Iacopo Bertini
Si sente spesso parlare di alimenti più o meno indicati per chi soffre di disfunzioni tiroidee. Ma esistono delle evidenze scientifiche che possono giustificare questi consigli dietetici? E ci sono integratori alimentari utili e sicuri?
Le malattie tiroidee derivano da disfunzioni della ghiandola tiroide, una ghiandola endocrina posta alla base del collo, che produce l’ormone tiroideo, sotto forma di tirosina (T4) e triiodiotironina (T3). La T3 è la forma attiva dell’ormone e rappresenta il 20 per cento del prodotto totale della tiroide. La forma più abbondante (80%) è quella T4, pronta a essere convertita in T3 secondo le necessità dell’organismo. L’ormone tiroideo regola numerose funzioni del metabolismo, tra cui lo sviluppo del sistema nervoso centrale e l’accrescimento corporeo. La prevalenza dei casi di disfunzioni tiroidee è molto elevata: in età adulta, le donne sono molto più soggette alle malattie tiroidee rispetto agli uomini: una donna ha il 20% di possibilità di sviluppare problemi alla tiroide nel corso della sua vita.
I fattori genetici sono responsabili di circa il 65% delle variazioni tra le persone dei livelli degli ormoni circolanti, ma diversi altri fattori influiscono sulla funzionalità della tiroide: tra questi, l’età e il sesso, il tipo prevalente di flora batterica (microbiota), lo stress, l’utilizzo di alcuni farmaci e fattori ambientali. Tra questi ultimi, si sente parlare spesso di diete o alimenti controindicati, così come di integratori specifici per la tiroide.
Vediamo quali sono i nutrienti e gli accorgimenti dietetici utili e quelli controindicati.
Fabbisogno di iodio
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la carenza di iodio è uno dei più gravi problemi di salute pubblica, che può tradursi in diverse patologie, più o meno gravi: in particolare, durante la vita fetale e neonatale, può avere effetti diversi fino all’arresto irreversibile della maturazione dell’encefalo con gravi conseguenze sullo sviluppo intellettivo, configurando ritardo mentale, sordomutismo e paralisi spastica. Il giusto apporto di iodio è quindi particolarmente importante per le donne in gravidanza e per i bambini.
Lo iodio è un nutriente essenziale per l’uomo in quanto è un componente fondamentale nella struttura chimica degli ormoni tiroidei: costituisce, infatti, il 59% e il 65% in peso della triiodotironina (ormone T3) e tetraiodotironina (T4). Per questo motivo, un insufficiente apporto di iodio può portare a sviluppare o peggiorare una situazione di ipotiroidismo. La quantità raccomandata di iodio è leggermente variabile secondo le raccomandazioni dei diversi paesi del mondo. Non ci sono molti dati relativi ai fabbisogni minimi di iodio per cui non è possibile definire un’assunzione raccomandata per la popolazione (population reference intake). Per questo motivo, i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia (LARN, 2014) per la popolazione italiana definiscono un’assunzione adeguata (adequate intake): in sostanza, sono gli apporti per i quali non si manifestano segni di carenza nella popolazione, che garantiscono quindi la prevenzione dello sviluppo di gozzo, sufficienti riserve di iodio nella tiroide e alterazioni della sintesi degli ormoni tiroidei.
Per la popolazione italiana adulta sana si considera un apporto adeguato di 150 µg al giorno. Nelle donne in gravidanza e in allattamento si consiglia invece una quantità maggiore (200 µg/giorno) per tenere conto che, durante la gravidanza, le elevate concentrazioni di estrogeni determinano una riduzione del riassorbimento a livello renale dello iodio e, durante l’allattamento, per compensare lo iodio escreto nel latte materno, necessario per la crescita del neonato.
Anche un apporto in eccesso può essere nocivo, in quanto potrebbe causare ipertiroidismo: per questo motivo, è stato fissato un livello massimo di assunzione tollerabile (tolerable upper intake level) per l’adulto di 600 µg/giorno. Ci sono anche diverse prove, seppur non definitive, che un eccessivo apporto di iodio, protratto nel tempo, possa indurre tiroidite autoimmune. Per questi motivi, l’American Thyroid Association raccomanda di evitare integratori contenenti una quantità maggiore di 500 µg di iodio per dose giornaliera.
Alimenti, sale iodato, integratori
Lo iodio può essere assunto con gli alimenti, il sale arricchito con lo iodio o attraverso gli integratori. La fonte principale sono gli alimenti. Come si può vedere dalla tabella, la quantità di iodio assunta, in media, dalla popolazione proviene principalmente dal consumo di latte, carne e, in misura minore, cereali e ortaggi e non dal consumo di prodotti ittici che, seppur contengano più iodio rispetto agli altri alimenti, in genere vengono consumati in quantità ridotta.
Altra fonte importante è il sale iodato (o iodurato). È importante sottolineare che il sale marino normalmente commercializzato non contiene iodio, nonostante il nome faccia pensare il contrario: questo perché il sale marino si impoverisce di iodio durante il processo di raffinatura per l’eliminazione delle impurità. Dal 1990, per legge, il sale iodato prevede un’aggiunta di 30 mg di iodio per kg di sale. Una Legge del 2005 “Disposizioni finalizzate alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica”, approvata dal Parlamento italiano, ha previsto la vendita di sale comune non arricchito solo ai consumatori che ne facciano richiesta: pur tuttavia, il consumo complessivo in tutta la filiera alimentare è solamente il 40% del totale mentre per arrivare all’obiettivo di fare una buona profilassi sarebbe necessario raggiungere i due terzi circa del consumo complessivo.
Infine, un’altra fonte importante per l’apporto di iodio sono le alghe. In generale, le alghe sono molto ricche di micronutrienti e possono costituire sicuramente una buona alternativa, magari da utilizzare non di frequente, in sostituzione di verdure/ortaggi “terrestri”. Tutto ciò, del resto, era nella tradizione di molti paesi rivieraschi in Italia e nel mondo fino a pochi anni fa. Ciò che è sconsigliabile invece è fare un uso continuativo di integratori a base di alghe perché molte specie possono contenere quantitativi molto elevati di iodio che vengono “concentrati” se assunti sotto forma di capsule/compresse, e costituire così un potenziale rischio per il consumatore (Bertini et al., 2011).
Verdure crucifere
Negli anni passati si sentiva spesso, da più parti, l’indicazione di eliminare le piante appartenenti alla famiglia delle Brassicaceae (o crucifere: cavolfiori, cavoli, broccoli, cavoletti di Bruxelles ecc.) perché ricche di particolari sostanze, i glucosinolati, che potrebbero interferire in diverse vie metaboliche della sintesi degli ormoni tiroidei. In pratica, si pensava che queste verdure potessero ridurre la quantità di iodio disponibile nella tiroide e favorire così l’ingrossamento della ghiandola (gozzo tiroideo): tutto ciò però non è sostenuto da evidenze scientifiche convincenti. Quindi non c’è nessun motivo per rinunciare ai numerosi benefici apportati da questi vegetali, soprattutto nella prevenzione dei tumori, se assunti in una quantità adeguata e compatibile con una dieta equilibrata.
Ma qual è la quantità “giusta” da consumare? I dati per rispondere a questo interrogativo sono estremamente limitati; tuttavia, da diversi dati clinici si può dire che porzioni “normali” di crucifere, quelle abitualmente consumate come “contorno di verdure”, non danno problemi di alcun genere…