* Massimo Rossi
DIGERISCO, DUNQUE SONO
Tradizioni, ricerca, suggestioni per l’armonizzazione delle funzioni digestive
* Massimo Rossi
È un lungo percorso quello del cibo nel nostro corpo, durante il quale una serie di attività meccaniche e neuroendocrine permettono la digestione degli alimenti e l’assunzione dei nutrienti necessari al funzionamento dell’organismo. Questi meccanismi complessi, però, a volte possono anche incepparsi ed è allora che le piante medicinali possono essere di aiuto a ristabilire l’equilibrio perduto.
Non vi fate schiavi del vostro stomaco: questo viscere capriccioso, che si sdegna per poco, pare si diletti di tormentare specialmente coloro che mangiano più del bisogno, vizio comune di chi non è costretto dalla necessita al vitto frugale. A dargli retta, ora con le sue nausee ora col rimandarvi alla gola il sapore de’ cibi ricevuti ed ora con moleste acidità, vi ridurrebbe al regime de’ convalescenti.
Pellegrino Artusi “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.”
Pellegrino Artusi, che pubblicò la celebre raccolta culinaria a 71 anni, ormai rodato buongustaio con scarsi problemi di digestione propri, si preoccupava però spesso di quella dei suoi lettori-sperimentatori, tanto da chiudere la sua celebre ricetta del minestrone – e non solo quella – con il monito: “Vi avverto però che questa non è minestra per gli stomachi deboli”. La debolezza di stomaco cui accenna l’Artusi è presente in tutta la storia medica dell’uomo, le medicine tradizionali asiatiche e mediterranee sono unanimi nell’indicare come una delle fonti primarie delle malattie – ovunque si presentino – sia l’imperfezione dei processi digestivi, a iniziare dalla qualità e quantità degli alimenti. Le regole che riguardano la composizione e addirittura la temperatura dei cibi nei diversi periodi dell’anno, i ritmi della masticazione, la convivialità dei pasti, il retto pensare e riposare postprandiale, vengono inserite nei canoni basilari di igiene di tutte le antiche medicine. Le scienze della nutrizione hanno ancora molto da scoprire – e riscoprire – sulle caratteristiche degli alimenti e sulle loro interazioni fisiologiche, genomiche ed epigenetiche con il nostro organismo. Inoltre, nonostante siano passati secoli, stiamo ancora enumerando e classificando i disturbi e le patologie che possono colpire lo stomaco e le altre parti del sistema digerente. E le cause degli squilibri e delle evoluzioni patologiche ci appaiono sempre più ramificate e complesse. La classificazione diagnostica dei disturbi funzionali gastrointestinali si fonda attualmente sui “Rome III Diagnostic Criteria for Functional Gastrointestinal Disorders (FGIDs)”, con un’evoluzione imminente (primavera 2016) in Rome IV annunciata dalla Rome Foundation.
Un mixer in rete
Seguendo le diverse fasi dell’assunzione degli alimenti si possono individuare i passaggi salienti che consistono nella masticazione, atto di primaria importanza, in cui piccole porzioni di cibo vengono triturate e mescolate con la saliva lubrificante e ricca di enzimi, i quali iniziano la scomposizione di sostanze complesse come gli amidi. Il bolo così elaborato scende lungo l’esofago e, attraversando un anello muscolare contrattile, entra nello stomaco vero e proprio. Da un punto di vista meramente anatomico, lo stomaco è una sacca muscolare internamente pavimentata da una mucosa corrugata.
Dallo sbocco esofageo al piloro, le diverse porzioni gastriche non sono uniformi ma svolgono ruoli differenziati, sia in termini di funzionalità digestiva vera e propria sia di comunicazioni neuroendocrine sistemiche. L’ingresso di nutrienti nello stomaco innesca diversi processi distribuiti nel tempo e nello spazio ma sincronizzati: si ha l’attivazione dei movimenti muscolari (peristalsi), la secrezione di gastrina nell’antro pilorico con la conseguente produzione di acido cloridrico e la liberazione di enzimi digestivi, il parziale assorbimento di piccole molecole e l’elaborazione del chimo, un impasto semifluido che, attraverso il canale pilorico viene spinto nel duodeno per poi continuare il tragitto nell’intestino tenue dove prosegue la scomposizione enzimatica dei nutrienti e l’assorbimento.
Gli ormoni secreti dallo stomaco hanno ruoli locali, regionali e sistemici, svolgendo diverse funzioni strettamente correlate al processo digestivo vero e proprio, al turnover cellulare degli epiteli delle mucose gastrointestinali oltre che alla regolazione del metabolismo energetico e dei ritmi circadiani di appetito e sazietà. La peristalsi è organizzata da fibre nervose collegate al sistema nervoso autonomo – in particolare a quello parasimpatico – e risponde anche alle fluttuazioni della liberazione centrale e locale di serotonina, dopamina e istamina, a loro volta modulate da ormoni di produzione gastrointestinale quali la grelina, la gastrina e da altri ancora. La motilità dello stomaco dipende da molteplici fattori, per esempio dall’assetto neuroendocrino o dalla sincronizzazione dell’orologio biologico, a sua volta particolarmente sensibile al sovraccarico allostatico da stress. Anche il microbiota presente lungo tutto il tratto gastroenterico, pur con densità di popolazione, numero e varietà di specie differenziate, influisce sugli equilibri a tutti i livelli. La disbiosi che si manifesta in un ambito tende a influenzare gli equilibri piuttosto delicati di altri ecosistemi microbici. Così i processi infiammatori cronicizzati, anche quelli a bassa intensità, influiscono sui tessuti e sull’equilibrio microbico di distretti più o meno distanti, spesso in un circolo vizioso che tende ad ampliarsi e ad amplificarsi nel tempo. Per esempio, le disbiosi del cavo orale possono avere ripercussioni sull’evoluzione di processi infiammatori osteoarticolari o cardiovascolari e favorire lo sviluppo di disbiosi gastriche e viceversa. Anche fra stomaco e intestino tenue, e fra questi e colon, si manifesta l’interdipendenza degli equilibri – e degli squilibri – dei rispettivi microbiota, mostrando quanto sia cruciale la continuità informazionale che li lega. Ancora una volta ci troviamo di fronte un sistema complesso incardinato ad altri, a dar luogo all’unitarietà che chiamiamo organismo. E una delle caratteristiche che spiccano più chiaramente è che in questi processi è pressoché assente l’idea di linearità che ci è così cara, proprio perché soddisfa la nostra voglia di semplificazione. La rappresentazione di una rete tridimensionale qual è quella con cui si può descrivere l’organismo, se da una parte sottopone a uno sforzo inusuale la nostra mente, dall’altra ci permette di elaborare spiegazioni più realistiche sulle interconnessioni dinamiche che contraddistinguono la vita biologica.
Le insidie del mulino
La “cattiva digestione” o il “mal di stomaco” sono condizioni frequentemente citate nei discorsi quotidiani di molti, dall’infanzia all’età lavorativa, alla vecchiaia. In termini più rigorosi si tratta per lo più di dispepsie, un gruppo piuttosto eterogeneo di sintomi che hanno sede nella regione epigastrica, cioè quell’area compresa fra l’ombelico e la parte basale dello sterno. Prendendo a riferimento la classificazione Rome III, si è potuto ipotizzare che il 20-25% della popolazione adulta dei paesi sviluppati soffre di sintomatologie dispeptiche. D’altra parte, si ritiene che questa valutazione riguardi soltanto coloro che si rivolgono al medico, cioè solo un terzo circa di chi probabilmente avverte disturbi gastrici.
I sintomi associati con le dispepsie funzionali sono la sensazione di sazietà precoce, la pesantezza dopo i pasti, il dolore e il bruciore epigastrico, eventualmente eruttazioni abbondanti o nausea. I rigurgiti acidi, la risalita di contenuto gastrico nell’esofago, possono costituire un sintomo dispeptico o configurarsi come un disturbo funzionale a sé stante (reflusso gastroesofageo – RGE, acronimo inglese GERD). Mentre sino a non molti anni or sono si riteneva che la cavità gastrica, per le condizioni estreme che vi si realizzano, fosse un ambiente sterile, privo di microrganismi, ci si è poi resi conto che essa ospita normalmente un numero di specie microbiche non irrilevante. Come in altre sedi, possono verificarsi alterazioni nella composizione e nel numero di queste popolazioni con le conseguenti disbiosi. Quelle dell’ambiente gastrico sono piuttosto preoccupanti quando la popolazione di Helicobacter pylori diviene cospicua e soprattutto quando esprime ceppi capaci di danneggiare la mucosa gastrica favorendo l’instaurarsi di dispepsie e di gastriti che possono poi evolvere in ulcere peptiche, gastriti atrofiche e cancro dello stomaco. Si ipotizza che le disbiosi gastriche siano correlabili con quelle che si riscontrano in altre sedi, anche se non appaiono ancora collegamenti inoppugnabili. Per esempio, si osservano con una certa frequenza sovrapposizioni di quadri clinici dispeptici con quelli della malattia periodontale, della SIBO (Small Intestinal Bacterial Overgrowth – sindrome da sovracrescita batterica nel tenue) o della sindrome dell’intestino irritabile (IBS). Queste disbiosi sembrano corresponsabili, fra le altre, di alterazioni degli equilibri e delle regolazioni del sistema immunitario, di quello osteo-articolare, di quello metabolico o del sistema nervoso centrale.

A causa della vita
Alla radice di molte disfunzioni digestive e di patologie che coinvolgono lo stomaco e l’esofago, vi sono sicuramente le abitudini alimentari che possono innescare e peggiorare i problemi, per le tipologie di cibi di cui ci nutriamo ma anche per ciò che non mangiamo in quantità sufficiente e che ha invece spesso proprietà protettive. Per esempio l’assunzione frequente di cibi freddi o troppo caldi, fritti, abbrustoliti, molto grassi o iperproteici comporta un certo grado di stress digestivi, si pensi al fatto che i cibi ricchi di carboidrati permangono nello stomaco circa due ore mentre quelli ricchi di proteine o grassi vi possono stanziare il triplo del tempo. Ciò comporta una situazione in cui le secrezioni acide ed enzimatiche vengono prodotte per un tempo più lungo e in quantità maggiore, così come i neurormoni che attivano la sensazione di sazietà o che regolano i metabolismi energetici. Gli alimenti protettivi sono per lo più verdure, frutta, spezie e oli vegetali. Altri cibi, come broccoli, cavoli, rucola e altre Brassicaceae contengono composti solforati i cui metaboliti influiscono direttamente, già a livello dei geni, sui processi ossidativi e infiammatori cellulari e che, al termine di una serie di trasformazioni biochimiche, danno origine a solfuro di idrogeno (H2S) che ha un importante ruolo protettivo nei confronti della mucosa gastrica, insieme a un altro trasmettitore gassoso, l’ossido di azoto (NO). Anche molti farmaci possono produrre effetti avversi quando usati in modo non appropriato, si pensi agli antinfiammatori non steroidei (NSAID) che sul lungo termine di assunzione, spesso a dosaggi eccessivi, risultano gastrolesivi provocando una serie di danni alla mucosa e alla normale fisiologia dello stomaco. A tutto ciò si aggiungano le condizioni psicologiche, in cui lo stress induce profondi cambiamenti nell’umore, che influiscono profondamente e durevolmente sugli equilibri coordinati del nostro organismo. Il sistema gastrointestinale è uno dei bersagli più reattivi e vulnerabili in situazioni di stress acuto e cronico cui non si è in grado di rispondere con cambiamenti adattativi sufficientemente resilienti.
Un ospite ambiguo
Si ritiene che oltre il 50% della popolazione mondiale ospiti nel proprio sistema digerente un particolare batterio gram negativo, Helicobacter pylori. Si valuta che oltre l’80% dei portatori di H. pylori siano asintomatici, fra il 10 e 20% può sviluppare ulcere e si stima che circa il 2% possa andare incontro a un’evoluzione a cancro gastrico. H. pylori, grazie alla propria struttura elicoidale e ai flagelli, oltre che alla sua capacità di contrasto chimico dell’ambiente sfavorevole, riesce a “nuotare” nello strato di muco che ricopre le pareti gastriche, raggiungendo gli epiteli che tappezzano la mucosa. La sua capacità di resistere alla forte acidità del comparto gastrico si deve a due strategie vincenti. Da una parte è in grado di produrre il biofilm, una sorta di cupola polisaccaridica adesa alla superficie della mucosa, protettivo per le colonie, resistente a molti agenti chimici e farmacologici. Dall’altra ha sviluppato un fattore di sopravvivenza basato sull’abbondante produzione dell’enzima ureasi, che catalizza la rottura per idrolisi dell’urea dando origine a biossido di carbonio e ammoniaca, una base che reagisce con l’acido cloridrico, nocivo per il batterio, neutralizzandolo nell’ambiente immediatamente circostante. Di fatto, intorno a H. pylori si viene a formare una sorta di nube, di atmosfera, ricca di ammoniaca che lo protegge e gli permette di sopravvivere. Una notazione interessante è data dal fatto che questa ureasi batterica contiene nichel, indispensabile per la funzione catalitica del suo sito attivo. L’innalzamento del pH prodotto dal batterio intorno a sé determina un cambiamento chimico-fisico dello strato di muco che riveste gli epiteli, rendendolo più fluido e più facilmente penetrabile. Helicobacter pylori possiede una notevole variabilità genetica e si presenta in numerosissimi ceppi, ciascuno con differenti espressioni geniche, alcune delle quali sono fattori chiave per la sua patogenicità e virulenza. Per esempio, i ceppi capaci di produrre un enzima, VacA, sono in grado di demolire le giunzioni strette fra le cellule epiteliali gastriche e di accelerare la distruzione cellulare (apoptosi), inducendo una progressiva infiammazione ed erosione della parete dello stomaco. Questa si manifesta inizialmente con sintomi dispeptici, poi come gastrite vera e propria, potendo poi evolvere in ulcera quando gli enzimi proteolitici dei succhi gastrici, come la pepsina, hanno la possibilità di aggredire direttamente le mucose già permeabilizzate. Un altro fattore patogenetico presente in oltre il 50% dei ceppi è CagA (Cytotoxin-associated gene A), che ha effetti fortemente destabilizzanti sulle strutture cellulari ed extracellulari così come sulle loro attività e comunicazioni. La presenza di questi fattori può favorire anche l’evoluzione tumorale.
Antiche digestioni
Bob Flaws ci ricorda che in medicina cinese il tratto digestivo è chiamato xiao hua dao (xiao disperdere, hua trasformare, daosentiero, via) per cui si può definire “via della dispersione e della trasformazione”. Lo stomaco (Wei), in particolare, viene anche definito “grande granaio” o “mare del cibo e delle bevande”, in relazione alle sue proprietà ricettive, mentre le sue funzioni di trasformazione possono essere indicate come quelle di “aprire, fermentare, cuocere, decomporre” gli alimenti. La rappresentazione analogica è quella di una pentola sulla stufa o di un antico distillatore. La Milza (Pi), i cui ruoli di trasformazione e trasporto non vengono mai disgiunti da quelli dello Stomaco, rappresenta il fuoco sotto la pentola, una componente fondamentale del distillatore digestivo. Mentre lo Stomaco dirige le energie generate verso il basso, la Milza eleva le proprie stabilendo così analogicamente un circuito distillatorio simile a quello spesso raffigurato nell’iconografia alchemica. Stomaco e Milza, infatti, nel loro insieme, rappresentano gli ambiti fondanti del Riscaldatore mediano (Zhong Jiao), uno dei componenti di quel complesso alambicco che, secondo la visione tradizionale, permette di distillare ciò che è necessario per produrre e distribuire Qi e Sangue in diverse fasi e parti del corpo, lasciando alla fine le fecce, le parti di materia pressoché esausta, le più torbide. Anche il Fegato (Gan), seppure decentrato, partecipa attivamente assistendo la circolazione di Qi nel Riscaldatore mediano e i suoi squilibri possono ripercuotersi sulle funzioni digestive. Diverse cause possono provocare squilibri nei processi digestivi dando luogo alle sindromi della “stagnazione di Qi” o di “accumulo dei cibi” che si manifestano con i sintomi di pesantezza, flatulenza, bruciori o reflusso. Già nel XIII secolo, il medico Li Gao scrisse un testo fondamentale, Pi Wei Lun (Trattato sullo Stomaco e la Milza) in cui si descrivono tutte le trasformazioni dei cibi e delle bevande dall’ingestione al transito intestinale, così come le condizioni patologiche ingenerate da differenti cause morbose e le piante o le formule utili per curarle.
Nella medicina ayurvedica Jatharagni è la radice di tutti i fuochi digestivi, presente nell’intero tratto digerente, a partire dalla bocca. Contribuisce alla digestione degli alimenti sino a formare l’essenza del cibo (ahara rasa). I residui (kitta) vengono ancora suddivisi in diversi tipi di rifiuti (mala): sudore, feci e urine. Jatharagni può essere irregolare, intenso, lento o equilibrato. L’eccesso di scorie o il sottoutilizzo dei nutrienti, provoca il depositarsi di ama che ostruisce i canali. Analogamente alla medicina cinese, la funzione digestiva nella sua interezza si presenta simile a un processo di distillazione frazionata, retto da differenti gradi di fuoco o calore, in cui i prodotti, dal più sottile al più denso, sono indirizzati alle altre parti del corpo per essere ulteriormente trasformati nelle diverse energie e tessuti che lo compongono e che sostengono la vita.
Nelle culture con tradizioni strutturate, quelle che nel corso della loro storia si sono dotate di canoni che descrivono dettagliatamente le regole dell’igiene, spiccano in particolare le norme alimentari.
Le regole che vengono dettate riguardano per esempio i cibi più adatti nelle fasi dell’anno solare o il modo più corretto per cucinarli e consumarli. Il trattamento preliminare degli alimenti, la loro conservazione, la cottura e la preparazione del pasto, sino ai condimenti e alle spezie consigliabili, sono esaminati con attenzione in termini generali e nei dettagli particolari. Si indicano poi gli alimenti a seconda delle caratteristiche tipologiche e costituzionali del singolo individuo che ne può trarre giovamento.
In questi contesti, alcune pratiche e abitudini sono specialmente raccomandate e la ricerca scientifica ne ha poi dimostrato la validità.
Non consumare cibi molto freddi o troppo caldi, meglio comunque se a una temperatura almeno pari a quella corporea; masticare abbondantemente affinché il cibo sia finemente triturato e mescolato con i fluidi salivari; dedicare attenzione a ciò che si sta consumando nel corso dei pasti e non occuparsi di altre faccende contemporaneamente; fare sì che almeno la fase iniziale della digestione si svolga in una situazione calma e distesa. Condizioni raramente rispettate nelle società contemporanee, in cui il pasto è percepito come necessario ma viene visto un po’ come una perdita di tempo, un obbligo da evadere in fretta, guardando la televisione o lo smartphone, lavorando senza interruzioni con i colleghi. Non è un caso che l’epidemiologia dei disturbi associati alla digestione e delle patologie gastriche rifletta le condizioni bio-psico-sociali nei diversi luoghi geografici e sia da mettere in relazione con i ruoli professionali.
Il gastrico orto dei semplici
La storia naturale della fitoterapia tradizionale e popolare per la digestione e per lo stomaco riflette, come visto, le specificità culturali ed economiche così come il contesto geografico con i suoi alimenti, il suo particolare panorama botanico e i rimedi che questo può offrire. Vengono operate distinzioni piuttosto nette fra le erbe che favoriscono la regolare motilità e lo svuotamento gastrico, quelle che tonificano lo stomaco e il processo digestivo nella sua globalità e altre, più specificamente orientate a proteggere le pareti e risanarne le lesioni. Al primo tipo appartengono la maggior parte delle erbe aromatiche e delle spezie, ricche di oli essenziali, che posseggono un’ampia gamma di attività, da quelle pro-cinetiche e stimolanti le secrezioni di succhi digestivi, a quelle antiemetiche o a quelle di inibizione batterica.
Da tener presente che la maggior parte di queste piante contiene anche polifenoli, semplici e polimerici, che, insieme a molte altre sostanze, agiscono sulle mucose con cui entrano in contatto con modalità antiossidanti, antinfiammatorie e citoprotettive. Indicativamente, si possono ascrivere a questo gruppo le Lamiaceae più comunemente utilizzate in cucina, come le varie specie e varietà di menta, l’origano, il timo o la santoreggia, le Apiaceae come il coriandolo, il carvi o il cumino, le spezie esotiche come il pepe, il cardamomo, lo zenzero, la noce moscata. Senza dimenticare alcune tipicità mediterranee come l’alloro o il mastic (Pistacia lentiscus L.), una resina utilizzata da molti secoli per l’igiene orale e per i disturbi dello stomaco che ha il suo centro di coltivazione più antico nell’isola di Chios e da cui si ricava un prezioso olio essenziale. Dell’insieme dei tonici del processo digestivo, categoria non considerata dalle scienze mediche occidentali, fanno parte specie vegetali o preparazioni a base di piante molto importanti per le medicine tradizionali asiatiche come Triphala, Tulsi (Ocimum tenuiflorum L.) o Dang Shen (Codonopsis pilosula (Franch.) Nannf.). Triphala, letteralmente “tre frutti”, è la miscela in parti uguali ricavata dai frutti di Terminalia bellirica (Gaertn.) Roxb., T. chebula (Gaertn.) Retz., Phyllanthus emblica L., rispettivamente chiamati in sanscrito o in hindi Bibhitaki, Haritaki e Amla (o Amalaki). Nella medicina ayurvedica Triphala ha un ruolo centrale come tonico (rasayana), in particolare per la promozione di un’efficace digestione (dipaniya) ed è considerato un valido rimedio per la protezione degli epiteli delle mucose e come regolatore delle funzioni metaboliche ed energetiche. Nella medicina indiana ancor oggi Triphala è percepito come un’unità funzionalmente completa, un esempio di reale sinergia fra i componenti, in cui ciascuno ha un’azione prevalente su uno dei tre dosha. I principi attivi presenti nei tre frutti sono tannini semplici e polimerici, lignani e flavanolignani, steroli e acidi grassi, triterpeni. Le sue proprietà protettive riguardano tutto il tratto gastrointestinale, dall’esofago al colon-retto, ma si estendono anche alle vie respiratorie, al sistema circolatorio e al metabolismo degli zuccheri e dei grassi. Sulle due Terminalia esistono numerose sperimentazioni in vitro e in vivoche ne hanno verificato le attività antiulcerogene e inibitrici nei confronti di Helicobacter pylori. Anche Amla è studiata per le sue proprietà di regolazione metabolica e di protezione dei tessuti epiteliali e connettivi.
Nelle tradizioni iraniche, arabe e indiane, il succo rinfrescante degli arilli del melograno (Punica granatum L.) si oppone alle infiammazioni gastrointestinali, in particolare in presenza di iperacidità gastrica accompagnata da nausea. Secondo la lettura ayurvedica, il succo del melograno riduce l’impeto di vata che favorisce l’emesi e spegne l’eccesso di pitta che produce bruciore. In un recente studio si sono verificate le attività antinocicettive, cioè inibitrici della sensazione del dolore, e antinfiammatorie in presenza di danno gastrico indotto da formalina o da indometacina (un antinfiammatorio non steroideo).
Nelle medicine tradizionali è assai frequente la citazione di piante ricche di tannini per il trattamento dei disturbi gastrointestinali, dalle Rosaceae come l’agrimonia, l’alchemilla, le potentille, le varie specie di rovo o il nespolo, a piante appartenenti ad altre famiglie, come la buccia e il succo del melograno, i frutti presenti nella citata Triphala, il tè verde o le diverse parti dell’albero del noce. La ricerca contemporanea ha rivalutato il ruolo biologico dei polifenoli oligomerici e polimerici (genericamente chiamati tannini) sia nelle piante che li producono sia negli organismi animali e nell’uomo. Sono così emerse attività inibenti nei confronti di agenti microbici patogeni, antiossidanti e antinfiammatorie, di regolazione metabolica, antineoplastiche e numerose altre. I meccanismi biologici implicati dipendono dalla reattività dei differenti tipi di tannini nei confronti delle proteine cellulari (enzimi, recettori, ecc.) e anche sull’azione esplicata sui fattori di trascrizione e sui geni stessi.
Huang qin, Scutellaria baicalensis Georgi, è una delle più importanti piante descritte dalla farmacologia tradizionale cinese, indicata in primo luogo per “disperdere il calore e l’umidità in eccesso”, stati in cui si presentano infiammazioni e infezioni. Diversi studi hanno confermato molte delle proprietà attribuitele, in particolare quella antibatterica utile nelle disbiosi, anche da H. pylori, l’attività protettiva delle mucose gastriche e intestinali, quella antinausea e una leggera azione ansiolitica proficua in presenza di dispepsie che si presentano in un contesto di stress e di nervosismo. In particolare, si è recentemente studiata l’attività inibitrice di baicaleina e di scutellarioside, due glicosidi flavonoidici di S. baicalensis, sull’ureasi prodotta da H. pylori per proteggersi dall’acido cloridrico.
L’uso dei rizomi di zenzero (Zingiber officinale Roscoe) è fra i più diffusi, in cucina e in fitoterapia, per le sue proprietà aromatizzanti e per quelle nutraceutiche e farmacologiche. L’Ayurveda e la Medicina cinese, lo utilizzano da secoli, considerandolo una “medicina universale”. La principale proprietà è quella relativa alla stimolazione di tutte le attività metaboliche e digestive, regolarizzando i movimenti della muscolatura di stomaco e intestino e le secrezione di succhi digestivi. Studi recenti hanno confermato la sua azione antiemetica, utile per vari tipi di nausee e le notevoli funzionalità antinfiammatorie. Gingeroli e shogaoli sono i gruppi di composti dello zenzero più studiati dal punto di vista farmacologico, ma altre sostanze come i paradoli, i gingerdioli, lo zingerone o lo zingerolo hanno evidenziato interessanti specifiche attività. I gingeroli inibiscono le contrazioni muscolari gastrointestinali agendo con un meccanismo antagonista non-competitivo sui recettori 5-HT3 della serotonina, la cui iper-attivazione viscerale comporta la risposta vagale che stimola i centri cerebrali dell’emesi con le conseguenti manifestazioni di nausea e vomito. Ritmicità e intensità dello stimolo serotoninico influiscono anche su processi fisiologici o disfunzionali – come nel caso dei disturbi gastrointestinali – e possono essere corretti dall’assunzione di zenzero. L’attività antinfiammatoria su epiteli e connettivi e quella inibente su H. pylori, oltre alle emergenti capacità di modulare gli effetti della sostanza P e della vasopressina, rendono lo zenzero un importante strumento di prevenzione e di intervento complementare per il mantenimento dell’omeostasi dell’organismo.
Anche la Liquirizia (Glycyrrhiza glabra L.) è uno dei capisaldi negli interventi preventivi e di trattamento delle lesioni della mucosa gastroduodenale. Nelle medicine tradizionali asiatiche le due specie di liquirizia, G. glabra e G. uralensis, occupano un posto di preminenza. In Ayurveda, Yastimadhu – bastone dolce – appartiene al gruppo dei rasayana e agisce come ricostituente e ringiovanente su tutti i sette tessuti del corpo (sapta dhatus), guarisce ulcere e ferite (vranaropana) e ha una miriade di altre proprietà. Nella medicina cinese, la liquirizia (Gan Cao, erba dolce) tonifica Milza e Stomaco in presenza di insufficienza, risolve la stagnazione di Qi di Fegato, dissolve le tossine e armonizza i rimedi con cui viene miscelata. Attività antinfiammatorie, mucoprotettive, spasmolitiche e antibatteriche sono state osservate sia su modelli animali sia in sperimentazioni cliniche. Mentre in precedenza si riteneva che le proprietà della liquirizia fossero da attribuire soprattutto all’acido glicirrizinico, che ha però diversi effetti avversi come quello ipertensivizzante, in seguito si sono identificati altri principi attivi, soprattutto flavonoidi, che sono determinanti per la sua efficacia. Sono stati così prodotti estratti deglicirrizinati (DGL) che contengono meno del 3% di acido glicirrizinico, i quali hanno dimostrato di agire validamente sulle dispepsie funzionali e sulle gastriti.
Ecco dunque che, al solito, ci dobbiamo arrendere all’evidenza che la salvaguardia della salute del nostro corpo dovrebbe passare per una lunga serie di mutamenti di abitudini e comportamenti che ci sono imposti dal vivere quotidiano ma anche dalle nostre inerzie. Così, se non ci è possibile modificare il mondo con le sue richieste indigeste di prestazioni e velocità, non ci rimane che provare a ripensare ai cosiddetti fondamentali, cioè la qualità e quantità degli alimenti, ricorrendo quando necessario a piante con una lunga storia e ampie geografie, riproposte dalla ricerca attuale in ambiti nutraceutici, fitoterapeutici o farmacologici.
* Biologo, consulente scientifico
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Massimo Rossi
È un lungo percorso quello del cibo nel nostro corpo, durante il quale una serie di attività meccaniche e neuroendocrine permettono la digestione degli alimenti e l’assunzione dei nutrienti necessari al funzionamento dell’organismo. Questi meccanismi complessi, però, a volte possono anche incepparsi ed è allora che le piante medicinali possono essere di aiuto a ristabilire l’equilibrio perduto.
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