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Approfondimenti di ecologia: “Scetticismo fuori luogo”

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Ultimamente si sta assistendo al diffondersi di posizioni fortemente scettiche nei confronti dei mutamenti climatici in atto, di cui si mettono spesso in discussione la fondatezza e la veridicità. Di fronte a tali critiche, la memoria mi rimanda alle immagini di molti ghiacciai alpini che avevo visitato negli anni ’70 e 80’ del secolo scorso: tra questi il Gries (Canton Vallese) e il Morteratsch (Canton Grigioni), entrambi nelle Alpi svizzere, il Sabbione (Val Formazza, VB), la Vedretta di Fellaria orientale e il Ventina in alta Val Malenco, il Gran Zebrù nel massiccio dell’Ortles-Cevedale, oggi tutti drasticamente ridotti nelle loro dimensioni. Al ritrarsi progressivo dei ghiacciai i depositi morenici li hanno sostituiti su ampia parte della loro estensione originaria (i fronti glaciali si sono ritirati in media di 0,5-1 Km di lunghezza nell’ultimo mezzo secolo) sino a invadere le rive, in passato lambite dalle lingue glaciali, di molti laghi alpini. Come smentire una simile evidenza? 

Altri fedeli testimoni del cambiamento in atto sono le piante grasse che coltivo da tempo, in vaso, sul terrazzo di casa e che, ormai da qualche anno, lascio all’aperto anche d’inverno, dopo averne verificata la possibilità di farlo senza nuocere alle piante stesse. Tra queste un’aloe, alcune agavi, di dimensioni ragguardevoli, e diverse cactacee, ora sto proseguendo la sperimentazione con specie via via maggiormente sensibili al gelo. Una ventina di anni fa, quando provai per la prima volta a lasciare un esemplare di aloe all’aperto durante l’inverno, il risultato fu un ammasso verde flaccido e inerte, privo di vita. Un semplice esempio di utilizzo dei bioindicatori. 

Viene altresì contestata l’origine antropica del processo ma, curiosamente, si avanza nel contempo la possibilità che qualcuno, intenzionalmente, possa condizionarlo agendo sui fattori meteorologici che ne determinano l’evoluzione. Strana contraddizione: dapprima si mette in dubbio l’esistenza del cambiamento, e in particolare la possibilità che a determinarlo siano state le attività antropiche, per suggerirne poi addirittura l’intenzionalità. Al fine di suffragare questa ipotesi si denuncia la comparsa, nel cielo, di scie di natura ignota, sempre più estese e frequenti, il cui effetto sarebbe quello di modificare le condizioni meteo a scala locale. Dimenticando peraltro che, dall’avvento dell’aereo come mezzo di trasporto di massa, sono ormai trascorsi molti decenni e il traffico ha subito continui incrementi. Abbastanza logico pertanto, che il numero di scie di condensazione (di vapore o gas di scarico s.l.) sia aumentato in proporzione e così la loro copertura, con una anomalia in corrispondenza dell’epidemia di COVID tra il 2020 e il 2022, date le limitazioni imposte alla libertà di movimento (in questo lasso di tempo infatti, si è riscontrata una diminuzione del fenomeno). Attualmente, però, il traffico aereo è tornato pressoché ai livelli di prima della pandemia e si prevede che, nel mondo, il solo “movimento passeggeri” potrebbe raddoppiare da qui al 2042 e aumentare ancora di 2,5 volte entro il 2052 (fonte: Luis Felipe de Oliveira, direttore generale di Aci World). 

Quindi, se emissioni comunque secondarie (rapportate alla quantità complessiva di inquinanti immessi nell’atmosfera), fossero in grado di modificare in misura sostanziale le condizioni meteo e, su scala temporale più ampia, il clima, immaginiamo l’effetto dei due secoli e mezzo trascorsi dall’inizio della prima rivoluzione industriale. Personalmente, ricordo bene le dense colonne di fumo che, sino agli anni ’60 e ’70 del Novecento, si alzavano dalle tante ciminiere delle zone industriali intorno a Milano e si allargavano verso l’alto a formare una cappa che oscurava il cielo. Oggi il paesaggio è cambiato, forse per sempre, da quando la maggior parte di quelle fabbriche ha cessato l’attività liberando gli abitanti da un incubo. Nel frattempo lo scenario si è spostato verso le regioni di recente industrializzazione, concentrate per lo più nel continente asiatico, con visioni da inferno dantesco che testimoniano di un processo apparentemente inarrestabile. 

Peraltro, sia che si tratti di un risultato perseguito volontariamente piuttosto che di un danno collaterale non previsto, nulla cambierebbe circa le conseguenze del processo e si confermerebbe comunque la sua origine antropica. Non occorre immaginare volontà occulte impegnate in un progetto di trasformazione del mondo, la logica che agisce in questa società è di per sé sufficiente a generare sempre nuovi guai, in maniera del tutto automatica.