell’aglio, con un rilascio di 9,6 mg di allicina, ha il potenziale di migliorare il profilo lipidico dei pazienti con lieve o moderata ipercolesterolemia quando a questi sono raccomandate diete povere di grassi. La capacità dell’estratto di aglio di ridurre l’ipercolesterolemia può pertanto essere attribuita alla concentrazione di allicina presente (Kannar et al., 2001).

Altri studi confermano come l’aglio sia in grado di ridurre la formazione di placche aterosclerotiche, importante fattore di rischio cardiovascolare. In uno studio clinico condotto su 152 individui trattati con 900 mg di polvere di aglio al giorno per quattro anni, si è osservata la drastica riduzione della presenza di placche aterosclerotiche. In un altro studio effettuato su 200 individui d’età compresa tra i 50 e gli 80 anni, è stato riscontrata una diminuzione dell’insorgenza di aterosclerosi dopo la somministrazione continuativa di 300 mg/die di polvere di aglio almeno per due anni. La frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, e il profilo lipidico sono risultati simili nei due gruppi di studio. Gli stessi autori hanno concluso affermando che l’assunzione di aglio protegge l’elasticità dell’aorta, legata al fisiologico processo di invecchiamento (Breithaupt-Grogler et al., 1997).

Complessivamente per un consumo giornaliero si consiglia la dose di 900 mg di aglio, che contiene circa 1.3% di allina, equivalenti a 12 mg. La dose proposta, che è stata ricavata nell’ambito degli studi clinici, è di circa 10 mg di allina, che produce a sua volta 4-5 mg di allicina. Invece l’utilizzo quotidiano di 7 g di aglio, senza allina, ha le medesime proprietà dell’aglio fresco (Koscielny J. et al., 1999). Tra i possibili effetti collaterali dell’aglio, si sono riscontrati mal di testa, fatica, sudorazione, diarrea, alterazioni della flora batterica, livelli di glucosio nel sangue. (Schulz et al., 1998).

Altri effetti collaterali si sono manifestati solo raramente. Per esempio da uno studio eseguito su 1997 individui che hanno utilizzato una normale dose di aglio inodore per 16 settimane è emerso che nel 6% di essi è stata osservata nausea, vertigini nell’1.3% (ovuto alla diminuzione della pressione arteriosa) e reazioni allergiche nell’1.1% dei casi. Le principali interazioni riguardano warfarin o altri anticoagulanti: l’aglio può aumentare il rischio di sanguinamento; la ciclosporina può perdere d’efficacia se associata all’aglio. L’aglio potrebbe ridurre l’efficacia d’azione delle proteasi; potrebbe richiedere un aggiustamento di dose nel caso venga assunto in associazione all’insulina; potrebbe aumentare gli effetti collaterali dei farmaci che sono substrato dei citocromi P450, 2C9, 2C19; può infine ridurre l’attività di farmaci che sono substrato della glicoproteina P. È bene ricordare che l’assunzione di integratori di aglio deve essere interrotta una settimana o due prima di subire un intervento chirurgico, a causa del loro potenziale effetto di aumentare il tempo di sanguinamento (Koscielny et al., 1999).

Soia (Glycine max)

È una pianta erbacea della famiglia delle delle Fabaceae (Leguminosae), originaria dell’Asia orientale. In Europa la soia arrivò inizialmente come oggetto di studio nei giardini botanici, ma solo nell’Ottocento se ne iniziò la coltivazione a scopi alimentari. Oggi la soia è coltivata in tutto il mondo. I maggiori produttori sono: Stati Uniti, Brasile, Argentina, Cina e India.  I principali isoflavoni della soia (genisteina, gliciteina e daidzeina) sono fitoestrogeni che sembrano utili nel prevenire e contrastare le malattie cardiovascolari. Nella medicina tradizionale è utilizzata per diminuire il colesterolo nel sangue e per la cura dell’osteoporosi (Shulz et al., 1998).

Diversi studi hanno dimostrato che la soia è in grado di ridurre il livello delle lipoproteine a bassa densità nel sangue. L’assunzione media di soia di 47 g/die è associata a cambiamenti del profilo lipidico sierico: diminuzione di 23.2 mg/dL del colesterolo totale; diminuzione da 21.7 mg/dL delle lipoproteine LDL; diminuzione di 13.3 mg/dL di trigliceridi. Il consumo di proteine di soia è stato associato anche a un aumento non significativo del 2.4% delle concentrazioni sieriche di lipoproteine ad alta densità (HDL) (Anderson et al., 1995). Negli Stati Uniti la FDA raccomanda l’assunzione di 25 g/die di proteine di soia per abbassare i livelli di colesterolo nel sangue. Altre osservazioni suggeriscono che la sostituzione di 20 g di proteina animale, con la proteina vegetale  diminuiscono allo stesso modo il colesterolo circolante (Shulz et al., 1998). Gli isoflavoni possono essere responsabili anche di effetti negativi, ma gli studi finora condotti su modello animale non hanno riscontrato eventi tossici: la soia può diminuire il livello di testosterone nell’uomo, così come avere effetti estrogenici per la presenza di isoflavoni. Per tale motivo, l’assunzione di soia da parte di donne in gravidanza non è consigliato in quanto potrebbe causare danni all’embrione (Shulz et al., 1998). Gli isoflavoni della soia possono presentare interazioni significative con farmaci. Infatti, esiste la possibilità che tali composti possano alterare l’assorbimento e l’escrezione biliare mediante l’interazione con trasportatori come la glicoproteina P intestinale. In letteratura viene riportato un caso clinico riferito a un uomo di 70 anni trattato con warfarin, che ha manifestato una riduzione dell’INR (rapporto internazionale normalizzato che viene utilizzato per determinare la tendenza alla coagulazione) dopo aver ingerito latte di soia. Alla base di questo effetto è stata ipotizzata un’inibizione della glicoproteina P da parte della genesteina e della daidzeina con conseguente alterazione dell’assorbimento e dell’escrezione del warfarin. Studi in vitro hanno inoltre evidenziato che la genesteina è in grado di inibire l’attività delle isoforme CYP1A e CYP2E1 del citocromo P450 mentre la daidzeina agisce da inibitore del CYP1A1. Sebbene tali effetti non siano stati dimostrati dal punto di vista clinico, l’uso di prodotti a base di soia dovrebbe essere effettuato con cautela nei pazienti in trattamento con farmaci metabolizzati da tali sistemi enzimatici. La soia può diminuire o annullare l’effetto della levotiroxina. I meccanismi che sottendono a tali interazioni sono comunque da approfondire. Nel frattempo si consiglia cautela nella co-somministrazione di ormoni tiroidei e isoflavoni della soia e si sconsiglia l’uso di elevate quantità di soia in soggetti affetti da patologie tiroidee. La soia può diminuire l’assorbimento di ferro, calcio e zinco (Bahmani et al., 2014).

Mate (Ilex paraguariensis)

È una pianta della famiglia delle Aquifoliaceae, nativa del sud America, da cui si ricava il mate, una bevanda molto popolare nell’America meridionale.  Le foglie sono utilizzate in preparazioni attive sul metabolismo, come blandi stimolanti del sistema nervoso centrale e come diuretici (Pang et al., 2008). Il fitocomplesso ha dimostrato di possedere proprietà interessanti per la riduzione del peso corporeo e nel trattamento dell’obesità. Lo ha confermato un recente trial clinico randomizzato in doppio cieco controllato vs placebo per valutare l’efficacia e la sicurezza dell’estratto. Allo studio, della durata di 12 settimane, ha partecipato un gruppo (n=30) di soggetti obesi (IMC ≥ 25, con un rapporto giro vita, fianchi ≥ 0,90 per gli uomini e ≥ 0,85 per le donne), trattati rispettivamente con capsule di un integratore a base di Erba mate a ogni pasto, tre volte al giorno (per un totale di 3 g/die) (50%) e  placebo (50%). Lo studio ha valutato  l’efficacia del prodotto su distribuzione grasso addominale, parametri antropometrici e profilo lipidico, e  eventuali reazioni avverse. Nelle 12 settimane di supplementazione, la massa grassa corporea e la percentuale di grasso corporeo si sono ridotte in modo statisticamente significativo nel gruppo trattato se confrontato con il gruppo placebo (rispettivamente da P= 0,036 a P= 0,030). Anche il rapporto giro vita-fianchi è diminuito in modo significativo nel gruppo trattato. Non sono stati osservati cambiamenti di rilievo in nessuno dei parametri riguardanti la sicurezza del prodotto. (Sun-Young et al., 2015). L’effetto sull’assunzione di cibo da parte del Mate è considerato il principale meccanismo anti-obesità. Questo è garantito dalla presenza del neuropeptide Y molto diffuso nel sistema nervoso autonomo, dove svolge diverse azioni, tra cui la diminuzione dell’appetito (Seo et al., 2008). Il Mate deve le sue proprietà alla presenza di flavonoidi, derivati della caffeina, metilxantine, tannini e numerose saponine triterpeniche derivate dall’acido ursolico. Uno studio ha riferito l’efficacia del trattamento su ratti obesi con l’estratto secco disciolto in acqua, con una diminuzione del livello di glucosio circolante del 27% rispetto al valore glicemico di partenza e una diminuzione del colesterolo totale del 10% (Lima et al., 2014). Il dosaggio raccomandato di Erba mate varia da individuo a individuo e dipende anche dalle modalità attraverso le quali si assume tale sostanza, in quanto esistono supplementi in capsule e compresse a base di estratti, di polveri o di bevande che derivano direttamente dalle foglie della pianta. Ad oggi non sono stati dimostrati effetti tossici veri e propri ma solo potenziali effetti correlati alla presenza di caffeina, come palpitazioni, insonnia, vertigini, difficoltà respiratoria e nervosismo in caso di assunzione di dosi elevate per lunghi periodi di tempo (Pomilio et al., 2002).

FIBRE ALIMENTARI VEGETALI CON ATTIVITÀ IPOLIPEMIZZANTE

Le fibre alimentari vegetali sono una componente spesso sottovalutata della nostra alimentazione, che esplica azione protettiva diretta sull’intestino e indiretta sul metabolismo riducendo i rischi delle malattie dismetaboliche. Sono costituite da una frazione polisaccaridica (cellulosa, emicellulosa e pectine) e da una frazione non-polisaccaridica (lignina). La distinzione più importante è però quella tra fibre solubili e fibre insolubili, in quanto l’attività biologica varia in rapporto alla solubilità in acqua. Le fibre insolubili agiscono direttamente sull’intestino regolarizzando le attività funzionali esercitando azione protettiva nei confronti della mucosa intestinale. Le fibre solubili hanno un effetto indiretto ritardante sulla digestione provocando un assorbimento più graduale degli acidi grassi, con limitazione dell’assorbimento e riduzione del rischio delle malattie metaboliche. Entrambi i tipi di fibre sono presenti nella maggior parte dei vegetali: le fibre solubili prevalgono nei legumi, mentre quelle insolubili prevalgono nei cereali (Gray, 1995). Le fibre alimentari più utilizzate  sono Plantago psyllium e Cyamopsis tetragonoloba. Un’adeguata attività fisica, il controllo del peso e la composizione della dieta sono fondamentali, perché le fibre solubili possano esprimere al meglio la loro efficacia. Una dieta ben bilanciata per il controllo del profilo lipidico deve prevedere carboidrati a basso indice glicemico, un apporto ridotto di grassi saturi e trans ed essere ricca di grassi monoinsaturi e polinsaturi omega-6, come l’acido linoleico, presente soprattutto nei vegetali e in alcuni oli di semi come quelli di mais, girasole e soia (Petchetti L. et al., 2007).

Plantago psyllium

Plantago psyllium è una pianta erbacea con infiorescenza a spiga e semi di colore bruno. Viene coltivata principalmente per i semi che costituiscono un efficace lassativo naturale. I semi, piccoli e di colore nero, insapori e inodori, contengono una mucillagine che al contatto con l’acqua si rigonfia e aumenta di volume. Il gel che si genera aumenta il volume della massa fecale, stimolando meccanicamente la peristalsi facilitando la defecazione. Studi recenti hanno tuttavia evidenziato interessanti proprietà di prevenzione nei conronti di patologie da disordine metabolico. Una metanalisi eseguita su 67 studi ha dimostrato come Psillio, come le altre fibre solubili e mucillagini, può contribuire alla riduzione del colesterolo totale e in particolare di quello LDL, sia in soggetti con colesterolemia elevata che in soggetti con valori normali. Psillio riduce l’assorbimento del colesterolo a livello dell’ileo, aumentandone l’escrezione con le feci. La dose di 5-10 g al giorno riduce il colesterolo LDL del 5%, tanto che la FDA ha approvato un “claim” relativo alla riduzione del rischio cardiovascolare per la fibra estratta da Plantago psyllium, che si spiega con la diminuzione dei livelli di colesterolo, nell’ambito di una dieta con basse quantità di colesterolo e acidi grassi saturi.  In uno studio condotto per un periodo che variava da 5 a 8 settimane su soggetti con ipercolesterolemia è stata osservata una riduzione del contenuto totale di lipidi da 5,1% a 8,8 % se trattati con Psillio, rispetto ai soggetti trattati con placebo (Bell et al., 1989). In un altro studio condotto su 125 soggetti affetti da diabete di tipo 2 e iperlipidemia associata, è stato valutata l’assunzione di 5 g di Psillio tre volte al giorno per la durata di sei settimane. Al termine del trattamento l’estratto di Psillio è stato in grado di diminuire la glicemia, il colesterolo totale, le lipoproteine a bassa densità, e trigliceridi plasmatici, mentre il livello delle lipoproteine ad alta densità è risultato aumentato (Bell et al., 1989). La mucillagine di Psillio è stata esaminata anche in un altro studio  in doppio cieco, randomizzato, controllato vs placebo condotto su 75 pazienti con lieve o moderata ipercolesterolemia per confermare ulteriormente la capacità di abbassare il colesterolo nel siero. In una prima fase i pazienti hanno seguito una dieta povera di lipidi per 12 settimane prima di ricevere placebo o 3,4 g di Psillio 3 volte al giorno per 8 settimane. Rispetto al placebo, il trattamento con Psillio ha garantito una riduzione del 4,8% nel livello di colesterolo totale; una riduzione dell’8,2% del livello di colesterolo HDL e una riduzione dell’8,8% del livello di apolipoproteina B. Non sono stati notati effetti significativi sulla pressione arteriosa, glicemia o livelli di trigliceridi, lipoproteine ad alta densità e ferro. E’ possibile affermare che la mucillagine di Psillio rappresenta un’integrazione efficace e ben tollerata nella gestione e trattamento dell’ipercolesterolemia da lieve a moderata (Libster, 2002). L’uso giornaliero di Psillio durante la gravidanza è sconsigliato, in quanto andando a stimolare la peristalsi intestinale per esplicare l’effetto lassativo potrebbe determinare contrazioni premature della parete uterina. Risulta necessaria particolare attenzione all’utilizzo in pazienti diabetici in trattamento insulinico, in quanto potrebbe essere necessario ridurre il dosaggio del farmaci durante il trattamento concomitante con Psillio.  In generale la dose consigliata può variare da 5 a 15 grammi di buccia e seme. Se la somministrazione ha lo scopo di diminuire il livello di glucosio e lipidi nel sangue la dose massima non deve superare i 5 grammi (Libster M., 2002).

Cyamopsis retragonoloba (Gomma Guar)

La Gomma Guar è una fibra alimentare che deriva dai semi commestibili di Cyamopsis retragonoloba, pianta diffusa soprattutto nei paesi Asiatici. Viene ricavata dalla macinazione dell’endosperma dei semi del Guar, pianta erbacea delle Leguminosae. Può formare un idrocolloide in quanto il principale costituente è il galattomannano, un trisaccaride formato da unità di mannosio e galattosio con un peso molecolare intorno ai 200.000-300.000 Dalton. La particolare viscosità di questa sospensione colloidale, oltre ai ben noti effetti addensanti sugli alimenti, modula l’assorbimento e la digestione di lipidi e proteine. È classificata con la sigla E412 e trova largo impiego nell’industria alimentare. In commercio la si può trovare sotto forma di Gomma Guar classica che a contatto con l’acqua gelifica, o parzialmente idrolizzata (PHGG) che a contatto con i liquidi intestinali è solubile e non gelifica. La PHGG  è una fibra ottenuta dalla pianta Cyamopsis tetragonoloba, possiede un’attività prebiotica grazie ai polisaccaridi non metabolizzati dalla flora intestinale. La PHGG interferisce con l’assorbimento di zuccheri e grassi a livello intestinale con un’azione ipocolesterolizzante e ipoglicemizzante. La PHGG è ben tollerata poiché non gelifica e  non provoca gonfiore gastrico. Quattro settimane di utilizzo di PHGG accelerano il tempo di transito del colon nei pazienti con stipsi cronica, specialmente in quelli con transito lento, e migliorano  la frequenza dei movimenti intestinali. Nei pazienti con diabete di tipo II e sindrome metabolica, l’aggiunta di PHGG alla dieta abituale ha migliorato i profili cardiovascolari e metabolici (Silva et al., 2013). Studi in vivo hanno dimostrato che la somministrazione di Gomma Guar è in grado di diminuire  il livello ematico di colesterolo in modo significativo; la diminuzione è  attribuita all’effetto che la fibra alimentare svolge sulla circolazione enteroepatica. La Gomma Guar è in grado di diminuire la quantità di grasso assunto con la dieta modificando il microbiota del tratto gastrointestinale. La forma parzialmente idrolizzata invece garantisce alla fibra di Guar una minore viscosità, una normalizzazione dei processi fermentativi senza interferenze con l’assorbimento di nutrienti. Caratteristica importante è la capacità di resistere al pH acido dello stomaco e agli enzimi digestivi per cui raggiunge inalterata l’intestino dove svolge le sue funzioni biologiche. La fibra di Guar svolge un ruolo altamente significativo nell’equilibrio del microbiota intestinale, esercitando effetti prebiotici. I risultati che si ottengono sul microbiota sono duplici: effetto bifidogenico (aumento delle colonie di bifidobatteri e lattobacilli) e incremento della produzione di acidi grassi a catena corta con conseguente protezione delle cellule del colon. Nella stipsi cronica può essere utilizzata un’alta dose (fino a 22 grammi al giorno); quantitativi elevati possono causare disturbi intestinali (flatulenza, meteorismo) e ridurre in maniera importante anche l’assorbimento di nutrienti utili all’organismo. Medesima dose massima viene somministrata al giorno nel trattamento dell’ipercolesterolemia (Blumenthal, 1998). La forma parzialmente idrolizzata, dato il minor grado di fermentazione,  risulta meglio  tollerata rispetto a quella tradizionale; riducendo il ridotto rischio  di gonfiore addominale. 

Conclusioni

Il controllo della colesterolemia è da sempre un tema complesso, all’interno del quale confluiscono più componenti, diverse da soggetto a soggetto. Anche se l’alimentazione influisce sui livelli di colesterolo totale circolante, il cosiddetto “controllo non farmacologico delle dislipidemie” ha dimostrato di essere efficace nella riduzione del rischio cardiovascolare. All’interno di questo contesto, le opzioni che hanno dimostrato efficacia sono più di una e tali da adattarsi alle condizioni del singolo, in modo da aumentare l’accettabilità personale. Dagli studi condotti nell’ultimo decennio è emerso che numerosi estratti vegetali, se assunti in modo adeguato e controllato, rappresentano un valido supporto per la terapia farmacologica convenzionale. Sono utilizzati principalmente nei casi in cui si voglia ottenere una riduzione del 15-20% della colesterolemia totale. Pertanto, se la diminuzione dei valori ematici deve essere più drastica, è bene non basarsi solo sul trattamento fitoterapico. Rimane comunque un campo di applicazione molto delicato, in quanto in alcuni casi, dopo un trattamento prolungato con la cura farmacologica, si riscontra una resistenza da parte dell’organismo che implica un fallimento della terapia stessa. Per un uso corretto è fondamentale conoscere tutti gli aspetti della fitoterapia e le sue variabili in quanto le interazioni tra preparati di origine vegetale, alimenti comuni nella dieta e farmaci di origine sintetica possono risultare clinicamente rilevanti.

La bibliografia completa dell’articolo è disponibile su sito ww.natural1.it

* UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA – Dipartimento di Scienze del Farmaco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *