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La rivoluzione del sapere medico-farmaceutico

storia mag25

Ernesto Riva

Da quanto oggi si conosce grazie alle ingenti documentazioni degli storiografi greci e dal ritrovamento dei papiri egizi, l’alchimia, così come viene concepita nel mondo occidentale, prese sicuramente origine nell’antico Egitto. Khymeia significa “fondere” e probabilmente il termine faceva riferimento a una disciplina originariamente a carattere essenzialmente pratico, specie in un luogo come l’antico Egitto, dove si producevano sistematicamente ingenti quantità di oggetti di culto realizzati con metalli preziosi.

La mattina del 5 giugno 1527, un giovane trentenne dall’aspetto piuttosto rozzo e pingue, vestito da minatore con un grembiule di cuoio sporco di carbone, entrava nel solenne atrio della gloriosa Università di Basilea brandendo una pesante spada sulla quale era inciso un emblema degli alchimisti. Era il nuovo professore di medicina, il suo nome era Theophrastus von Hohenheim Paracelsus e sul suo conto già circolavano le più strane e fantasiose voci.

Teneva le sue lezioni in un dialetto tedesco, cosa assai scandalosa in un ambiente rigorosamente accademico dove da sempre si usava il latino, e un uditorio numeroso ed entusiasta che includeva, cosa ancor più scandalosa, anche chirurghi e barbieri non accademici, plaudiva le sue invettive contro il Corpo Accademico e contro i sacri Autori dell’antichità quali Aristotele, Galeno e Avicenna. Spesso le lezioni si concludevano nelle taverne della città con una solenne e collettiva bevuta.

Egli dichiarò guerra alla farmacologia classica pubblicando un manifesto iconoclasta1 che ostentava uno sprezzante rifiuto del sapere libresco consacrato dall’autorità degli Antichi e il 24 giugno, durante la festa goliardica di San Giovanni, trascinò i suoi allievi nel cortile dell’Università allestendo un falò dove dette alle fiamme i monumentali “Canoni” di Avicenna, pietra miliare della medicina accademica.

Durò pochi mesi questo periodo culminante della vita di Paracelso perché, nel febbraio del 1528, egli fu costretto ad abbandonare la città per continuare la sua vita di giramondo2. Fu un enorme sollievo per i medici e i farmacisti di Basilea che finalmente si liberarono di questo strano individuo, non certo sano di mente e costantemente ubriaco, che dispensava nuove specie di farmaci per curare gratuitamente i poveri e svaligiare i ricchi. Fu un enorme sollievo sicuramente per l’austero Corpo Accademico dell’Università che fu liberato da questa sorta di anticristo che si proclamava il fondatore di una nuova scienza, ma la rivoluzione scientifica del sapere medico-farmaceutico era già in atto. Fu appunto una rivoluzione che da una parte assunse l’abito, il linguaggio e la volgarità dei saltimbanchi con l’intento di far accogliere al popolo una certa ribellione dottrinaria e dall’altra si sviluppò con un linguaggio oscuro e iniziatico forse creato ad hoc per raccogliere adepti. “Se Paracelso fosse stato un poco più aperto nel descrivere i suoi medicamenti e le sue dottrine, avrebbe molti più fautori che seguaci” – scriveva Tommaso Zefiriele Bovio3 – ed è proprio con questo spirito che occorre andare alla ricerca della genesi di una radicale trasformazione della farmacologia, scienza prediletta di Paracelso. L’origine è probabilmente da ricercare nell’alchimia.

In Egitto gli albori dell’alchimia
Da quanto oggi si conosce grazie alle ingenti documentazioni degli storiografi greci e dal ritrovamento dei papiri egizi, l’alchimia, così come viene concepita nel mondo occidentale, prese sicuramente origine nell’antico Egitto.

Khymeia” significa “fondere” e probabilmente faceva affidamento ad una disciplina originariamente a carattere essenzialmente pratico, specie in un luogo come l’antico Egitto dove si producevano sistematicamente ingenti quantità di oggetti di culto fatti con metalli preziosi. Era un’autentica arte metallurgica che si realizzava per lo più con la trasformazione dell’oro grezzo, evidentemente abbastanza facile da reperire, in un metallo scintillante; era un’arte – si pensa – praticata e custodita gelosamente dalla casta sacerdotale che intuiva in questo straordinario processo un inevitabile intervento divino. La trasmutazione di un corpo di base grezzo in oro scintillante e incorruttibile era evidentemente il simbolo del raggiungimento della perfezione che supera i confini dell’esistenza e l’oro, per la sua incorruttibilità, non poteva che essere considerato la più perfetta delle sostanze.

In ogni caso per i sacerdoti egizi non vi era forse alcuna ragione per separare la dimensione materiale da quella simbolica, anche perchè il mantenimento del segreto costituiva uno strumento per mantenere la propria funzione dominante. Quest’aria di mistero fece sì che la genuina metallurgia naturale si trasformasse in fantasiosa “arte chimeutica”, intrisa di concezioni teosofiche e astrologiche che trovarono il loro terreno ideale in una regione, quella mediterranea, dove si incontravano differenti civiltà e svariate culture.  Così avvenne che nelle officine dei templi egizi si finì veramente per pretendere di trasmutare i metalli “vili” in quelli “nobili” con l’aiuto delle arti magiche e sotto gli influssi degli astri. Si instaurò così una sorta di insegnamento orale che si preoccupò soprattutto di tener viva la tradizione di un’alchimia di origine sacra identificata in una sorta di “tavola della legge” attribuita nientemeno che al dio egizio Thot, chiamato poi dai Greci Hermes-Thot , tre volte grande, che avrebbe scritto 42 libri della conoscenza suprema tra cui anche l’alchimia. L’idea era quella di una materia primordiale come substratum di tutti gli elementi e la continua trasformazione di questi in una mescolanza continua con cambiamento della loro natura. Furono questi substrati ideologici che elevarono l’Alchimia a corrente di pensiero a se stante, a concezione filosofica strettamente naturalistica, carica di particolare significato mistico e cosmologico, atta alla ricerca del rapporto fra la materia e lo spirito.

La breve parentesi della Scuola Alessandrina e il periodo oscuro
Nella città di Alessandria, centro della cultura ellenistica, punto di incontro delle scienze, delle arti e delle culture occidentali con quelle orientali, nasceva la scuola alessandrina che esercitò veramente un grandioso sviluppo delle scienze. Un patrimonio che, purtroppo, non resistette all’urto dei tempi, poiché l’immenso tesoro delle sue conoscenze raccolte nel corso dei secoli venne consumato – come si sa – dallo spaventoso incendio della biblioteca di Alessandria provocato dagli arabi durante il loro primo e sinistro periodo delle loro conquiste. A forza di oscure speculazioni tramandate oralmente ci si ritrovò dunque ad identificare l’Alchimia con la scienza occulta egizia(chemia), l’arte segreta o nera che svelava il mistero della trasformazione del metalli e simultaneamente della trasmutazione fisica e psichica dell’uomo da una condizione di umanità vile ad una umanità “nobile” o “aurea”. L’universo alchemico si arricchì di simboli cosmici che erano ritenuti di grande importanza per la loro influenza sui processi alchemici, così il sole governava l’oro, la luna l’argento, Marte il ferro, Giove lo stagno, Saturno il piombo, secondo la credenza che “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto” e la lista del dominio degli astri sui metalli si rileva infinita. Le figure animali, ampiamente rappresentate nelle pitture egizie, divennero temi centrali della speculazione alchemica e così la fenice incarnava il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge”, mentre il serpente che si mangia la coda rappresentava il simbolo del “tutto in uno”. Si cercò pure di dimostrare l’insufficienza della teoria atomistica dei quattro elementi con la creazione di un immateriale e divino quinto elemento (quinta essentia) che doveva produrre l’anima e la vita, che si concretizzò di fatto con una esasperata ricerca della “pietra Filosofale”, sostanza miracolosa, polvere di proiezione prodotta con etere, aria. stelle cadenti, cielo e terra, fuoco ed aria, luce e tenebre, noto e ignoto, capace di produrre strabilianti trasformazioni alla misera condizione umana, che doveva agire come medicina universale (panacea) in tutte le malattie, che era all’origine dell’elisir vitae dell’eterna giovinezza. Il linguaggio alchemico divenne così sempre più misterioso e metaforico, strinse un rapporto sempre più solido con le dottrine astrologiche, e assunse una nomenclatura planetaria, tramandata di generazione in generazione, in un groviglio di contraddizioni e oscurità che non risparmiarono nemmeno i cultori stessi di questa disciplina come scienza pura basata su premesse chimiche e filosofiche razionali.

Lo stesso Alberto Magno, rigido interprete della filosofia peripatetica, si dice si soffermasse a decantare le straordinarie virtù di alcune piante, raccolte sotto la costellazione del leone ed avvolte attorno ad un dente di lupo, che dovevano preservare da ogni sorta di malanno4. Persino il “Magister magistrorum“, il “doctor mirabilis” Ruggero Bacone, intento a fabbricare polvere di salnitro con solfo, si accingeva – si dice – ad esprimere le sue osservazioni con termini oscuri e incomprensibili: “Luru vopo vir utriel5, mentre Raimondo Lullo si cimentava a svelare il “magisterio di resuscitare i morti” con la quintessenza preparata con leoni verdi, leoni rossi, draghi e serpenti che nel linguaggio alchemico rappresentavano forse i sali di mercurio e di rame.

Tutto contribuiva a rendere tristemente oscura la materia e ad esporre la condizione umana, già devastata da ignoranza, superstizione, miseria e malattie ad ogni sorta di imbroglio. Sorgevano ovunque gruppi di popolani, nobili, religiosi, laici, cristiani, ebrei, mussulmani, eruditi, artigiani e vagabondi a discutere di chimere cabalistiche e teosofia neoplatonica. Teosofi vagabondi, monaci oziosi, eretici e “clerici vagantes” peregrinavano dai monti del Sinai, dell’Horeb e dell’Atos (dove si attribuiva l’origine della dottrina Alchemica) a quelli magnetici della Svezia, comunicando la loro oscura sapienza e dispensando “elixirvitae“.  Si moltiplicavano le pubblicazioni apocrife di Democrito, Ermete e Zoroastro, traboccanti di massime teosofiche, che dovevano iniquamente fornire un supporto ideologico ad ogni sorta di inganno. Dovunque si moltiplicavano le fabbriche, le miniere, le fornaci che, senza minima traccia di teoria, coltivavano questa miserabile arte di far l’oro dai metalli, perché era finalmente stato scoperto il grande arcano, era stato trovato il “lapis philosophorum“, era finalmente risorta l’età dell’oro!

Con questo insaziabile desiderio di ricavare l’oro l’alchimia finì per offuscare l’opera razionale degli antichi mastri orefici, vetrai e tintori i quali, se pur con metodi arcaici ed empirici, continuavano a coltivare l’arte metallurgica.

Questa attività artigianale perdurò tuttavia nei secoli e produsse una innumerevole quantità di sostanze coloranti, pietre artificiali e vetri colorati in un fiorire di ricettari intrisi naturalmente – visto che l’alchimia pratica procedeva di pari passo con quella mistica e speculativa – di espressioni simboliche e astrologiche.

Questi due aspetti dell’alchimia penetrarono nel mondo occidentale cristiano sia dalle porte di Bisanzio che dalla Spagna del periodo di dominazione araba.

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La visita del dottore, opera dell’artista olandese Jan Steen (1658-1662).

La civiltà islamica
Tra il VII e l’VIII secolo l’influsso della civiltà islamica si fece sentire in maniera determinante. Si sa che gli Arabi nel giro di mezzo secolo occuparono parte delle terre mediterranee e che, dopo un primo periodo caratterizzato da guerre e distruzioni, si dedicarono senza tregua alle lettere e alle arti contribuendo così a salvare la civiltà occidentale da un totale naufragio culturale. La città di Alessandria d’Egitto ad esempio, anche sotto l’occupazione araba, conservò e accrebbe il suo ruolo preminente dell’attività scientifica nel Mediterraneo; un luogo dove convergevano varie culture e varie tradizioni, tollerate o addirittura difese dai califfati arabi, un luogo dove si tentava con tutte le risorse disponibili di salvaguardare quell’imponente patrimonio librario costituito dalla celebre biblioteca andata purtroppo quasi completamente distrutta.

L’antica alchimia praticata nelle officine egizie, se pur con tutto il suo apparato misterioso intriso di occulte filosofie magico-astrologiche, si era trasformata, con il deciso aiuto degli Arabi, in una sorta di chimica pratica che si realizzò con la costruzione di veri e propri alambicchi in grado di ricavare dalle droghe la cosiddetta “quintessenza”, ovvero la parte eterea ed essenziale delle sostanze. E’ ben vero che l’alchimia muove da un’iniziazione, ma lo stesso Geber, considerato il padre di questa scienza e benché la sua alchimia derivi da fonte ellenistica, evitò l’allegorismo ermetico lasciandoci un contributo enorme sia in termini teorici che pratici. I suoi scritti denotano un interesse sperimentale per l’alchimia che si manifesta con le descrizioni di preparazioni chimiche e dei procedimenti di laboratorio, persino con il progetto di costruzione di apparecchi tra cui il forno. Geber descrive per primo accuratamente i metalli ordinari quali il mercurio, l’argento, il piombo, il rame e il ferro, prepara l’acqua forte e l’acqua regia descrivendone le loro proprietà di interagire con i metalli, descrive la pietra infernale, il sublimato corrosivo e il latte di zolfo usatissimi  come medicamenti . “Non bisogna esprimere – scrive – il nostro magistero in termini del tutto oscuri, ma nemmeno con una evidenza che lo renda comprensibile a tutti. Da parte mia io insegnerò in modo che nulla sia nascosto ai Saggi”6.

Più tardi con Abù Bakr Ibn Zacarià, il celebre Razes vissuto tra il IX e il X secolo, l’alchimia geberiana fu spogliata degli ultimi retaggi cosmologici e divenne una sorta di chimica sperimentale. “L’arte segreta della chimica è più possibile che impossibile. I suoi misteri non si rivelano che a forza di lavoro e di costanza… l’uomo può alzale un lembo del velo che copre la natura”. Rhazes proclamava dunque l’efficacia dell’esperimento e Il suo Liber Medicinalis Almansoris 7 trattava vari argomenti di medicina con un vasto repertorio di medicamenti usciti anche dalle officine dell’alchimista. Citò l’orpimento, il borace, i composti arsenicali, lo zolfo, i sali di mercurio e scoprì la preparazione dell’acquavite. Si era aperta la strada alle sperimentazioni dei medici arabi del VII secolo, con le lor estrazioni dei principi attivi volatili dei vegetali per “alambicum” e per “descensorium“,  e si era aperta la strada alle intuizioni dei pensatori medievali che capirono l’importanza di distinguere la materia dalla forma e di separare le sostanze dai medicamenti. Lo stesso Alberto Magno preparava la potassa caustica, purificava l’oro e l’argento, ricavava il cinabro da piombo e mercurio, la biacca dal minio, fabbricava l’acetato di piombo e di rame8, mentre Raimondo Lullo eseguiva i primi tentativi sistematici e razionali di separare i principi attivi (quintessenze) con veri e propri processi di distillazione frazionata9. Questo atteggiamento razionale e pratico dell’Alchimia portò a risultati decisamente positivi dal punto di vista scientifico e il merito di questi alchimisti fu di aver fatto conoscere agli uomini moltissimi di quei fenomeni  che sono l’espressione delle attività della materia non vivente, in parole povere di aver fatto conoscere alcuni fenomeni chimici fondamentali. Se non ci fossero state queste indagini dettate dal prevalente aspetto pratico dell’alchimia fatto di antichi metodi sperimentali quali la putrefazione, la calcinazione, la distillazione e la sublimazione, la teoria atomica sarebbe ancora un’ipotesi come al tempo di Democrito.

La tradizione alchemica bizantina, più aleatoria e metafisica, sfociò invece molto più tardi – nel Rinascimento – con la divulgazione a stampa di numerose opere più o meno segretamente trascritte da codici di origine ellenistica che risvegliarono il fenomeno dell’ermetismo accomunato al neo-platonismo dell’accademia fiorentina. Notevoli erano anche gli influssi di dottrine magico-orientali penetrate nell’ambiente umanistico fiorentino in seguito alle traduzioni di Marsilio Ficino e alle interpretazioni di Pico della Mirandola che coinvolsero il mondo fiorentino nella pratica delle arti magiche e dell’alchimia.

Una curiosa ed enigmatica concezione del mondo
Intorno alla seconda metà del XV secolo giungeva a Firenze un monaco macedone di nome Leonardo con un manoscritto dal contenuto assai curioso, attribuito ad un personaggio di incerta identità di nome Ermete Trimegisto, che suscitò immediatamente una notevole curiosità presso la corte dei Medici, regnanti notoriamente illuminati e protettori delle arti e delle scienze10. Secondo Cosimo de’ Medici c’era più di una ragione per suscitare l’interesse dell’ambiente umanistico fiorentino e per creare le basi di una nuova sapienza ricca di contenuti filosofici e religiosi, perciò ordinò a Marsilio Ficino di tradurre il manoscritto dalla lingua greca a quella latina11. ” Mi incaricò di tradurre Mercurio Trimegisto nell’aprile del 1463 e ho finito la traduzione in pochi mesi, quando Cosimo era ancora in vita…” , scrisse Ficino e nel celebre Argumentum introduttivo spiega le ragioni della grande attesa che si era verificata intorno alla traduzione di questi scritti12. “Eo tempore quo Moyses natus est floruit Athlas astrologus Prometehi phisici fratrer ac maternus avus maioris Mercurii, cuius nepos fuit Mercurius Trimegistus” – scrive Ficino – e rifacendosi alle testimonianze di Cicerone, Lattanzio e Agostino spiega come tale mitico personaggio di origine greca, e nel contempo venerato come un dio dagli Egiziani, fosse da considerare una sorta di philosophus maximus, sacerdos maximus, rex maximus, insomma il primo fondatore della teologia fautore della più antica rivelazione della Verità che condizionò i maggiori teologi antichi quali Orfeo, Aglaofemo, Pitagora, Filolao e finalmente Platone. “Ha previsto la rovina della religione antica, la nascita della nuova fede, la venuta di Cristo, il giudizio futuro, la resurrezione degli uomini, il rinnovamento del mondo, la gloria dei beati, i supplizi dei peccatori e il tutto – dice – contenuto in questo manoscritto ex Macedonia in Italia advenctum diligentia Leonardi Pistoriensis docti probique monachi ad nos pervenit“. Era infatti sorprendente come Cosimo il Vecchio avesse chiesto al giovane Ficino di tradurre il manoscritto prima che egli terminasse le opere di Platone da tempo attese in Occidente, ma evidentemente l’interesse generale per i testi ermetici era veramente forte e ciò è anche dimostrato dalla diffusione assai vasta che la traduzione latina ebbe anche al di fuori della cerchia fiorentina e dall’immediata volgarizzazione del testo divulgata in circa una ventina di esemplari13. Assai presto, nel 1471, il testo fu anche dato alle stampe14. Di fatto ne uscì un poderoso corpo letterario che prese il nome di Corpus Hermeticum; una summa di sapere enciclopedico dotata di una sacralità pari quasi a quella della Genesi che oltretutto stimolò un enorme interesse per le teosofie orientali comprendenti la magia, l’astrologia ed altre simili arti: ma quali erano le fonti dell’opera tradotta da Ficino?

La magia naturale e la figura del mago rinascimentale
Occorre tornare indietro di ben tredici secoli ancora ad Alessandria, città cosmopolita, punto d’incontro delle civiltà orientali e occidentali, dove era nata una sorta di gara letteraria intorno all’interpretazione dei libri sacri, delle immagini e dei segni e che produsse una quantità di manoscritti, molti dei quali di carattere decisamente medico-simbolistico.

Quando gli umanisti, nella loro instancabile opera di recupero dei testi classici, ebbero i primi approcci con queste opere commisero un errore cronologico dalle conseguenze non trascurabili; nella loro ingenua illusione di poter finalmente aprire gli occhi al mondo riesumarono una quantità di documenti misteriosi in grado, secondo loro, di rivelare l’origine dell’antica sapienza nata in Egitto e concepita dal mitico Ermete Trimegisto, una sorta di divinità vissuta ancora in epoca prediluviana. Altri avvenimenti avevano segnato l’intensa attività culturale della Firenze di fine quattrocento: giunsero gli ebrei appena cacciati dalla Spagna portando con sé le loro dottrine cabalistiche e alchemiche subito interpretate e divulgate da Pico della Mirandola15, mentre gli stessi Medici non disdegnarono di praticare con zelo l’arte dell’alchimia16. Si aprì allora un’altra specie di gara letteraria che vide i filosofi neo-platonici cimentarsi con opere sempre più propense ai prodigi della natura.

Tutti questi elementi inseriti in un quadro teorico neo-platonico, determinarono la diffusione di un particolare tipo di magia: la magia naturale, una scienza dotta che si differenziava nettamente dalla negromanzia, l’esorcismo o il volgare commercio con il diavolo. Il mago rinascimentale era colui che leggeva nelle stelle la storia umana, era il sapiente per eccellenza in grado di interpretare i segni del cielo intesi come messaggio divino. Una “ragionevole” interpretazione di quest’ultimo aspetto della magia naturale – quello divino – era quanto mai importante per risparmiarsi prima di tutto il rogo e poi per assicurarsi una certa “immunità nei confronti della chiesa, anch’essa “costretta”, d’altra parte, a collegare spesso eventi sacri con fenomeni astrologici (la cometa dei Magi, l’eclissi solare per la morte di Cristo).

Le stelle dunque potevano sì essere dei segni premonitori di determinati eventi, ma non certo le loro cause. Tuttavia la preoccupazione per le sempre più numerose opere di astrologia giudiziaria e di magia costrinse la chiesa a sancire una volta per tutte che i corpi celesti erano segni della volontà divina condannando, con il concilio di Trento, qualsiasi superstizione “pericolosa” e permettendo il ricorso alle previsioni astrologiche purché rimanessero circoscritte ai domini dell’agricoltura, della navigazione e della medicina17. Quest’ultima liceità fece sì che il dibattito sull’astrologia non venisse bruscamente interrotto: se da un lato affievolì la libera circolazione di opere di astrologia giudiziaria (che continuarono peraltro a diffondersi come manoscritti), dall’altro lato incentivò una sorta di astrologia moderata, per lo più nel campo della medicina, dove le stelle “inclinavano” e non “necessitavano”, dove esse esercitavano il loro influsso sul corpo e non sull’anima. In effetti la medicina astrologica, chiamata anche mathematica scientia, si fondava su una serie di calcoli e gli elementi necessari per questi calcoli furono i pianeti e lo zodiaco18.

Per quanto riguarda l’alchimia, vennero poi alla luce più versioni della cosiddetta “Tabula Smaragdina”, sempre attribuita a Ermete Trimegisto, che furono indubbiamente i testi più letti ed apprezzati. Furono i testi più frequentemente copiati o tradotti in una serie di rielaborazioni, anche in lingua volgare, che raggiunsero la più ampia cerchia di lettori sempre più affascinati da questa disciplina. Tutto questo determinò un imponente ingresso in occidente di Ermete Trimegisto quale fondatore dell’alchimia19.

Uno dei principali interpreti di questo cumulo di discipline fu il filosofo, alchimista Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim. Nella sua introduzione di un ciclo di lezioni tenute presso l’Università di Pavia nel 1515 egli presentava l’opera di ermete Trimegisto citando fonti autorevoli quali Lattanzio, Eusebio, Agostino e naturalmente Marsilio Ficino20 . Nella sua breve e errabonda vita, aveva studiato e occasionalmente praticato anche la medicina, l’alchimia e le arti magiche maturando una sorta di rifiuto delle scienze e delle arti tradizionali che si manifestò nella sua monumentale opera “De Occulta Philosophia21, pubblicata nel 1531, un riferimento per gli alchimisti che seguirono.

Paracelso non fu certo da meno, sempre spudoratamente e provocatoriamente propenso al prodigio, tuttavia suo fu il merito di aver spazzato via un certo occultismo che nei secoli aveva inquinato questa scienza promuovendo osservazioni empiriche ed esperimenti tesi a comprendere la natura.

Pur mantenendo il linguaggio criptico, comune a questa disciplina, egli perseguì il principio che l’alchimia fosse scienza della trasformazione dei metalli reperibili in natura per produrre composti utili alla salute dell’uomo. Era sua convinzione che il corpo umano fosse un autentico sistema chimico nel quale giocavano un ruolo vitale due fondamentali principi alchemici: lo zolfo e il mercurio, ai quali egli ne aggiunse un terzo, il sale. L’origine delle malattie era da ricercarsi dunque non tanto nella corruzione degli umori ippocratici, ma piuttosto nello squilibrio di questi principi chimici, e la guarigione non poteva che avvenire con l’impiego di rimedi di natura inorganica, minerale, chimica insomma. “La natura è tanto acuta e sottile sulle sue cose – scrive 22 – che non si deve usarla se non con molta arte. Essa non dà nulla che sia perpetuo ed è l’uomo che deve renderla perfetta. Questo compimento si chiama alchimia… tutto ciò che la natura dà per l’utilità degli uomini è portata a suo compimento naturale per opera degli alchimisti… la quintessenza è una materia che viene estratta corporalmente da ogni pianta e da tutto ciò che è vita, depurata di ogni impurezza … la quintessenza è natura, forza, virtù e medicina sola che è compresa nell’oggetto, senza mescolanze e senza incorporazioni estranee…”. L’orientamento di Paracelso è evidente e si fonda sull’individuazione dell’alchimia come scienza da applicare alla medicina, un concetto non certo nuovo perché già noto agli alchimisti medievali, se pur mescolato a simbolismi oscuri e idee filosofiche e religiose. Questo orientamento porta necessariamente all’abbandono dell’idea di “trasmutazione” a favore della “separazione” e il merito di Paracelso fu proprio quello di spingersi verso questo atteggiamento riformatore che preparò le basi per la chimica medica.

“È mio dovere – scrive ancora23 – descrivere le cose naturali in modo che molti segreti possano essere conosciuti. Allora il medico potrà preparare la quinta essenza dell’oro e far vergognare Avicenna e i suoi segaci…”. Egli era soprattutto un naturalista e come tale il suo intento era di esplorare la natura per coglierne i segni divini e questi segni avrebbero dovuto aprire gli occhi agli studiosi che sarebbero così riusciti ad usufruire dei doni della natura per ricavarne in una frazione minima la parte attiva, la quinta essenza potente e curativa, il cuore della sostanza originale capace di di impartire ai suoi componenti originali la virtù di agire … La melissa  ha insieme uno spirito di vita, ossia virtù, forza e medicina che permangono anche quando viene è spezzata, poiché la sua predestinazione costante consiste in ciò e si può estrarne perciò la quintessenza e conservarla viva senza che venga distrutta, essendo essa una cosa eterna, per effetto della sua predestinazione” 24.

Da queste acute intuizioni prese forma un’autentica scienza che sopravvisse a lungo in mezzo a tanti “bruciacarboni” impostori e imbroglioni per essere finalmente consegnata, molto più tardi, al genio di Lavoisier.

Prosegue sul prossimo numero.

Note
1. Intimatio Theophrasti Basileae publicata, qua studiosi ad novae medicinae studium undique advocabantur cum eiusdem facultatis professor creatur…, In Prognosticatio eximii doctoris Theophrasti Paracelsi (1536), contenente una serie di 32 profezie.
2. Theophrast von Hohenheim (1493 – 1541), detto Paracelso, era nato a Einsiedeln; il padre Wilhelm vi esercitava la professione medica. Si hanno poche notizie certe sulla sua vita. Trascorse a Einsieldeln i primi anni della sua infanzia, frequentò forse, come studente girovago varie università tedesche da Tubingen a Heidelberg da Wittenberg a Ingolstadt e Monaco. Fu anche allievo di Giovanni Tritemio che sembra averlo introdotto alla occulta philosophia (astrologia, alchimia, qabbalah cristiana). Intorno agli anni ’20 si trovò nel Tirolo per studiare le miniere, le caratteristiche dei minerali e le malattie dei minatori e inoltre compì un ciclo di peregrinazioni che lo condussero, come medico militare, al seguito di diversi eserciti in vari paesi d’Europa. Intorno al 1527 guarisce Erasmo da Rotterdam e Ecolampadio il quale gli fa ottenere il doppio incarico di medico municipale e di insegnante all’Università di Basilea. Dopo poco iniziò un nuovo pellegrinaggio che lo porterà nel 1530 ad essere ospite del barone von Stauff nei pressi di Regensburg dove lo raggiunge la notizia che il Consiglio municipale di Norimberga ha decretato il divieto di pubblicare altri suoi scritti sulla sifilide. Costretto dal suo destino personale, da problemi giudiziari, perseguitato dai suoi nemici, Paracelso scappa, scappa sempre di città in città; muore a Salisburgo il 24 settembre del 1541 (si presume ucciso), pochi giorni dopo aver dettato a un notaio il suo testamento in cui lascia i suoi scarsi beni a un paio di amici e ai poveri della città. La maggior parte delle sue opere fu da lui dettata al pupillo preferito Johannes Oporinus (1507-1568) e pubblicata dopo la sua morte.
3. Z. T. Bovio, Melampigo overo confusione de’ medici sofisti, che s’intitolano rationali, P. P. Tozzi, Padova 1626, 80. Tommaso Zefiriele Bovio studiò legge a Padova, Bologna e Ferrara, combatté in Francia e in Germania, partecipò alla guerra di Carlo V contro la Lega di Smalcalda arruolandosi fra le truppe pontificie. Rientrato nella città natale, vi dovette nuovamente fuggire e riparare a Genova. Fu in quegli anni che probabilmente prese corpo la passione per l’esercizio della medicina, che cominciò a praticare in concomitanza con la professione di astrologo. Egli aveva una conoscenza diretta dei testi paracelsiani ma, nonostante questo, dimostrò di apprezzarne esclusivamente gli insegnamenti farmacologici.
4. Molti critici ritengono però il  De virtutibus Herbarum.. di A. MAGNO, un’opera apocrifa.
5. A. BENEDICENTI, Malati Medici e Farmacisti, Milano, 1947, p. 380.
6.  GEBER (Giabir ibn Hayyan ) visse tra l’VIII e il IX secolo a Kufa in Iraq), fu la somma autorità in materia di alchimia sia nel mondo islamico che nell’Occidente latino. Nella sua Summa risiede l’insieme della scienza alchemica medievale.
7. L’opera consta di dieci libri e fu dedicata al principe Al-Mansùr. Tratta di anatomia, di temperamenti, di dietetica, di terapia, di igiene e di cosmetica.
8. Alberto Magno affronta la tematica alchemica nel De Mirabilis Mundi e nel Liber de Alchimia ,anche queste opere di incerta attribuzione.
9. Raimondo Lullo, autore di Ars Magna, preparò il carbonato di potassa per mezzo del tartaro e delle ceneri di legno, rettificò lo spirito di vino.
10. F. YATES, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Bari, Laterza, 1981.
11. Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 71, 33.Sec. XV; cart.; mm 210X145, cc. V. 212,V’. Del manoscritto portato a Firenze dal monaco Leonardo il Macedone ci da notizia lo stesso Ficino nell’Argumentum che precede la sua traduzione. Il Ficino vendette in seguito il codice ad Angelo Poliziano, come risulta da una nota di quest’ultimo, e venne ritrovato poi tra i libri del Poliziano dopo la sua morte.
12. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 21. 8, c. 3r. (figura pag 35 M.F. il ritorno…)
13. TOMMASO BENCI, Il Pimandro, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 27, 9.
14. EDITIO PRINCEPS DEL PIMANDER, Treviso, Geraert van der Leye, 1471.
15. F. YATES, La filosofia occulta nel Rinascimento italiano, in Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana, Einaudi, 1982.
16. P. CATELLANI, The De’ Medici, Alchemist Family …, in “Atti dell’Accademia Italiana di Storia della Farmacia”, anno XVI, n° 2, Pag. 105, Belluno, 1999.
17. P. ULIVONI , Astrologia, Astronomia e Medicina nella Repubblica Veneta tra il cinque e seicento, In “Studi Trentini delle Scienze Storiche”, anno LXI, n°1, 1982.
18. Grande importanza rivestiva la Posizione dei pianeti nel circolo zodiacale che veniva misurato in gradi e le diverse posizioni avevano speciali denominazioni: congiunzione, opposizione, trino, quadrato e sestile.
19. Tabula Smaragdina de Alchemia, Hermetis Commentarius in : De Alchemia, Norimberga, Johannes Petreius, 1541. Questo testo fu stampato più volte e anche in versione “vulgata”.
20. Heinrich Cornelius Agrippa, Oratio in praelectionem Hermetis Trimegisti de potestate dei, Colonia, Johannes Soter, 1535, 8°, in Bibliotheca Philosofica Hermetica.
21. Enrico Cornelio Agrippa von Nettesheim nacque a Colonia nel 1486 e visse una vita errabonda, che lo portò a girare tutta l’Europa, a causa delle continue denuncie di magia ed eresia che lo perseguitavano. Conclusi gli studi umanistici, si interessò di astrologia; recatosi alla corte di Margherita d’Austria, dovette fuggire per i potenti nemici che si era fatto per il suo carattere battagliero e la sua lingua pungente. Andò a Parigi, a Londra, a Venezia, sbarcando a fatica il lunario con l’insegnamento di teologia. Morì a Grenoble nel 1536, in estrema povertà. Il De occulta philosophia è l’opera principale di Agrippa, pubblicata in tre libri nel 1533; una sintesi di alchimia, cabala, magia e filosofia naturale, in cui il mago viene definito “uomo saggio, sacerdote e profeta, non individuo superstizioso e demoniaco”, in quanto studioso di magia, una scienza sperimentale i cui fenomeni non sono affatto trascendenti.
22. La maggior parte delle sue opere fu da lui dettata al pupillo preferito Johannes Oporinus (1507-1568) e pubblicata dopo la sua morte. Esse comprendono: (Die große Wundarzney. Ulma, 1536. Opus Chirurgicum, Bodenstein, Basilea, 1581. Huser’sche Quartausgabe (medizinische und philosophische Schriften), Basilea, 1589. Chirurgische Bücher und Schriften (Huser), Basilea, 1591 und 1605. Straßburger Ausgabe (medizinische und philosophische Schriften), 1603. Opera omnia medico-chemico-chirurgica, Ginevra, Vol3, 1658. Philosophia magna, tractus