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La cosmesi a Venezia nel XVI secolo e i segreti di Isabella Cortese (parte 2)

Autori:
riva mar25

Ernesto Riva

In questa seconda parte dell’articolo prosegue il nostro viaggio nella cosmesi della Venezia del Cinquecento, tra usi e tradizioni a volte raffinati, a volte originali, talvolta decisamente bizzarri. Isabella Cortese si avventurò infatti con abilità e originalità nel mondo delle preparazioni pratiche,
prendendo in prestito medicamenti e formule da antidotari e farmacopee, rendendo quest’arte quanto mai “galante” e oggetto di appassionato interesse da parte delle nobili signore desiderose di accrescere il proprio fascino e la propria bellezza.

I metalli
La nostra signora non resiste però anche alla tentazione dei metalli e si esibisce in una serie di “argentate” da far bianca e liscia la pelle, che erano una sorta di maschere da applicare sul viso alla sera e da tenere per una notte intera. Erano unguenti a base di argento vivo “mortificato” con lo sputo, ma non è dato di sapere se oltre che a curare la rogna, la scabbia o la sifilide, questi unguenti mercuriali avessero anche un qualche effetto cosmetico. Di fatto le “argentate” proposte nel ricettario sono dei veri e propri unguenti mercuriali. Eccone uno riportato al capitolo 106: “olio di lentisco, di muia, di zucche ana once una, grasso di serpe, zuccaro candi ana once una, olio di tartaro, borace, ossa di seppia ana once (…), argento vivo sei carati, sapon di cipri un panetto, trebentina d’abezzo once una, sugna di porco senza sale once quattro”.

Quanto ai metalli l’autrice ne fa poi largo uso quali corpi coloranti di sicura efficacia per tingere i capelli. D’altra parte l’arte di tingere i capelli, a cui dedicano ampio spazio tutti i ricettari e le farmaco-pee, ha sempre fatto ricorso all’uso dei metalli proprio per la consapevolezza della scarsa durata ed efficacia dei coloranti esclusivamente vegetali. Ciò non toglie che si dovessero adoperare tinture esclusivamente vegetali o metalliche: in questo senso il ricettario di Isabella Cortese pare raggiunga un apprezzabile compromesso tra le due categorie di coloranti.
Molti vegetali, si sa, impartiscono determinate colorazioni ai capelli, sia per la particolare natura chimica di alcuni composti organici che contengono, sia per la leggera affinità che a volte posseggono nei confronti della cheratina7. Questi composti rafforzano la loro efficacia se mescolati ai sali di metalli formando così, con l’aiuto del calore e di agenti ossidanti in ambiente alcalino, dei complessi ad alto potere colorante. Tali complessi sono in grado di fissarsi ai capelli con l’aiuto del “mordente” rappresentato dalle sostanze tanniche quasi sempre presenti nei vegetali8.
A questo punto si capisce l’impiego della calce viva fatta bollire in acqua con il “litargirio d’oro e d’argento” (protossido di piombo) e “gallette d’Istria” (galle contenenti acido tannico) per tingere i capelli di nero, oppure l’impiego della miscela di “vitriolo romano” (solfato ferroso) e “feretto di Spagna” (ossido di ferro) con decotto di lauro e mirto (acido tannico) per fare i capelli di colore castano. Evidentemente anche allora si era consapevoli della difficoltà di tingere i capelli, specie quelli bianchi, e dell’esigenza di proporre un colore deciso e persistente che offrisse delle garanzie di durata. Per questa ragione i metalli continuarono ad essere largamente usati almeno fino all’avvento delle moderne tinture di ossidazione.

olio di lentisco, cold cream, cosmesi
Alcune ricette hanno tutta l’aria di assomigliare alle moderne cold cream citate anche dalle nostre farmacopee: la fase oleosa era costituita dall’olio di lentisco, ricavato per spremitura dei frutti di pistacchio.

Le misture coloranti
Ciò non toglie che anche allora ci si cimentasse con misture coloranti interamente vegetali. Eccone una significativa della nostra Signora, che doveva servire a “far rossi i capelli”: “Piglia cenere di ginestra o de viti libbre una, cenere di lentisco libbre mezza, liquiritia once tre, comin rostito once tre, endico once una e mezza, zafferano un denaro, caretta un denaro, scorza di roggia un denaro, scorze di due melangoli ben maturi e secchi un denaro, paglia d’oro un denaro, lupini un denaro e tutti questi materiali sia(n) posti in una caldaia con tre scodelle d’acqua e bolla fnché scemi una scodella, e cavane fuori un’ampolla della detta bollitura, aggiungi una scodella d’acqua nella caldaia e lassala schiarire, e con questa lavati il capo, e con quella dell’ampolla ungiti il pettine quando ti pettini, farà i capelli rossi”. In questa composizione vediamo come il mordente sia costituito dall’acido tannico contenuto in buona parte dai vegetali elencati e i corpi coloranti siano forniti dalle numerose sostanze di natura flavonoidica presenti perlopiù nella ginestra (quercetolo), nella radice di liquirizia (liquiritoside) e nel cumino (apigenina). Il tono rosso del colore è invece fornito dai carotenoidi (crocetina) presenti nello zafferano e dai composti antrachinonici contenuti nella robbia (Rubia tinctorum). I composti antrachinonici della robbia sono infatti contenuti nella sua radice sotto forma di glucosidi e liberano per idrolisi, sotto prolungata ebollizione, il vero e proprio corpo colorante rosso che è l’alizarina (6 metil 1-3 idrossi antrachinone). In effetti questo era il metodo ampiamente conosciuto anche dai greci e dai latini per estrarre il colore rosso da tutte le rubiaceae per poi tingere i tessuti. La miscela di rubia con l’indaco fornisce poi un tono di colore che va verso il rosso scuro ed è questa la ragione per cui nella composizione si fa uso di una piccola quantità di indaco (Indigofera sp.).

Al medesimo scopo viene usata da Isabella Cortese la radice di rabarbaro fatta bollire nel “vino puro e buono” per assicurare una certa persistenza del colore rosso bruno degli antrachinoni la cui solubilità è assicurata dall’ambiente acido del vino e il mordente dal discreto tenore tannico del vino stesso. Ha un senso pure l’uso dei fiori di noce e meglio ancora del mallo (noci verdi piccole) per tingere di nero i peli della barba la quale viene poi ammorbidita con grasso di castorreo e olio di lino. I derivati chinonici del noce (5 idrossi 4 naftochinone) reagiscono con la cheratina dei peli colorandoli in bruno per la formazione di un complesso sclero-juglonico, il grasso di castorreo (ghiandole anali del Castor fiber), molto simile al colesterolo, esercita un’azione ammorbidente, mentre tutti sanno quanto l’olio di lino sia adatto al trofismo dei peli.

L’impiego dei legni tintori
Il legni tintori vengono utilizzati da Isabella Cortese anche per fabbricare belletti. Per i rossetti per esempio vengono utilizzati legni come ad esempio il “verzino”, un legno proveniente dalle Indie Orientali (Caesalpinia sp.) che forniva una tinta rossa infuocata. Il “verzino” veniva mescolato a qualche goccia di olio comune e al cosiddetto “pié colombino”, che altro non era che la polvere ricavata dai fiori essiccati di Geranium rotundifolium dalla presumibile funzione di mordente.
Un rossetto più impegnativo è invece costituito dagli “scutellini” come li chiama l’autrice – che si preparavano sfruttando il potere colorante dei fiori di cartamo (Carthamus tinctorius), “fissato” però con un’energica “digestione” nel carbonato di sodio. Non manca infine la celebre “biacca”, ma lavorata però in modo che durasse sul viso “per almeno trenta dì”: “…. “.
L’arte profumatoria occupa una parte cospicua del ricettario e anche qui le materie prime principali per far i profumi sono fornite dal muschio, dall’ambra e dallo zibetto.
Non si sa quanti caprioli dell’Asia centrale fossero allora a disposizione per fornire il muschio, oppure quanti Zibetti venissero catturati in Africa o peggio quanti Capodogli si avessero l’occasione di incontrare lungo le spiaggie di Giava o del Madacascar, ma di fatto la nostra Signora ci propone ben una trentina di ricette di profumi fatti con le droghe ricavate da questi animali. Come ben sappiamo il muschio è quella sostanza fortemente odorosa ricavata dalle ghiandole periombelicali del Moschus moschiferus L., una specie di capriolo delle montagne dell’Asia centrale, mentre lo zibetto era il prodotto di secrezione delle ghiandole genitali di alcune specie di mammiferi carnivori delle regioni calde dell’Africa appartenenti al genere Viverra. L’ambra o “ambracane”, come veniva definita, si ricavava invece dalle secrezioni intestinali del Physeter macrocephalus, un capodoglio che popola i mari di Giava, del Giappone e del Madacascar. Tutte queste sostanze, di odore inizialmente sgrade-vole, hanno la particolarità – se opportunamente diluite – di impartire ai preparati profumi graditi e persistenti.
In realtà queste sostanze vengono in piccolissima parte o addirittura per nulla utilizzate come ad esempio nel cosiddetto “muschio contraffatto” che l’autrice ricava da una mescolanza di erbe odorose quali la noce moscata, il cinnammomo, i chiodi di garofano e l’assenzio con il sangue di colombo e la pelle di cervo (forse per non far dimenticare l’origine “selvatica” del profumo), ma che non contengono neppur l’ombra di una qualsiasi secrezione di Moschus muschiferus.
In realtà, assieme a piccolissime parti di queste tre importanti droghe, per altro molto apprezzate anche dalla moderna profumeria, si mescolavano gran quantità di erbe aromatiche e spezie di più facile reperimento sul mercato. Le più usate erano lo “storace” o il “legno aloe” (il legno aromatico della Aquillaria agalocha L.), il sandalo, l’incenso, il macis, le noci moscate, i chiodi di garofano e i rizomi dell’iris.

Frequente è anche l’impiego di numerosi olii essenziali ricavati dai fiori di rose, gelsomini e lavanda, con un processo di macerazione al sole in olio comune “mordezzato” – come dice la Cortese – con allume di rocca; un procedimento che vorrebbe in qualche modo preconizzare i moderni processi di estrazione degli olii essenziali con il metodo dell’enfleurage. Tutto sommato la tecnica di preparazione dei profumi non era molto distante da quella dei giorni nostri, per lo meno nell’individuazione delle materie prime fornitrici di profumo che sono tutt’oggi più o meno le stesse; basti pensare alle rose, ai gelsomini, al bergamotto, al sandalo e allo stesso muschio. Evidentemente anche oggi come allora il “naso” aveva la sua parte.
Tutti questi profumi entrano inoltre a far parte di un vasto e fantasioso repertorio di acque distillate proposte dall’autrice per il trattamento tonificante e detergente del viso.
Si va dall’acqua “odorifera e finissima” che serviva per “confortar gli spiriti” e il cui profumo durava “per molti giorni nella persona”, alla famosissima “acqua d’angeli” che doveva risultare “eccellentissima”. La prima era un distillato di fiori d’arancio, mirto e rose moscate con aggiunta di polvere di iris e zibetto, la seconda, celebre in tutti i ricettari galanti, era fatta per distillazione di fiori di rose, mirto, arancio amaro, achillea moscata, ginestra, levistico, cimette di cedro, cannella, garofani, storace e legno sandalo. C’è anche una lozione schiarente per “levar il sole dalla faccia”, fatto con “agresto di vite”, il succo d’uva acerba (acido tartarico e citrico), in cui si mettevano a bollire le cosiddette “porcellete”. Si legge infatti anche nel famoso “Ricettario Fiorentino”, la prima Farmacopea Ufficiale che in quel periodo già era giunta alla quarta edizione, che le conchiglie delle porcellete (molluschi gasteropodi simili alla Cypraea maneta) “si dissolvono tenendole in infusione nel sugo di limoni”; l’acido citrico contenuto nel succo evidentemente scioglieva il carbonato di calcio di cui sono costituite le conchiglie. Con un’acqua così preparata, acida e salina, si poteva forse sperare di ottenere qualche risultato. Lo stesso scopo si raggiungeva con un’acqua ottenuta per distillazione del rafano con zucchero e uova fresche o con l’acqua distillata di fave bianche, chiara d’uovo e orzo, macerati nel vino e nel latte di capra. Era infatti frequentissimo a quel tempo l’uso di sostanze organiche animali messe a distillare per ottenere “meravigliose acque per far bellissima la carne”, come la seguente “acqua di gallina” proposta dall’autrice, che doveva servire a “mantener la gioventù”: “prendi una gallina bianca e fa che mora affocata, con la sua piuma, e rompile tutte l’ossa e tutto il resto, e mettila a cuocere con l’acqua di fiume, e metti nella pila un buon pugno d’orzo infranto,e come serà molto ben cotta mettila in un gran catino, mettivi sei ova fresche d’un dì con le guscie e siano rotte ben misticate con la gallina, e trebentina d’abezzo e mezza oncia di mirra polverizzata; così ogni cosa ben misticata metterai in un lambicco a distillare, l’acqua fatta la poserai al sole al sereno per nove dì e come seran passati mettivi dentro un poco di borace e zuccaro fino pesti…”. Quanto della gallina filtri attraverso la distillazione non si sa, come pure non si sa quanto delle uova comprese di guscio, ma per fortuna qualche olio essenziale contenuto nella mirra o nella trementina finirà nel distillato che, con l’aiuto del borace e dello zucchero, potrebbe in qualche modo manifestare una lieve azione tonificante, antisettica e lenitiva; anche questo forse giova in qualche modo a “mantenere la gioventù”.
Se è per questo anche “l’orina di fanciulla vergine” doveva – secondo l’autrice – servire a mantenere la pelle giovane e bella, ma, anche se la cosa potrebbe avere un senso vista l’azione riconosciuta all’urea di cheratoplastico ed elasticizzante cutaneo, perché proprio urina di fanciulla vergine? Il tutto poi viene distillato – meno male! – con un po’ di chiodi di garofano e cinnamomo.
Più efficace invece è “l’acqua che fa la faccia rossa e lustra e l’attempate fa parer giovani”: un miscuglio fatto di aceto e chiara di otto uova fresche sbattute, con l’aggiunta di canfora, borace, zuc-chero, “specchio d’asino” (solfato di calcio) e “argento solimato” (sublimato corrosivo). “questa acqua – dice l’autrice – a una vecchia di sessanta anni in poco spatio di tempo gli farà la pelle che parrà giovine di quindici anni…”, ma per quanto tempo e con quali conseguenze? Questi dunque sono alcuni dei “segreti” della signora Isabella Cortese che con molta abilità si avventurò nel mondo delle preparazioni pratiche, prendendo in prestito medicamenti e formule da antidotari e farmacopee, rendendo quest’arte quanto mai “galante” e oggetto di appassionato interesse per le nobili signore desiderose di accrescere il proprio fascino e la propria bellezza.

Bibliografia

  1. ISABELLA CORTESE, I Secreti della Signora Isabella Cortese nei quali si contengono
    cose minerali, medicinali, arteficiose e alchemiche…, Venezia, 1561.
  2. LIBYA E DINO CORTESE, I secreti della Signora Isabella Cortese, in “Atti dell’Accademia Italiana Storia Farmacia”, anno VI, n°1, pp. 29-40. Vi si trova una dettagliata descrizione di tutte le 15 edizioni.
  3. G. TASSINI, Curiosità Veneziane, Venezia 1887, (Arch. Stato Venezia, I-G-459).
  4. Cfr. G. ROSETTI, Notandissimi secreti de l’arte profumatori, Venezia, 1555, cap. 42.
  5. “che l’ovo stia sotto la liscia – scrive G. Rosetti – et che non si vegga eccetto quanto sia un dinaro over soldo solo et il resto sotto la liscia”. L’ingegnoso uso dell’uovo come densimetro, già per altro sperimen-tato dallo stesso Galeno, serviva a determinare la giusta concentrazione di soda caustica necessaria a saponificare le lunghe catene degli acidi grassi. I saponi così ottenuti venivano poi mescolati alle varie essenze o resine vegetali a seconda dell’uso di destinazione.
  6. Plinio parla di un sapo galliarum…ex sebo et cinere optimus fagino et caprino ( Nat. Hist., XXVIII, 191).
  7. I componenti chimici più rilevanti sono i carotenoidi, i chinonici e i flavonoidi, che generalmente sono attratti dalla carica elettronegativa della cheratina del capello.
  8. Lo scopo è quello di ottenere una “lacca” persistente e insolubile; resistente cioè al lavaggio.
  9. Nuovo Receptario composto dal famosissimo Chollegio degli eximii Doctori della Arte et della Medicina… Firenze, 1498. Altre edizioni furono stampate rispettivamente nel 1550, nel 1556 e nel 1560. Altre ancora negli anni e nei secoli che seguirono.