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Le piante utili per i disturbi cutanei in età pediatrica

10hr

*Ludovica Pandolfini

La dermatite atopica e quella irritativa da pannolino sono problemi che frequentemente interessano i più piccoli. Una panoramica sull’eziologia e le manifestazioni cliniche di questi disturbi e sul supporto offerto da alcune piante medicinali con spiccato tropismo cutaneo.

La cute è un organo complesso che ricopre l’intera superficie corporea agendo da barriera protettiva nei confronti dell’ambiente esterno opponendosi al passaggio dei microrganismi, assorbendo e bloccando le radiazioni, impedendo la perdita di liquidi e concorrendo alla regolazione della temperatura corporea, caratterizzandosi anche di un fondamentale ruolo immunologico. Dalla superficie in profondità, la cute è costituita da un epitelio (epidermide) che, insieme agli annessi cutanei, rappresenta il parenchima cutaneo, da un tessuto connettivo (derma) che sostiene l’epidermide e da un tessuto adiposo (sottocutaneo o ipoderma). Nel derma e nel tessuto sottocutaneo sono contenuti i follicoli piliferi, le ghiandole sebacee, i muscoli erettori dei peli, le ghiandole sudoripare, ma anche vasi e nervi (Cainelli et al., 2012). L’epidermide è un epitelio squamoso pluristratificato in cui si distinguono quattro famiglie cellulari:

a) I cheratinociti, che rappresentano il 90% di tutte le cellule epidermiche, sono capaci di differenziarsi in cheratina migrando verso le parti più esterne dell’epidermide. Durante il transito intraepidermico, il cheratinocita subisce modificazioni morfologiche che consentono la differenziazione istologica dell’epidermide nello strato basale, spinoso, granuloso e corneo, dove si trasformerà in corneocita.

b) I melanociti sono cellule dendritiche di origine neurale – che si intervallano tra i cheratinociti nello strato basale – la cui funzione è quella di trasformare la tirosina in melanina, grazie all’enzima tirosinasi.

c) Le cellule di Langerhans sono cellule dendritiche di origine midollare, localizzate nello strato soprabasale dell’epidermide, ricche di antigeni di superficie e per questo coinvolte nell’espressione della risposta immunitaria.

d) Le cellule di Merkel, a ridosso dello strato basale dell’epidermide, si attaccano ai cheratinociti tramite desmosomi e sono associate a sottili terminazioni nervose mieliniche producendo numerosi neuropeptidi, per quanto la loro funzione non sia stata ancora del tutto chiarificata.

Il derma è un tessuto di origine mesenchimale particolarmente resistente che ha la funzione di sostenere e fornire nutrimento all’epidermide e agli annessi cutanei, proteggendo il corpo dagli stimoli meccanici provenienti dall’esterno. È costituito da fibroblasti, fibre collagene, fibre elastiche e dalla sostanza fondamentale in cui sono contenuti i vasi sanguigni, i vasi linfatici, i nervi e gli annessi cutanei (Cainelli et al., 2012); sono comunque i fibroblasti le principali cellule che lo costituiscono e sono le stesse responsabili della produzione del collagene a partire dal suo precursore, il procollagene, e dell’elastina, “core” centrale delle fibre elastiche. Il collagene consente l’estensione della cute, mentre l’elastina garantisce il suo ritorno alle dimensioni originali dopo una trazione (Rebora et al., 2012). Il sottocutaneo, più comunemente conosciuto come tessuto adiposo, è di derivazione mesenchimale ed è formato da adipociti, ovvero cellule di grosse dimensioni con nucleo schiacciato in periferia, il cui citoplasma è ricco di lipidi, soprattutto trigliceridi, che conferiscono al tessuto stesso funzione di riserva di grassi a cui l’organismo può attingere in caso di necessità. Nel bambino lo spessore della cute è minore rispetto all’adulto, lo strato corneo in particolare è infatti più sottile e appare minore la coesione intercellulare tra le cellule basali e la membrana basale: solo con lo stimolo ormonale della pubertà la cute acquisisce il trofismo e lo spessore tipico dell’età adulta. Pertanto, nella cute infantile l’effetto barriera che lo strato corneo oppone alla penetrazione delle sostanze e dei microrganismi in generale e dei principi attivi in particolare è ridotto. Lo strato corneo si forma per differenziazione dell’epidermide ed è un tessuto eterogeneo composto di corneociti, cellule anucleate prive di lipidi, che influenzano la permeabilità della barriera grazie alla loro funzione di distanziatori, costringendo l’acqua e le sostanze esogene ad attraversare un percorso extracellulare idrofobico: l’integrità dei corneociti è prerogativa alla funzionalità dello strato corneo. L’acqua fa sì che venga mantenuta la morbidezza e la flessibilità dello strato corneo, che ne deve necessariamente contenere più del 10%, e viene legata sia grazie ai lipidi delle membrane intercellulari sia grazie alle sostanze solubili in acqua che si trovano all’interno dei corneociti, conosciute come NMF (Natural Moisturizing Factor), i cui componenti derivano dalla proteolisi della filaggrina, proteina presente nell’epidermide che regola il passaggio di acqua e la permeabilità. Lo spessore dello strato corneo e quello dell’epidermide è il 20-30% più sottili nei bambini dai 6 ai 24 mesi di vita rispetto alle dimensioni in età adulta, per cui la cute risulta senza dubbio più fragile di fronte a stimoli meccanici esterni.

LA DERMATITE ATOPICA

La dermatite atopica (DA) è una patologia infiammatoria della cute a decorso cronico e/o recidivante caratterizzata da alterata reattività immunitaria T linfocitaria e IgE mediata, che si manifesta in genere nei primi anni di vita o durante l’adolescenza in seguito al contatto con determinati allergeni che possono pervenire per via respiratoria, alimentare o per contatto. È una sindrome multifattoriale, familiare, a trasmissione autosomica recessiva, che si manifesta dal punto di vista clinico come una dermatite pruriginosa. L’atopia, come condizione biologica, è attualmente presente nel 35% della popolazione generale e la dermatite atopica, che rappresenta in genere la prima manifestazione dell’atopia, colpisce il 10% dei bambini in età scolare e l’esordio nell’80% dei casi è intorno al terzo mese di vita (Cainelli et al., 2012).

Eziopatogenesi

Sia fattori immunologici sia fattori non immunologici intervengono nella patogenesi della malattia; questi ultimi in particolare riguardano il contatto con irritanti esterni, la sudorazione, infezioni microbiche e fattori stressanti, mentre i fattori immunologici riguardano allergeni alimentari, inalanti e da contatto. Il sistema immunitario dei soggetti atopici è geneticamente predisposto a favorire reazioni di ipersensibilità IgE mediate nei confronti di comuni antigeni presenti in alimenti e nell’ambiente, condizione aggravata dalle alterazioni della funzione della barriera cutanea, che contribuisce a creare un circolo vizioso incrementando la suscettibilità al rilascio di citochine e fattori di crescita e all’attivazione di mediatori chimici associati all’infiammazione. In un tentativo di semplificazione si può asserire che la malattia sembra essere il risultato di una suscettibilità genetica, di un malfunzionamento del sistema immunitario e di un difetto funzionale della barriera cutanea. Circa il 30% dei pazienti affetti da DA ha una mutazione per il gene che codifica la filaggrina, i cui livelli diminuiscono anche nelle aree di cute sana; sembrano però esistere anche altre mutazioni geniche correlate allo sviluppo dell’eczema atopico riguardanti enzimi o altre proteine strutturali.

Manifestazioni cliniche

Le manifestazioni cliniche variano in base all’età. Nel lattante e durante i primi due anni di vita le lesioni assumono un aspetto “eczematoso” e interessano soprattutto le guance, risparmiando la regione perianale. Il prurito è un sintomo pressoché costante che causa insonnia e irritabilità; inoltre, il grattamento reiterato comporta un ispessimento patologico della cute e la stessa lichenificazione scatena prurito determinando un circolo vizioso. Le lesioni, durante la prima fase infantile, possono interessare anche il tronco e gli arti ed è facile che in concomitanza siano presenti sovrainfezioni piogeniche da Staphylococcus aureus, che comportano un aumento dell’essudazione sierosa, quasi mai purulenta (Cainelli et al., 2012). Nella seconda fase infantile, fino ai 12 anni circa, la DA si localizza preferenzialmente alle pieghe degli arti, interessando eventualmente anche i polsi, le caviglie e la nuca. Le lesioni, se non trattate, possono durare anche mesi e si differenziano in fase acuta, in cui sono rappresentate da erosioni con essudato sieroso o da papule e vescicole pruriginose, mentre in fase cronica si distinguono segni di lichenificazione, ma anche cambiamenti di pigmentazione. Il segno distintivo della dermatite atopica è rappresentato dalle manifestazioni recidivanti di infiammazione cutanea, da un disordine della funzione della barriera cutanea che determina secchezza della cute e dalla sensibilizzazione IgE mediata a cibi e allergeni.

Diagnosi

La diagnosi è basata sulla storia clinica e sulle manifestazioni cutanee. La dermatite atopica non presenta una lesione primaria tipica, ma una costellazione di segni clinici (Murgia et al., 2009) e la diagnosi si effettua sulla base dei criteri di Hanifin-Lobiz e Raika, che li distinguono in maggiori (prurito, tipica distribuzione e morfologia, anamnesi personale e familiare positiva per atopia) e minori (inizio nei primi mesi di vita, IgE sieriche totali elevate, xerosi o ittiosi, ecc.). Per fare una diagnosi dovrebbero essere presenti almeno tre criteri clinici maggiori e tre criteri clinici minori.

La morfologia delle lesioni è davvero poco specifica e varia appunto in base all’età del soggetto: nel bambino più piccolo sono presenti lesioni infiammatorie tipiche della fase acuta (eritema, vescicole, erosioni e croste) che nel bambino più grande assumono invece un aspetto più secco e lichenificato. Occorre, per la scarsa specificità delle lesioni, operare una diagnosi differenziale per evitare di confondere la condizione di DA con altre comuni malattie cutanee come la dermatite seborroica o da contatto, ma anche psoriasi o scabbia. Occasionalmente, un paziente con una clinica e una storia compatibile con DA potrebbe avere una dermatite da contatto che si manifesta con lesioni eritematose formate da squame giallastre untuose, le quali non causano prurito e si localizzano a livello del cuoio capelluto e/o delle sopracciglia, delle ascelle o delle pieghe inguinali (Cainelli et al., 2012).

Trattamento fitoterapico

Il trattamento deve essere finalizzato alla risoluzione in primis del danno cutaneo, contrastando la secchezza cutanea e ripristinando la funzionalità della barriera, ma dovrà anche essere in grado di ridurre l’infiammazione, diminuire il prurito, trattare le infezioni secondarie batteriche e prevenire le ricadute. Le piante medicinali che vantano proprietà emollienti, idratanti e antinfiammatorie sono molte, e a seguire vediamo quelle più utili in ambito dermatologico per il trattamento della dermatite atopica.

– Oenothera biennis, pianta erbacea biennale appartenente alla famiglia delle Onagraceae, comunemente conosciuta con il nome di “Rapunzia”, che si riconosce per i grandi fiori gialli solitari disposti in lunghi racemi fogliosi, i quali si aprono nel tardo pomeriggio, al tramonto. Dai numerosi semi, rotondeggianti e senza pappo, si estrae a freddo (per consentire il mantenimento dell’omogeneità degli acidi grassi polinsaturi contenuti) un olio fisso o grasso ricco in acidi grassi polinsaturi, soprattutto acido linoleico (65-80%) e g-linolenico (8-14%), per quanto si ritrovino anche steroli e triterpeni. L’olio di enotera (con una titolazione in acido g-linolenico variabile dal 7 al 10%, secondo la pubblicazione scientifica dell’American Botanical Council ABC Clinical guide to herbs) è impiegato, in età pediatrica, nel trattamento dell’eczema atopico a una dose giornaliera di 4-7 mg/Kg di acido g-linolenico da frazionare durante la giornata (Murgia et al., 2006), per quanto i risultati clinici potrebbero essere apprezzabili non prima di alcuni mesi di cura. Nei pazienti affetti da dermatite atopica si riscontra una ridotta attività dell’enzima d-6-desaturasi, responsabile della conversione dell’acido linoleico in acido g-linolenico, e risultano inoltre più sensibili agli effetti avversi causati dai farmaci antinfiammatori non steroidei a livello gastrico per la ridotta produzione di prostaglandine, protettrici della mucosa, a partire dagli acidi grassi polinsaturi, dato che l’acido g-linolenico è un immediato precursore delle PGE1, prostaglandine con attività antinfiammatoria e antiaggregante.

Il trattamento con l’olio fisso di enotera, che sfrutta l’azione di una sostanza naturale fisiologica efficace e di riconosciuta validità scientifica, riduce le alterazioni cutanee ripristinando la permeabilità delle membrane e diminuisce la sensibilità della pelle agli stimoli infiammatori, dato che l’acido g-linolenico sopprime l’attività degli enzimi ciclossigenasi e lipossigenasi inibendoli competitivamente con conseguente minor produzione di prostaglandine e leucotrieni, molecole pro-infiammatorie (Capasso et al., 2006). L’uso dell’olio fisso di enotera, che nell’uomo inibisce il fattore di attivazione piastrinica, va evitato in pazienti che assumo farmaci anticoagulanti orali e va usato con cautela in pazienti affetti da epilessia o schizofrenici poiché l’uso concomitante a farmaci anticonvulsivanti e fenotiazine può causare un abbassamento della soglia alla quale si manifestano gli attacchi convulsivi. Può causare episodi di cefalea e diarrea e, in mancanza di studi clinici che ne assicurino la sicurezza, l’utilizzo in età pediatrica deve essere prudente e solo su prescrizione medica.

– Borago officinalis, pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Boraginaceae che viene coltivata per l’olio che si ricava dai suoi semi, ricco in acidi grassi polinsaturi, come l’olio di enotera, della serie omega-6.

L’olio estratto dai semi della pianta suscita elevato interesse soprattutto come fonte di acido g-linolenico per il mantenimento dell’integrità della barriera cutanea (Murgia et al., 2009). Quest’acido, oltre a essere rapidamente metabolizzato al precursore di PGE1, l’acido diomo-g-linolenico, modula anche il sistema immunitario riducendo l’attività di alcune citochine (IL-10 e IL-4) iper- espresse nella manifestazione acuta della dermatite atopica, potenti induttori di flogosi che, a loro volta, attivano i mastociti i quali rilasciano fattori pro-infiammatori. Alle dosi raccomandate, in letteratura non sono riportati effetti collaterali o particolari precauzioni d’uso dato che l’olio di semi è privo di alcaloidi pirrolizidinici tossici, presenti invece nelle foglie, che causano danno epatico ma, come già detto per l’olio di enotera, dal momento che l’acido g-linolenico aumenta il tempo di coagulazione, anche l’uso di questo olio è controindicato in soggetti trattati con anticoagulanti perché aumenterebbe il rischio di sanguinamento.

– Aloe vera, pianta xerofita appartenente alla famiglia delle Xanthorrhoeaceae (Aloaceae), ha una tradizione d’uso a scopo salutistico che dura da oltre 6000 anni. È caratterizzata da foglie carnose e lanceolate, spinose sui margini e all’apice, riunite a rosetta alla base o a una certa altezza del fusto. Fiorisce annualmente, dando vita a fiori gialli o rossi riuniti in un grappolo terminale sostenuto da un lungo scapo (Bruni, 1999). Il succo fluisce spontaneamente dalle foglie che vengono tagliate e disposte attorno a una buca con invaso impermeabile, oppure appese sopra a secchi di raccolta del liquido, che verrà poi posto in recipienti sul fuoco vivo finché si avrà la formazione di una massa con consistenza vetrosa una volta raffreddata. Ai fini dermatologici però si usa il gel fogliare che viene estratto per spremitura e incidendo profondamente il parenchima della parte interna delle foglie per poi essere sterilizzato, in modo che non acquisisca una colorazione bruna ma rimanga incolore. La stabilizzazione a freddo è il metodo di conservazione del gel che lo mantiene in uno stato il più vicino possibile alla forma originale, senza che vengano perse la potenza e l’efficacia racchiuse nella foglia fresca, appena raccolta. Il gel fogliare può essere definito un idrocolloide che consiste di acqua e polisaccaridi come l’aloeride, con proprietà immunostimolanti, ma contiene anche aminoacidi e acidi grassi polinsaturi: quando viene applicato sulla cute cede una quota consistente di acqua allo strato corneo e i polisaccaridi formano un sottile film in modo che l’acqua resti più a lungo a contatto con la cute come fosse un “impacco” idratante (Murgia et al., 2009); il piccolo film lipidico che si crea riduce la perdita di acqua dallo strato corneo abbassando il TEWL (Trans Epidermal Water Loss o “perspiratio insensibilis”), dato che il disordine associato più frequentemente alla DA è la cute secca, che prende il nome scientifico di xerosi, condizione in cui si riscontra un aumento della perdita d’acqua transepidermica per anormale costituzione della funzione barriera dello strato corneo. Il gel favorisce anche l’attività dei fibroblasti, le cellule più abbondanti del derma, esplica un’azione eutrofica favorendo la riepitelizzazione ed è dotato di attività antinfiammatoria anche grazie alla presenza di acemannano, un glicosaminoglicano con azione antigenica, immunostimolante e antivirale. L’uso topico non è associato a effetti collaterali rilevanti, per cui non vi è alcuna controindicazione nota e nessuna avvertenza richiesta.

– Glycyrrhiza glabra, pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Leguminosae (Fabaceae) della quale vengono utilizzate le radici e gli stoloni, decorticati o no. Conosciuta come liquirizia, il suo fitocomplesso è costituito soprattutto da saponosidi come la glicirrizina che, per idrolisi, viene scissa nell’aglicone acido glicirretico e in due molecole di acido glucuronico, ma anche da triterpeni, composti flavonoidici, cumarine e steroli. Sia la glicirrizina che il suo aglicone acido glicirretico hanno attività antiflogistica che si esplica bloccando il metabolismo delle PGE e PGF2a. La stessa attività sembra essere legata anche all’attività corticosteroidea simile, dovuta a un potenziamento indiretto dell’attività dei glucocorticoidi da parte di entrambe le sostanze. Le proprietà antinfiammatorie della frazione triterpenica e delle saponine di Glycyrrhiza glabra hanno reso la pianta di comune impiego per disturbi cutanei come la dermatite atopica, ma anche per quella seborroica, per l’eritema da pannolino e solare. Le infezioni batteriche sono comuni nella DA e il 90% delle lesioni cutanee sono colonizzate dallo Stafilococco aureo, che si ritrova nel 75% dei casi anche su cute non interessata da dermatite. A questo proposito, la liquirizia vanta anche un’attività antibatterica nei confronti dello Stafilococco aureo, nonché di altre specie batteriche, determinata dalla frazione flavonoidica del fitocomplesso (Murgia et al., 2006). La FUI riporta la radice e gli stoloni non mondati ed essiccati di Glycyrrhiza glabra che devono contenere non meno del 4% di acido glicirrizico e non meno del 20% di sostanze estraibili con acqua (Bruni, 1999). Le indicazioni per gli effetti collaterali, oggetto di grande dibattito, sono importanti poiché in generale l’assunzione di dosi elevate può causare effetti di tipo mineralcorticoide, ovvero perdita di potassio, ritenzione di acqua e di sodio con conseguenti stati di ipertensione arteriosa, ipokalemia e disturbi cardiaci per cui è esclusa l’associazione con i glicosidi digitalici e altri farmaci come i diuretici tiazidici, che contribuiscono alla perdita ulteriore di potassio.

- Le piante utili per i disturbi cutanei in età pediatrica
- LA DERMATITE ATOPICA
- LA DERMATITE IRRITATIVA DA PANNOLINO 
- Prevenzione e trattamento fitoterapico
Oenothera_biennis foto di George Chernilevsky

LA DERMATITE IRRITATIVA DA PANNOLINO 

La dermatite da pannolino è uno dei più frequenti disturbi minori del bambino nei primi 2 anni di vita (Meneghini et al., 1983). Si tratta di una definizione di tipo “topografico” che non consente di distinguere le eruzioni cutanee legate direttamente all’uso del pannolino da problemi preesistenti come psoriasi, dermatite seborroica o eczema che il pannolino tende ad aggravare o ancora da lesioni indipendenti dal pannolino stesso (Murgia et al., 2009). Per poterla differenziare dagli altri stati infiammatori è meglio definibile dermatite irritativa da pannolino (DIP), dato che si tratta di una dermatite irritativa da contatto. Si manifesta soprattutto dai 9 ai 12 mesi, per quanto segni precoci di DIP sono stati notati anche nei primi giorni di vita.

Eziopatogenesi

I pannolini hanno senz’altro importanza come dimostra la localizzazione preferenziale alla superficie convessa delle natiche e il risparmio delle pieghe inguinali. Il meccanismo patogenetico più importante è il ristagno delle urine e delle feci a contatto con la cute, aggravato dall’alto grado di umidità e di macerazione causato dal tessuto del pannolino che impedisce la traspirazione. L’umidità prolungata, infatti, conduce alla macerazione dello strato corneo della cute, la cui integrità viene meno, aumentando in questo modo la suscettibilità della cute stessa alla frizione con il tessuto del pannolino, danneggiando di conseguenza la sua funzione di barriera e aumentando la reattività a sostanze/agenti irritanti (Meneghini et al., 1983). Non è trascurabile il fatto che la DIP sia causata comunemente anche da Candida albicans(Kliegman et al., 2007) che complica spesso dermatiti da pannolino non infettive. L’infezione da Candida albicans può essere causata anche da contestuali terapie con antibiotici orali, caratterizzandosi così come effetto collaterale.

Manifestazioni cliniche

Le lesioni sono preferenzialmente localizzate alla convessità delle natiche e al pube e, nella maggior parte dei casi, la DIP ricorda una dermatite da contatto irritante che si manifesta con lesioni eritematose, congeste, spesso essudanti e solitamente confluenti (Ravanfar et al., 2012). Più raramente le lesioni risultano isolate, talvolta papulose, altre volte pustolose mentre lesioni ulcerative si possono verificare quando lo stimolo flogistico è molto intenso e persistente. La DIP rimane difficilmente un episodio isolato, tende a recidivare ogniqualvolta si presentino stimoli scatenanti come il ritardo nel cambio dei pannolini, episodi diarroici, terapie antibiotiche: regredisce completamente solo quando il bambino raggiunge l’autonomia nel controllo degli sfinteri, portando alla sospensione dell’uso dei pannolini.

Diagnosi

La diagnosi prevede l’ispezione dell’area del pannolino, per quanto la DIP non sia l’unica affezione che colpisce questa zona (lesioni causate da dermatite seborroica o DA possono simulare quelle della DIP). Occorre pertanto una diagnosi differenziale che consenta di individuare e discriminare il disturbo, le cui manifestazioni tipiche sono rappresentate dalla cute arrossata, dai piccoli puntini, da papule e vescicole limitatamente all’area del pannolino, risparmiando le pieghe inguinali, una sintomatologia che non disturba eccessivamente il bambino. L’infezione batterica o micotica secondaria è comune (Kliegman, 2007) e prima di iniziare la terapia si dovrebbe escludere la possibilità di una dermatite da candida, che può essere diagnosticata per la cute rosso-rosa con numerose pustole e papule da 1-2 mm alla periferia della dermatite, che infastidiscono molto il bambino.

Prevenzione e trattamento fitoterapico

Alcuni neonati hanno una predisposizione per la dermatite da pannolino e il trattamento può essere difficile. La terapia della dermatite deve innanzitutto cercare di eliminare i fattori causali (Meneghini et al., 1983). L’effetto dannoso dovuto all’iper-idratazione cutanea e causato anche dal contatto prolungato con feci e urine può essere ovviato con un cambio più frequente del pannolino. Il lavaggio eccessivo porta a screpolature e a un peggioramento del disturbo, per cui il bambino deve essere lavato senza sapone e con acqua tiepida, oppure applicando detergenti delicati, non necessariamente antisettici, per poi essere asciugato delicatamente, senza strofinare. Pannolini monouso contenenti un materiale super assorbente possono coadiuvare al mantenimento di un ambiente asciutto.

Per prevenire e trattare la DIP servono prodotti dotati di attività emolliente/idratante, riepitellizzante e cicatrizzante, antimicotica e antibatterica (Murgia et al., 2009) come Melaleuca, Lavanda e Calendula. Anche la Propoli è dotata di attività antinfiammatoria e antinfettiva che la rendono adatta all’utilizzo in campo dermatologico.

– Melaleuca alternifolia è una pianta legnosa appartenente alla famiglia delle Myrtaceae da cui, per distillazione delle foglie e delle parti terminali dei rami, si ricava un olio essenziale noto per le proprietà battericide, germicide e fungicide ricco di 1-terpen-4-olo, terpinene, 1,8-cineolo e molti altri terpeni (Bruni, 1999) e per l’elevata stabilità nel tempo. Oltre all’attività antibatterica, quest’olio essenziale, noto come “tea tree oil”, vanta proprietà antimicotica e antiprotozoaria, che ne giustificano l’uso nelle infezioni da Candida albicans e nelle infezioni cutanee in generale; infatti nella DIP può essere facilmente diagnosticata un’infezione micotica secondaria da Candida che il “tea tree oil” eradica. La buona tolleranza da parte delle mucose e quindi la sostanziale innocuità all’impiego topico ne consente un uso prolungato. Si ritiene che la componente terpenica dell’olio essenziale alteri le funzioni e le proprietà della membrana cellulare fungina inserendosi nel doppio strato lipidico (Capasso et al., 2006). Le segnalazioni di ipersensibilità locale, come rash e prurito, sono scarse, per quanto l’olio non dovrebbe essere applicato su cute lesionata o colpita da rash non di origine fungina; si consiglia dunque di diluire comunque l’olio essenziale prima di applicarlo sulle mucose, mentre può essere usato puro nelle micosi cutanee e onicomicosi (Campanini, 2004). I componenti idrosolubili sopprimono la produzione di mediatori pro-infiammatori come TNFa e IL-10, il che giustifica l’attività antinfiammatoria del “tea tree oil”. La peculiarità più interessante rimane l’assenza di effetti irritanti su cute e mucose, che fanno sì che l’olio essenziale possa essere usato come ingrediente funzionale in numerose formulazioni destinate al trattamento delle infezioni delle cute e delle mucose. L’uso orale in età pediatrica può causare sonnolenza e disorientamento, per cui si raccomanda l’uso topico in creme all’1-2% di olio, da applicare almeno 2 volte al giorno per un periodo non inferiore ai 30 giorni.

– Lavandula officinalis, una delle specie del genere Lavandula, arbusto sempreverde originario dell’Europa meridionale e appartenente alla famiglia delle Lamiaceae (Labiatae), di cui si usano le sommità fiorite. È alto fino a un paio di metri con foglie dal tipico color grigio-argentato e fiori estivi dalla colorazione tipica blu-violacea. Foglie e fiori emanano un intenso profumo usato fin dall’antichità nei cosmetici e nei detergenti, e i fiori freschi vengono impiegati soprattutto per la realizzazione di oli essenziali per distillazione in corrente di vapore noti anche per le proprietà antisettiche e antinfiammatorie. L’impiego proprio della droga previsto dalle linee guida ministeriali di riferimento è riferito comunque alle proprietà rilassanti in stati di agitazione e insonnia, colagoghe, coleretiche ed eupeptiche al fine di trattare disappetenza, flatulenza e la piccola insufficienza epatica (Campanini, 2004). L’olio essenziale estratto dai fiori di lavanda contiene soprattutto acetato di linalile (fino al 40%), linalolo (fino al 38%), lavandulolo, cineolo e canfora. Per l’assenza di effetti irritanti e grazie all’azione antinfiammatoria e decongestionante delicata, è utile in pediatria per trattare la dermatite da pannolino con preparazioni estemporanee, caratterizzate da poche gocce di olio essenziale di lavanda in acqua tiepida e utilizzate per bagnare con del cotone idrofilo la parte interessata, nonché come detergente a ogni cambio di pannolino. La Eu. Ph. ed.8.0 riporta i fiori essiccati della pianta che devono contenere non meno di 13 mL/kg di olio essenziale calcolato sulla droga anidra, e viene riportata la monografia dell’olio di lavanda ottenuto per distillazione in corrente di vapore delle sommità fiorite (Capasso et al., 2006).

– Calendula officinalis, pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Asteraceae (Compositae) coltivata per i grandi capolini dal caratteristico colore giallo-aranciato. È comunemente usata per il trofismo e la funzionalità della pelle e fin dall’antichità se ne faceva uso per curare le ferite, specialmente le ustioni e le abrasioni. La calendula contiene flavonoidi (rutina, isoquercitrina, narcisina), mucillagini, saponine triterpeniche, acidi fenolici, resine, pigmenti e olio essenziale, in cui prevalgono composti terpenici. La droga è costituita dai capolini, interi o frammentati e deve contenere non meno dello 0,4% di flavonoidi, calcolati come iperoside, con riferimento alla droga essiccata (Capasso et al., 2006). La droga vanta proprietà antinfiammatorie attribuite alla frazione triterpenica; antibatteriche, antivirali e immunostimolanti per la presenza di polisaccaridi e di olio essenziale; favorisce anche la guarigione delle ferite per l’azione cicatrizzante/riepitelizzante svolta dalle mucillagini. Per trattare e prevenire la dermatite irritativa da pannolino in età pediatrica è consigliabile l’uso di fitoterapici, soprattutto in crema, che abbiano attività emolliente, riepitelizzante e antibatterica; le sostanze mucillaginose contenute in Calendula officinalis si dimostrano anche capaci di rendere morbidi gli strati superficiali della cute del bambino, aumentandone l’elasticità (Bruni,1999) e decongestionando la zona. Applicate localmente, le mucillagini hanno azione protettiva su cute e mucose infiammate o lese (Capasso et al., 2006), isolano e proteggono le parti irritate e ne condizionano il grado di umidità, fattore implicato nello sviluppo della DIP. L’uso della droga non dà luogo a fenomeni irritativi se non in caso di allergia alla famiglia delle Asteraceae, in tal caso possono verificarsi episodi di sensibilizzazione cutanea.

* UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FERRARA

Il presente articolo rielabora la tesi di laurea in Farmacia svolta dall’Autrice presso l’Università degli Studi di Ferrara, relatore Prof. Gianni Sacchetti, correlatore Dott.ssa Immacolata Maresca.

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Ludovica Pandolfini

La dermatite atopica e quella irritativa da pannolino sono problemi che frequentemente interessano i più piccoli. Una panoramica sull’eziologia e le manifestazioni cliniche di questi disturbi e sul supporto offerto da alcune piante medicinali che possiedono uno spiccato tropismo cutaneo.

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