* Grazia Poli
Petali di rosa, rami di rosmarino, fiori di lavanda e camomilla, foglie di alloro e di salvia, bacche di ginepro, radici di iris, corteccia di cannella messi a macerare in oli di oliva, di sesamo o di mandorle per estrarre le loro sostanze profumate. Tecniche particolari come la spremitura o l’enfleurage, che sono giunte fino a noi e che ancora oggi sono utilizzate per ottenere gli oli essenziali da queste piante che ne sono ricche. Un viaggio profumato nel passato dell’area mediterranea attraverso le fonti archeologiche e letterarie, tra storia, geografia e botanica.
Per meglio comprendere la tradizione aromataria dell’area mediterranea è doveroso menzionare le civiltà mesopotamiche dei sumeri e degli assiri-babilonesi perché le prime conoscenze sull’uso delle sostanze aromatiche, in particolare il loro legame con il culto religioso, sono state introdotte dal modello sumerico che, attraverso i successivi contatti con i popoli mediterranei, ha influenzato un’altra grande civiltà: quella egizia.
Sono proprio le culture egizia e sumerica, sviluppatesi l’una lungo le vallate del Nilo e l’altra lungo il corso del Tigri e dell’Eufrate, che esporteranno le loro conoscenze ed esperienze alle altre regioni del Mediterraneo. (Figura 1)
Uso delle sostanze aromatiche
Bruciate sugli altari, le sostanze aromatiche sprigionavano la loro fragranza che, salendo verticalmente verso il cielo, simboleggiava l’elemento di comunicazione del mondo degli uomini con quello degli dei.
La fumigazione aromatica, quindi, come offerta agli dei sugli altari o nel culto dei morti rappresentava il primo utilizzo delle sostanze odorose, ossia, quello religioso.
L’atto di sacrificare, attraverso il fumo delle sostanze aromatiche, spiega l’etimologia del termine “profumo” dal latino per fumum “attraverso il fumo”: le divinità’ ricevevano in dono gli aromi più pregevoli di loro pertinenza.
La presenza del divino, alla base del linguaggio del profumo, si esprimeva attraverso una ritualità coinvolta non solo nei momenti di comunicazione con le divinità ma anche nella raccolta e nel trasporto delle sostanze profumate, nonché durante la loro preparazione, tutte attività accompagnate da riti magici.
La valenza sacrale delle sostanze odorose si accompagnava a un uso igienico-medico delle erbe aromatiche. Già presso le civiltà più antiche si era a conoscenza sia delle proprietà antibatteriche, sia di quelle psicoattive di alcune di esse. Nella cultura egizia si prescrivevano fumigazioni curative per disfunzioni mentali.
L’antica Grecia mutuò dalla civiltà egizia la conoscenza delle proprietà curative dell’inalazione aromatica.
Le fonti scritte ci informano come queste pratiche della cura del corpo con l’uso degli aromi assunsero successivamente aspetti rituali che interessarono l’ambito sociale: per esempio, in ambito greco, durante il banchetto i commensali usavano porsi sulla testa corone di edera perché si credeva che l’emanazione del suo odore fosse in grado di calmare quelle alterazioni mentali dovute all’ebbrezza. Lo stesso potere avevano il mirto e la rosa.
Sono molteplici i riferimenti presenti nei poemi omerici e nella letteratura greca e latina a riguardo.
Nel mondo antico (egizi, greci, romani) l’uso degli unguenti profumati, inizialmente, rispondeva a necessità igieniche e di protezione della pelle disidratata. Gli unguenti avevano la funzione di lenire la pelle perché per lavarsi si usavano prodotti aggressivi come cenere di faggio, lisciva, creta tritata e pietra pomice: una vera e propria azione abrasiva per la pelle!
Nelle regioni a clima caldo l’uso degli oli profumati aveva anche la funzione protettiva della pelle come velo difensivo dal vento, dalla polvere e dall’eccessivo calore del sole.
L’unguento, inoltre, era considerato il mezzo per dimostrare accoglienza nei confronti dell’ospite.
Così Omero narra in versi l’uso dell’unguento verso lo straniero:
“Allora si rivolse alle ancelle il chiaro Odisseo: ancelle, aspettate in disparte, così che mi lavi io stesso dalle spalle la salsedine e mi unga con olio: l’olio da tempo non tocca il mio corpo”.
[Odissea VI libro vv. 217-220]
Presso i popoli orientali, in realtà, l’uso cosmetico (il termine deriva dal verbo greco kosmeo che significava “mettere in ordine”) delle sostanze aromatiche coesisteva con quello religioso a differenza della civiltà greca e, poi, di quella romana. Inizialmente, entrambe affrontarono una questione di carattere morale nel momento in cui l’uso profano degli aromi poteva sconvolgere quegli elementi distintivi, austerità ed equilibrio dello stile di vita greco, quelli della sobrietà e semplicità del mondo romano.
Procedimenti per la preparazione degli prodotti profumati
Dalle antiche fonti letterarie e dai dati archeologici si hanno notizie relative all’estrazione delle sostanze aromatiche, i cui procedimenti troveranno largo impiego per molto tempo e fino ai giorni nostri.
Forse il più antico era il procedimento della spremitura di quelle parti vegetali come i frutti, i fiori e i semi da cui si otteneva un prodotto succoso aromatico, mescolato successivamente nel grasso senza cottura.
Testimonianze artistiche egizie, a partire dal III millennio a. C., raffigurano la spremitura attraverso la torsione, in direzione opposte, di un panno contenente sostanze vegetali (Figura 2).
La tecnica della macerazione prevedeva che la parte aromatica della pianta fosse posta a macerare in grassi animali (grasso di bue, d’oca, di gatto, di pecora) o in oli vegetali (olio di oliva, di mandorle amare, di balano, di ricino, di sesamo) o nel vino a caldo.
Nell’area mediterranea queste tecniche di estrazione interessarono la civiltà egizia per l’uso del grasso animale, quella greca-romana per l’olio di oliva mentre l’impiego del vino si affermò nel bacino orientale.
Gli autori di età classica tramandano che l’olio d’oliva, usato per la preparazione dei profumi, era l’omphacium, prodotto dalla spremitura delle olive ancora non mature, raccolte in estate. Era un olio leggero, non acido, adatto proprio per la conservazione dell’aroma.
Si lasciavano le parti verdi delle piante in infusione per più giorni nella medesima quantità di acqua e olio di oliva in un contenitore alla temperatura di circa 60 °C. Le fibre vegetali rilasciavano la sostanza odorosa che veniva assorbita dall’olio d’oliva che galleggiava in superficie. Dopo la completa evaporazione dell’acqua il profumo era pronto per essere filtrato.
Per evitare di bruciare il contenuto, il contenitore con l’unguento era posto in recipienti di acqua bollente (bagnomaria) e quindi non su fiamma diretta.
In aree climatiche più calde le giare erano lasciate al sole e interrate fino all’orlo. Si ipotizza che la macerazione in oli vegetali sia nata in Egitto dove il clima torrido ne abbia favorito l’uso.
La tradizione ci riporta ricette sull’utilizzo del vino nella composizione dei profumi e, in particolare, Dioscoride, nel V libro della Materia Medica, poneva attenzione sulla preparazione di vini aromatici con proprietà terapeutiche.
Altre fonti tramandano ricette di vini aromatizzati con rose, mirto, resina di pino, resina di cedro, di alloro, lavanda selvatica, timo. Ovviamente, molti di questi vini aromatici erano impiegati nella creatività gastronomica.
L’enfleurage è la procedura per estrarre la sostanza odorosa tramite un composto di grasso animale prelavorato messo in un contenitore con i fiori per un tempo necessario al rilascio della fragranza. L’operazione si ripeteva più volte con sostituzione dei petali appassiti con quelli appena raccolti fino a raggiungere la saturazione dell’aroma della base grassa .
Questo procedimento era indicato per alcuni fiori, come, per esempio, per la rosa.
Dalle fonti letterarie si è a conoscenza delle piante dell’area mediterranea più utilizzate per la produzione degli unguenti: alloro, fiori, foglie e semi di aneto, anice, scorza di cedro, fieno greco, foglie di giglio, bacche di ginepro, ginestra, radici di iris, fiori di lavanda, maggiorana, scorza di melograno, melissa, scorze di mela cotogna, menta piperita, mirto, rosa, rosmarino, timo.
Gli unguenti, di cui ho trattato i suddetti procedimenti di produzione, in realtà, erano i profumi dell’antichità, che si presentavano come una crema o pomata profumata, in base alla preparazione e alle sostanze utilizzate.
Le fonti di età classica menzionavano tre tipologie di profumazioni a seconda dell’ingrediente predominante: neglistýmmata risaltava maggiormente il costituente oleoso, negli hedýsmata quello odoroso mentre i diapàsmata erano fragranze polverizzate prodotte dalla triturazione delle spezie e utili per eliminare il sudore del corpo.

Aromi in Egitto
“(Gli Egizi) preferiscono di più essere puliti che belli” […]
Le Storie di Erodoto (V sec. a. C.)
Le antiche fonti e i dati archeologici evidenziano come l’Egitto fin dal IV millennio a.C. sia stato nell’antichità un punto di riferimento per l’uso di oli profumati e aromi .
La pulizia del corpo e l’uso delle fumigazioni avevano una dimensione religiosa: come un tempio, il corpo era degno di essere bello e di rimanere in salute. Anche la classe sacerdotale doveva rispettare ferrei rituali di pulizia del corpo e di uso di oli profumati.
Nella mitologia egiziana il dio Toth, dio della saggezza, avrebbe svelato ai sacerdoti formule di oli profumati graditi alle divinità; “odore degli dei” era la perifrasi usata, infatti, per definire il termine “profumo” .
Ciò premesso è chiaro che, essendo la classe sacerdotale depositaria della conoscenza di preparazioni aromatiche e delle loro proprietà terapeutiche, ai sacerdoti si rivolgessero anche i malati, con la conseguente assimilazione della figura del sacerdote-medico.
I laboratori per la produzione di oli aromatici si trovavano all’interno dei templi: alla loro preparazione sovrintendeva un sacerdote che recitava un incantesimo per renderli efficaci.
Sui muri del tempio Edfu di epoca tolemaica (305 – 300 a.C.) è incisa in geroglifici la ricetta del kyphi, la più importante preparazione aromatica utilizzata come offerta alle divinità e allo stesso tempo a scopo terapeutico e cosmetico.
Secondo la ricetta tramandata da Plutarco, adottata anche da greci e romani, esso consisteva in una miscela di 16 ingredienti tra cui miele, vino, mirra, ginepro, cardamomo con aggiunta di altre erbe, e per la preparazione erano necessari tempi molto lunghi. Era utilizzato come unguento e come bevanda, con lo scopo di depurare gli organi interni; con il miele sotto forma di pasticche profumava l’alito. Questo unguento godette, nella sua applicazione in ambito medico, di grande fortuna, tanto da essere usato fino al medioevo. Nel VI sec. d.C. serviva per curare l’epilessia, mal di testa e malattie dello stomaco e del fegato.
Le fonti greche e latine ci tramandano oli profumati di provenienza egizia utilizzati per secoli nell’antichità, come il metopio, realizzato con mandorle amare, galbano – una resina proveniente dalla Siria – miele, vino, mirra che veniva usato per curare le ferite; il mendesio (dalla città di Mende), preparato con olio di balano, mirra e cassia; l’egiziano, a base di cinnamomo e mirra; il ciprino, a base di henna, dalle proprietà rilassanti, usato per le malattie dell’utero, dei nervi e per le fratture; il susino o unguento di giglio, miscelato con miele e mirra, il più usato per la cura delle malattie dell’utero e per le eruzioni cutanee.
Per lungo tempo in Egitto si fece uso di piante autoctone come il terebinto, ma successivamente (dal nuovo regno 1555 – 1090 a.C.) si intrapresero spedizioni commerciali verso altre regioni alla ricerca di essenze.
La regina egizia Hatsheput (metà del XV sec. a.C.) organizzò una spedizione navale nel paese di Punt, l’odierna Somalia – rinomato per l’incenso, mirra e legni fragranti – per riportare in Egitto grandi quantità di queste sostanze odorose. Testimonianza di questa spedizione sono i rilievi dipinti del tempio di Hatsheput a Deir el-Bahri (Egitto) mentre un passo di una poesia egizia, facente parte della raccolta di Desideri d’amore, dimostra quanto avesse particolare rilevanza per gli Egizi il paese di Punt per i suoi aromi:
“Quando l’abbraccio
e sono aperte le sue braccia,
sono come uno che fosse nel paese di Punt,
come uno asperso d’olio odoroso”.
Il nesso tra aromi e immortalità, come elemento culturale comune nel bacino del Mediterraneo, si esprime con più forza nell’antico Egitto nelle pratiche funebri, ossia la mummificazione: il procedimento consisteva nel riempire il corpo, svuotato degli organi interni, con resine ed erbe aromatiche. I prodotti profumati, espressione di un legame con la divinità, da una parte impedivano la putrefazione del defunto, necessaria per l’immortalità, e dall’altra, assicurandogli un buon odore lo rendevano un dio e in tal modo gli consentivano l’accesso nel mondo soprannaturale.
Oltre che nei templi è la corte del faraone il contesto in cui gli oli profumati trovano il massimo impiego. Gli unguenti del faraone, erano preziosi al punto tale di necessitare che figure specializzate, come “un sorvegliante degli oli” o “un ispettore degli unguenti” sorvegliassero gli schiavi addetti al massaggio, alla profumazione delle vesti e alla cura dei bruciaprofumi.
Il faraone, proprio per l’abbondante uso di aromi, dimostrava di appartenere a un livello intermedio tra l’essere mortale e la divinità.
Un’altra occasione di uso delle sostanze odorose era il banchetto, durante il quale gli Egizi indossavano sul capo un cono di grasso profumato che con il calore si scioglieva rilasciando sulla capigliatura e sulle vesti dolci aromi.
Il legno di cedro era molto usato nella costruzioni dei palazzi e delle imbarcazioni; si può immaginare l’aroma intenso, dolce, legnoso, dalla nota speziata, che si sprigionava all’interno di questi spazi.
L’olio profumato di cedro, per le sue proprietà antisettiche, era usato per la conservazione dei papiri.
Come già accennato precedentemente riguardo l’utilizzo degli oli profumati per proteggersi la pelle dalla disidratazione dato il clima torrido ne faceva uso tutta la popolazione senza differenza di classe: le fonti ci riportano notizie di razioni di unguenti usati dall’esercito e di uno sciopero dei lavoratori di una necropoli per la mancanza di oli profumati.
In epoca ellenistica (323 – 31 a.C.), un’altra regina egizia amante della cosmesi, Cleopatra VII, tramanda le sue ricette nello scritto Sui Cosmetici. Molti aneddoti attestano questa sua passione, sottolineando l’aspetto della seduzione legata ai profumi: nella presentazione del banchetto in occasione dell’arrivo di Cesare in Egitto, sulla testa dei commensali fu versato olio di cinnamomo.
Un altro evento riguarda l’incontro di Cleopatra con M. Antonio a Tarso (41 a.C.): Plutarco racconta che la regina risaliva il fiume Cnido a bordo della sua sontuosa nave dalla quale si sprigionava un effluvio di aromi bruciati in abbondanza, richiamando così l’attenzione di M. Antonio.
Come erano conservati e trasportati gli oli aromatici?
Si deve proprio agli Egizi nel III millennio a.C. l’invenzione di vasi in alabastro. Il nome “alabastro” deriva probabilmente dalla parola egiziana “a la bastet” ossia “vaso di Bastet” (dea egizia con testa di gatta).
L’alabastro era la materia per eccellenza per questi contenitori: era impermeabile e proteggeva il contenuto dalla dispersione dell’aroma e dall’effetto della luce.
Dal termine alabastro prende il nome di alàbastron, la tipologia di vasi per oli profumati e unguenti e in genere materiali atti alla cosmesi femminile che sarà in uso in ambito etrusco, in quello greco romano e che segnerà l’inizio del commercio dei profumi.
L’alàbastron è un piccolo vaso dal corpo più o meno allungato, il collo indistinto, il labbro a tesa. Presenta a volte un’ansetta tra collo e labbro o due piccole prese verticali sul corpo oppure due piccoli fori; la base è sempre rotonda. (Figura 3)
Un’altra tipologia di vasi per oli profumati prenderà forma in Grecia, l’ arìballos (Figura 4)
Anche questo di piccole dimensioni, presenta una pancia tonda ed era particolarmente usato in palestre e bagni. Ha un collo assai stretto (per far scendere il liquido molto lentamente) e labbro a tesa che serviva a spalmare il contenuto sulla pelle. È generalmente fornito di un’ansetta tra collo e labbro. Deriva il suo nome da una borsa chiusa all’imboccatura da una corda.
Aromi a Cipro
Nell’area mediterranea la dea della bellezza, Afrodite (Venere per i romani), era legata alla produzione di profumi e cosmetici. Secondo il mito di Esiodo (VIII sec a.C.) la dea era nata a Cipro, l’isola in cui, già da molti secoli prima si producevano, come testimoniano i dati archeologici, prodotti dedicati alla cura del corpo.
Verso la fine del II millennio a.C. Cipro era infatti snodo di traffici commerciali tra Oriente e Occidente, ed esportava profumi e cosmetici ottenuti attraverso la macerazione delle essenze nell’olio d’oliva verso la Siria e la Palestina.
Nel 2003, è stata rinvenuta a Cipro una fabbrica di produzione di unguenti risalente al II millennio a.C. Lo scavo è stato condotto in diverse campagne iniziate dal 1998 dalla missione archeologica italiana del CNR diretta dalla dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno.
La fabbrica si presentava sufficientemente integra nella disposizione dei vasi e dell’attrezzatura quasi fosse una fotografia resa possibile dal terremoto che ha conservato il momento in cui si stavano producendo oli aromatici. La scopertaarcheologica è particolarmente importante perché ha restituito informazioni relative ai procedimenti produttivi.
La fabbrica ospitava 14 fosse contenenti vasi interrati per la macerazione delle sostanze odorose in olio d’oliva, l’attrezzatura per preparare gli aromi (macine e pestelli), per travasare i profumi (imbuti, attingitoi).
Le analisi dei residui organici dei contenitori hanno rivelato le fragranze presenti al momento dell’attività produttiva: coriandolo, mandorle amare, bergamotto, resina di terebinto (tipica di Cipro), pino, alloro, mirto, maggiorana, salvia, lavanda, rosmarino, camomilla e prezzemolo.
Il laboratorio di profumi occupava una parte della sala del frantoio e si ipotizza che l’olio d’oliva fosse prevalentemente usato nella produzione della cosmesi.
Importante è il ritrovamento di due antichi apparati distillatori costituiti da due grandi vasi a lungo becco che servivano per la distillazione delle sostanze odorose. La distillazione è, dal punto di vista storico, riconosciuta agli arabi dell’VIII e IX sec. d.C. e tenendo conto che esiste un apparato distillatorio, il “distillatore di Taxila”, il più antico datato al 3000 a.C., questo ritrovamento a Pyrgos ovviamente pone la problematica di riesaminare la storia della distillazione nel bacino del Mediterraneo.
I reperti della fabbrica di profumi furono esposti nel 2007 nella mostra I profumi di Afrodite e il segreto dell’olio allestita nei Musei Capitolini a Roma.
*Creatrice di fragranze
Bibliografia
Belgiorno, Maria Rosaria, Il profumo di Cipro, Gangemi, Roma, 2014
Cerretani Giulia (a cura di) Ventagli e profumo, Menabò, Ortona, 1996
Belgiorno, Maria Rosaria (a cura di ) Catalogo I profumi di Afrodite e il segreto dell’olio – Scoperte archeologiche di Cipro, Gangemi Roma, 2007 – Mostra Musei Capitolini, Roma
14 marzo – 2 settembre 2007
Maderna, Erika, Aromi Sacri Fragranze Profane, Aboca, Perugia, 2009
Rossi Osmida, Gabriele, “Scoperta della vanità – Profumi e cosmesi nel mondo antico” in Archeo Dossier, n.58, dicembre 1989
Squillace, Giuseppe, Il Profumo nel mondo antico, Olschki, Firenze, 2010
Squillace, Giuseppe, Le lacrime di Mirra, Il Mulino, Bologna, 2015
Squillace, Giuseppe, “Il kyphi egiziano” – Un prodotto aromatico dai mille misteri in Wall Street International Magazine – 4 aprile 2018
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