Ernesto Riva
Un excursus per ripercorrere la storia della tradizione medievale legata all’arte medica, in cui un ruolo tanto importante hanno avuto i conventi dei monaci, in special modo quelli benedettini. Questo articolo è una riedizione del medesimo testo proposto sul fascicolo di novembre 2002.
Una leggenda ci dice che nel IX secolo si incontrarono casualmente a Salerno quattro personaggi, un Cristiano, un Greco, un Ebreo e un Arabo i quali misero insieme il loro sapere e fondarono una scuola di medicina. Salerno fu infatti l’unica città in Italia che riuscì a tenere viva nel Medioevo la cultura greco-latina senza respingere tuttavia le acquisizioni più recenti dovute all’influsso dell’erudizione araba. La ridente posizione di questa città, le sue relazioni con la vicina Sicilia, i rapporti intensi – non solo commerciali dovuti all’espansione marinara della Repubblica di Amalfi – con l’Oriente anche più lontano, le offrirono la possibilità di assimilare varie correnti di pensiero e di divenire un vero e proprio centro di organizzazione della cultura che, particolarmente nel campo sanitario, si manifestò con la creazione della celebre Scuola Medica Salernitana.
Si ignora quando nacque esattamente la Scuola Salernitana ma è certo che essa fu la più antica istituzione dell’Europa occidentale per l’insegnamento della medicina e delle arti ad essa affini e , cosa assai importante per il futuro della scienza europea, fu il primo esempio di sincretismo tra il pensiero scientifico occidentale di origini greco-latine e quello orientale.
La dottrina medica di Salerno, inizialmente di impostazione greco-latina, fu infatti ben presto integrata con le conoscenze arabe introdotte fin dall’XI secolo Da Costantino L’Africano il quale, avendo passato buona parte della sua vita in Oriente e avendo certo avuto familiarità con le opere di Mesuè, di Serapione e del contemporaneo Avicenna, ne introdusse in occidente le sue traduzioni latine.
Proprio nel periodo di maggior splendore della Scuola, che oramai era famosa in tutta Europa, e che vedeva accorrere non solo studiosi ma anche illustri regnanti – come ad esempio il Re d’Inghilterra Edoardo III – allo scopo di curare le proprie infermità, nasceva il cosiddetto Regimen Sanitatis Salernitanum. Si tratta di un non ben precisato poema popolare in versi leonini contenente prescrizioni igieniche e consigli per la prevenzione delle malattie.
Il Regimen Sanitatis Salernitanum, che ebbe poi all’epoca della stampa notevole fortuna, è un insieme di aforismi e di precetti di carattere prevalentemente igienico, dettati probabilmente da vari medici che si sono susseguiti nella Scuola.
“Lava le mani e gli occhi sul mattino sorto dal letto – dice il Regimen già al II capitolo – all’acqua fresca e pura, indi le membra…; Muovi e distendi, e l’incomposto crine col pettine rassetta, e purga i denti. Il cerebro da ciò sarà confortato”1.
Nulla vi è di più semplice di questo manuale che, più che indicazioni di terapie, detta dei precetti di igiene di concezione antichissima che ci danno un’idea dell’importanza che si dava anche allora al mantenimento dell’integrità fisica e del decoro del proprio corpo.
“dopo la mensa lavati le mani e ne conseguirai due benefici; le monderai, e in tergerti con quelle gli occhi la vista rischiarerai” dice ancora il Regimen Sanitatis al cap.XXIII e poi passa a descrivere con molta sobrietà e brevità le funzioni igienico-cosmetiche dei vari rimedi.
Del siero di latte dice ad esempio che “monda, penetra e lava, e incide” (XXXVI), delle cipolle dice invece che “spesso i siti di capei nudi e sguerniti stropicciando, ha l’opra loro reso al capo suo decoro” (LXII), dell’issopo che “dona un esimio bel colore al volto” (LXVIII), del nasturzio che “Il cascante crin s’arresta se la testa ungi coi suoi sughi e purga col mele unguendo le cutanee squame” (LXXII), mentre del salice dice che il suo “sugo cotto in aceto le verruche scioglie” (LXXIV).
Se il Regimen Sanitatis, per l’evidente semplicità della sua impostazione, non si avventurò nel mondo delle complesse preparazioni terapeutiche, la Scuola Salernitana dette un impulso ad un certo tipo di terapia, quella essenziale, tendente più che altro all’igiene personale.
Un tipo di terapia che fu poi tenuta viva per buona parte del Medioevo dalle scuole monastiche. Nei conventi di Salerno, di Montecassino e in quelli dell’Italia meridionale i monaci, che da sempre esercitavano la medicina pratica, fungevano da custodi di un sapere passato, raccolto da antiche pergamene miracolosamente sfuggite alle distruzioni e conservate come delle reliquie, che essi trascrivevano con infinita pazienza lasciando alla storia una infinita quantità di codici compilati dai loro amanuensi.

Il ruolo importante del monachesimo benedettino
Sebbene il monachesimo, specie quello benedettino, avesse come scopo primario la perenne glorificazione di Dio mediante la preghiera, il lavoro e l’astinenza, riuscì altresì – cosa non dichiarata nella Regola – a promuovere gli studi medici immedesimandosi nella medicina sia sotto l’aspetto teorico, creando cioè una situazione di continuità con la cultura classica, sia sotto quello pratico assicurandosi le condizioni per avere i farmaci naturali mediante la creazione degli “orti dei semplici”.
Nei soleggiati e odorosi orti dei conventi si coltivavano dunque quelle erbe necessarie per comporre unguenti, decotti ed empiastri necessari per esercitare la loro arte, un’arte che, nonostante fosse pervasa da uno spirito di estrema semplicità e a volte di ingenuità, assunse giustamente l’importanza di una scuola che coinvolse tutto il resto dell’Europa.
Pionieri di queste pratiche furono i monaci itineranti irlandesi e anglosassoni, specialmente dopo che le devastazioni barbariche si erano abbattute sull’Occidente, non risparmiando neanche Montecassino. I seguaci di San Colombano, attivi anche in Italia, fondarono un convento a San Gallo, giunto all’apogeo sotto Carlo Magno. Una pianta di questo monastero, disegnata intorno alla metà del IX secolo, ci mostra infatti il modello classico benedettino relativamente
alla collocazione delle infermerie, alla Domus Medicorum, all’Armarium e al giardino dei semplici2. Quest’ultimo si compone di 16 strisce di terreno per altrettante semine di piante medicinali, alcune delle quali si usano ancor oggi e non è difficile trovarle coltivate attorno ai villaggi vicini ad antichi conventi. Si tratta dei gigli, delle rose, della salvia, della ruta, dei gladioli e del finocchio.
Le altre specie coltivate per uso farmaceutico erano il “fasiolo” (dolichomelanophthalmus), la “sata regi” (Satureia Hortensis L.), il costo, il fieno greco, il rosmarino, la menta acquatica, il cumino e il levistico.
Tutte piante il cui impiego terapeutico è da sempre legato alla tradizione monastica; basti pensare al levistico (Levisticum officinalis L.) che ancora oggi viene adoperato come sedativo e spasmolitico grazie alla sua proprietà di “levare” ogni tipo di dolore conosciuta fin dai tempi dei Benedettini o alla salvia salvatrix miracolosa per “confortare i nervi, garantire dai veleni , guarire dalle paralisi e assicurare all’uomo lunga e serena vecchiaia” (cur moriatur homo cui salvia crescit in horto?) come sostenevano i medici Salernitani.
I gigli invece venivano coltivati sia per utilizzarne il rizoma che imbevuto di sostanze vescicatorie aveva lo scopo di curare le ferite e di mantenerle aperte in modo che si “purgassero”, sia per ricavare da esso il pregiato olio essenziale dal caratteristico profumo di violetta che serviva da correttivo per numerose preparazioni farmaceutiche, mentre il finocchio, non potendo mancare in ogni convento visto che era stato incluso nei famosi Capitolari di Carlo Magno, forniva una gran quantità di pozioni carminative e antispasmodiche contro i disturbi digestivi.
La ruta invece veniva coltivata secondo la convinzione – molto diffusa in Medioevo – che servisse ad allontanare i demoni grazie alla particolare forma a croce del suo fiore, ma parallelamente alla sua fama da incantesimo era anche allora ufficialmente apprezzata per il suo impiego terapeutico contro i dolori mestruali e per regolare i “lochi” dopo il parto.
Con l’apporto poi dell’esperienza medica araba per forza di cose penetrata anche negli ambienti monastici dell’Italia meridionale, l’arte farmaceutica dei monaci progredì notevolmente arricchendosi del prezioso strumento della distillazione di cui i monaci fecero grandissimo uso intrducendo l’impiego terapeutico delle acque distillate e delle essenze che tanta parte ebbero nella storia dei medicamenti provenienti dai monasteri e aprendo così la strada alle moderne tecniche farmaceutiche di estrazione di principi attivi dalle piante. Le loro spezierie si dotarono così di un tale armamentario di strumenti di lavoro da costituire oggi splendide testimonianze dello sviluppo costante dell’arte farmaceutica nei monasteri medioevali…