* Massimo Rossi
Ambienti estremi e intensi sforzi fisici hanno caratterizzato la vita di popolazioni nomadi e di alta montagna, stimolando la ricerca di alimenti e rimedi erboristici che favorissero un adattamento efficace a tali condizioni. Attingendo alle conoscenze tradizionali si scoprono piante che permettono, in maniera mirata per ciascun individuo, di affrontare l’impegno anche mentale di un’attività sportiva, sia essa a livello amatoriale o agonistico.
Spesso chi pratica sport è alla ricerca di alimenti fortificati, integratori o altro, capaci di aumentare le dotazioni psico-fisiche e le prestazioni atletiche già potenziate dall’allenamento. Ma lo scenario che ci si presenta, fra marketing e doping è spesso sconfortante.
È ormai assodato che lo sforzo fisico dal punto di vista biologico ha due volti. Da una parte, stimola il metabolismo, accelera e potenzia le comunicazioni neuro-endocrine e immunitarie, dall’altra, però, lo stress a livello cellulare tende a far produrre elevate quantità di radicali liberi e, soprattutto nello sport agonistico, è pressoché inevitabile il decadimento temporaneo delle capacità di mantenimento degli equilibri fisiologici. Per ridurre l’impatto di questi effetti, per recuperare in fretta le energie dissipate e per accrescere le prestazioni si ricorre spesso a interventi farmacologici caratterizzabili come dopanti e come tali sanzionabili. La questione di fondo è che, come in ogni altra attività umana, anche in quella sportiva è essenziale mantenere i parametri fisiologici il più possibile all’interno di un campo di fluttuazione delle perturbazioni degli equilibri definito omeostasi. Lo sforzo muscolare, per chi è poco allenato, spinge facilmente l’organismo al di fuori dal campo omeostatico mentre l’esercizio regolare controllato permette di rimodellare e ridisegnare, passo dopo passo, le funzioni cellulari e le reti di comunicazione dei sistemi energetici e di risposta allo stress. Si può dire che nel corso di un allenamento razionale, l’aumento progressivo della generazione dell’energia richiesta dai muscoli e fornita dai mitocondri, determina una produzione di radicali liberi che non sovrasta le capacità di neutralizzazione dei sistemi cellulari antiossidanti ma che può invece innescare una serie di processi che ne aumentano gradualmente le potenzialità protettive attivando i geni che custodiscono le informazioni necessarie. Un meccanismo analogo si sviluppa anche in altri comparti cellulari e va a interessare tutte le reti interconnesse che gestiscono lo stress e coordinano le reazioni indispensabili per affrontare efficacemente attività e ambienti che pongono sfide. La ricerca sta mostrando come processi fra loro assai differenti determinino cambiamenti convergenti nell’orchestrazione delle capacità di regolazione e di adattamento dell’organismo. Quella che viene definita “restrizione calorica”, di fatto il digiuno transitorio, produce effetti comparabili a quelli indotti dall’esercizio fisico. Ed entrambi sembrano avere un impatto positivo sullo stato di salute metabolica generale, sulla longevità e sull’invecchiamento qualitativamente accettabile. Ci si è anche resi conto che numerose sostanze di origine naturale agiscono sulle funzioni cellulari – sin dentro al nucleo, a livello dei geni – in modo analogo sia alla scarsa disponibilità di energia proveniente dal cibo, sia a quella indotta dall’esercizio fisico. Questa triade ci mostra come si possano indurre alcune desiderabili regolazioni sistemiche agendo su differenti nodi della rete omeostatica.
Non è una scoperta recente
L’intenso sforzo fisico e le dure condizioni ambientali hanno obbligato molte popolazioni nomadi o di alta montagna a dotarsi di culture nutrizionali ed erboristiche che le aiutassero ad adattarvisi efficacemente. Eleutherococcus, Rhodiola, Rhododendron e Leuzea in Siberia e in Mongolia, l’Olivello spinoso, alcune specie di Asparagus, Polygonatum e altre piante sulle montagne himalayane, la Maca e ovviamente la Coca sulle Ande, per esempio, sono consumate in funzione della loro attività tonica o stimolante che aiuta quelle popolazioni a meglio resistere a condizioni difficili o estreme, agendo su sistemi di resistenza allo stress di cui l’organismo è dotato. I praticanti di diverse discipline sportive tradizionali, quelle per intenderci che sono elemento integrante della cultura di un’etnia o di una società, come per esempio il kabaddi in India, il sumo in Giappone o gli sport equestri e di arcieria in Asia centrale, fanno spesso parte di una confraternita che custodisce precise regole sul consumo di bevande e alimenti la cui composizione è un segreto tramandato dai custodi della comunità. Gli studi etnologici hanno descritto gli ingredienti di alcuni di questi tonici rituali e, alla luce delle attuali conoscenze farmacologiche, hanno potuto concludere che, nella maggior parte dei casi, si tratta di piante ad azione tonica oppure stimolante ed eccitante. Mentre la prima categoria è considerata dalle medicine tradizionali (MT) come attiva sugli elementi fondamentali dell’organismo, quelli che raccolgono ed elaborano le energie vitali, la seconda è vista come stimolazione “concentrata” delle energie già disponibili. Da notare che le piante eccitanti e stimolanti sono spesso descritte dalle MT come dotate di un’apprezzabile tossicità, non sono prive di controindicazioni e devono essere utilizzare per periodi ridotti, ciò che non è prescritto per i tonici e per gli adattogeni.
Le sperimentazioni degli effetti di queste piante in vivo animale o su umani a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno misurato parametri di resistenza allo stress e di recupero psico-fisico mediante test di nuoto forzato, esposizione al freddo, restrizione fisica per le cavie animali e, sull’uomo, con la valutazione di indicatori di stress in soggetti esposti a condizioni particolarmente disagevoli: sportivi agonistici, minatori, aviatori e astronauti, sommozzatori, militari, lavoratori di fonderie o esposti a radiazioni. È da notare come nell’URSS di quegli anni gli atleti facessero uso pressoché continuativo di adattogeni.
Fra i tanti, alcuni meccanismi d’azione
Ma come agiscono le sostanze naturali presenti nelle piante toniche e adattogene? Diversi ricercatori hanno messo in evidenza come i loro principi attivi siano in grado di agire sulla rete omeostatica non con un meccanismo unitario, ma attraverso la regolazione di numerosi mediatori della rete di risposta allo stress, presieduta in primo luogo dall’asse ipotalamo-ipofiso-surrenalico. In una serie di articoli, Panossian e altri hanno descritto alcuni meccanismi cellulari su cui influiscono piante come Eleutherococcus, Rhodiola e Schisandra. Fra i bersagli vi sono i chaperoni, in particolare le proteine da shock termico (Heath Shock Proteins) come HSP70. Queste proteine, la cui produzione aumenta in differenti condizioni di stress, regolano numerose reazioni di difesa concatenate e hanno la funzione specifica di controllo della struttura funzionale delle altre proteine prodotte dalla cellula. Inoltre, inibiscono l’attivazione di una serie di reazioni indotte dagli stressor, che possono portare al blocco di importanti processi cellulari. Gli stessi autori hanno osservato come differenti fitocomplessi di piante adattogene siano efficaci modulatori di una proteina, il neuropeptide Y (NPY) che ha un ruolo chiave nelle relazioni fra attivazione della gestione dello stress, condizioni dell’umore e livelli di depressione, processi nutritivi ed energetici e regolazione del sistema immunitario. Jang e Kong hanno studiato il modo in cui il Ginseng e i ginsenosidi in esso contenuti sono capaci di attivare il complesso Nrf2-ARE, il quale ha un ruolo centrale nella protezione cellulare dagli stress e in particolare di quelli ossidativi che, sul medio o lungo periodo, inducono l’attivazione dei geni pro-infiammatori che innescano i processi infiammatori cronici.
In questo caso il pool di ginsenosidi non agisce direttamente sui radicali liberi neutralizzandoli con i classici meccanismi redox, ma stimola la via principale di gestione dello stress ossidativo mediato da Nrf2 e da altri regolatori molecolari.

Il ruolo di ognuno
Le piante adattogene hanno quindi la peculiarità di attivare senza particolari forzature i sistemi di risposta allo stress nell’intero organismo, ciascuna con bersagli, tempi e intensità di azione che le sono propri.
Ci troviamo di fronte a modulatori della nostra capacità di utilizzare le energie disponibili senza picchi collaterali di ricadute negative, il che corrisponde a un recupero più rapido e fluido di condizioni fisiologicamente normali, migliorando quella che viene definita resilienza. È difficile stabilire similitudini e comparazioni fra i tonici-adattogeni e le diverse categorie di sostanze che solitamente vengono ricercate e consumate dagli sportivi per migliorare le proprie prestazioni e potenziarle. Possiamo però fare alcune considerazioni sulle caratteristiche delle principali piante adattogene e del ruolo differenziato che possono giocare in questi ambiti.
Partiamo dall’adattogeno più conosciuto, il Ginseng, che viene consumato con fin troppa leggerezza.
In Medicina Tradizionale Cinese la sua somministrazione è riservata alle gravi situazioni di esaurimento, alle condizioni di shock e ai soggetti più fragili e affievoliti. In alternativa, in molti altri casi si ricorre a Codonopsis che ha un’azione simile ma meno intensa, per cui può essere assunto pressoché da tutti, anche per lunghi periodi. Nella descrizione tradizionale, Codonopsis è innanzitutto un attivatore della digestione e dell’assimilazione completa dei nutrienti e, se la dieta è equilibrata e adatta alla costituzione del singolo individuo, ciò comporta un’efficace distribuzione delle sostanze e delle energie nell’organismo e una ridotta sedimentazione di scorie. Qualche somiglianza con il profilo di Codonopsis la possiamo ritrovare in Tulsi, pianta molto importante per la medicina ayurvedica che la definisce “regina delle erbe” o “l’incomparabile”. Tulsi, come tutti gli adattogeni, agisce sull’intero organismo ma possiede alcune peculiarità differenzianti. A somiglianza di Codonopsis anche Tulsi agisce sui processi digestivi ma il suo aspetto saliente riguarda l’altro polo dell’energetica biologica: quello della respirazione efficiente e armonica. Secondo le medicine tradizionali entrambe le piante “accendono i fuochi digestivi”, ma se Codonopsis aiuta a gestire le dinamiche dei fluidi del corpo risultato della “distillazione” di alimenti e bevande, Tulsi governa le componenti più sottili, piriche e aeriformi, che vitalizzano quelle trasformazioni: possono dunque cooperare affinché ciò che è necessario per “nutrire la vita” fluisca senza intoppi in tutte le fasi trasmutative. Sempre in questo contesto, una pianta come l’Eleuterococco può essere descritta come una sorta di guida che dirige le potenzialità di altri adattogeni, come ad esempio Codonopsis e Tulsi, in un contesto abbastanza comune di insufficiente capacità di gestione dei sistemi di risposta allo stress, con stanchezza, nervosismo e significative riduzioni dell’efficienza metabolica e immunitaria.
Nelle pratiche sportive è importante armonizzare le interazioni fra le diverse componenti che contribuiscono all’energetica muscolare, gestendo opportunamente le tendenze a una sovrapproduzione di radicali liberi e scorie. La cooperazione di piante toniche e adattogene, come nell’esempio visto sopra, aiuta ad agire su più ambiti della rete contemporaneamente, sviluppando una reale sinergia.
Il corpo e la sua mente
Una pianta come Withania ci mostra un altro aspetto interessante degli adattogeni. Osservando la sua polivalenza, attraverso la descrizione tradizionale ayurvedica e quella che si va delineando grazie alla ricerca scientifica, emergono alcuni aspetti salienti per le problematiche di cui ci stiamo occupando.
Il fitocomplesso di Withania agisce sui processi infiammatori, in particolare su quelli osteoarticolari, e al contempo sugli stati ansiosi in un contesto di astenia e di ridotta efficienza cognitiva. Traspaiono qui le idee convergenti di tranquillità e chiarezza mentale e di fluente mobilità fisica. La medicina ayurvedica afferma che ogni turbativa in uno dei differenti aspetti della mente, costituisce un vulnus, e che l’insieme di tali perturbazioni è alla radice delle disarmonie che s’instaurano nel corpo e che determinano l’alterazione delle sue funzioni, quindi la malattia nelle sue tante forme. Il rasayana – dal sanscrito, letteralmente, “sentiero dell’essenza” – ha Bacopa come specifico per le funzioni della mente, nei suoi aspetti di lucidità, discernimento e calma. Se Bacopa è un buon corroborante cognitivo e della memoria, vi sono indicazioni di una sua azione positiva sugli stati di sovraccarico e di ansia che tendono a scaricare i propri effetti anche sulle funzioni respiratorie e cardiocircolatorie.
In MTC, Ganoderma lucidum, Ling Zhi (Reishi) rappresenta anch’esso un tonico di Qi che “nutre il Cuore e calma lo spirito (Shen)”, può quindi aiutare a recuperare la distensione mentale, una buona qualità del sonno e a migliorare l’efficienza del sistema metabolico e di quello immunitario.
Rodiola è un adattogeno che a differenza di Withania e Bacopa non agisce sugli stati ansiosi da elevata stimolazione ma su condizioni di prostrazione che sfociano frequentemente in stati depressivi. Si tratta di una fase successiva di sovraccarico allostatico, in cui la mancata risoluzione delle tensioni conduce tendenzialmente alla perdita di capacità reattive. Diversi studi hanno evidenziato l’utilità di Rodiola anche negli stati di sovraffaticamento a carico della muscolatura scheletrica e del miocardio.
Pulire e non accumulare
Chi pratica attività sportiva presuppone di essere in buone condizioni generali perché l’attività fisica aiuta a eliminare calorie e residui metabolici in eccesso. Ma le prestazioni richieste ai motori metabolici determinano un notevole aumento della produzione di radicali liberi e di scorie che i tessuti e il fegato devono poi neutralizzare, detossificare, coniugare e avviare all’eliminazione. In tutti questi passaggi è richiesta un’elevata efficienza per evitare danni localizzati e sistemici provocati dalle molecole intermedie di reazione prodotte dai metabolismi. Schisandra è un adattogeno che ha come specificità, fra le altre, quella di attivare Nrf2 e i coenzimi epatici (CYPs), importanti regolatori ed effettori della risposta antiossidativa cellulare e dei processi di detossificazione. Schisandra può così aiutare a limitare i potenziali danni collaterali che un impetuoso flusso di scorie metaboliche, prodotto nel corso dello sforzo fisico prolungato o ripetuto, può creare a carico del fegato.
Le risorse della forza
Così, per lo sportivo dilettante o professionista, a cercare fra le piante non si trovano soltanto sostanze nutrienti, energetiche, eccitanti o stimolanti che aiutano a spremere il massimo delle prestazioni dal cervello e dai muscoli. Ci sono risorse che non servono solo a ottenere vampate di energia bruciando in pochi attimi le riserve accumulate, lasciando alle spalle un deserto che poi si deve ripulire e lentamente riportare alle fiorenti condizioni iniziali. Sono a portata di mano piante dall’azione progressiva e piuttosto sicura, che, semplicemente ma in maniera complessa, aiutano l’organismo a meglio adattarsi ai rapidi cambiamenti, alle condizioni più o meno estreme, alla fatica e alla necessità di un recupero veloce.
Piante che non sono tutte uguali, anche se per comodità le chiamiamo collettivamente toniche e adattogene, poiché ciascuna ha la propria intensità e velocità d’azione, bersagli specifici e ambiti di vulnerabilità privilegiati, che la rendono unica e capace di funzionare come modulatore della resilienza individuale, come un vero e proprio supporto centrato sulla persona.
* Biologo, consulente
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