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Fitoterapia del dolore cronico

Autori:

Nicoletta Galeotti

Il dolore è il sintomo più frequente per il quale i pazienti chiedono attenzione medica e quello cronico è un’importante comorbidità associata a condizioni patologiche gravi. Uno degli obiettivi primari della ricerca medica moderna è quello di identificare nuovi agenti terapeutici dotati di maggiore efficacia, minore incidenza di effetti collaterali e costi più contenuti. Diverse piante medicinali hanno mostrato la loro efficacia nel controllo delle forme di dolore cronico con maggiore incidenza, quali artrite, osteoartrite e artrite reumatoide, sia in studi preclinici che clinici.

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Tutti percepiamo dolore. Il dolore è una sensazione fisiologica fondamentale per il mantenimento dell’integrità dell’organismo che si attiva quando veniamo in contatto con uno stimolo potenzialmente lesivo allo scopo di generare una reazione di allontanamento dal pericolo. Esistono però delle condizioni in cui il dolore viene percepito in maniera particolarmente intensa e duratura, diventando una condizione patologica. Il dolore é il sintomo che più mina l’integrità fisica e psichica del paziente e più angoscia e preoccupa i suoi familiari, con un notevole impatto sulla qualità della vita.
La IASP (International Association for the Study of Pain) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale (nocicezione) ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale”. Questa definizione sancisce che il dolore non origina da componenti puramente sensoriali (nocicezione) legati al danno tissutale, ma è un complesso insieme di interazioni tra strutture nervose e non nervose (metaboliche, immunologiche, ecc.), che risente dell’influenza di fattori emozionali, quali attenzione, ansia, stress, suggestione, precedenti esperienze dolorose. I fattori esperenziali e affettivi fanno variare molto la percezione individuale del dolore rendendo ancora più complessa la sua gestione.

Classificazione del dolore
La corretta classificazione del dolore è essenziale ai fini di una terapia adeguata. Purtroppo, l’ampio spettro di sindromi dolorose che si osserva nella pratica clinica non sempre consente una diagnosi certa. Attualmente il dolore viene classificato clinicamente in base a tre aspetti principali: durata, origine, intensità1.

Classificazione in base all’origine
Dolore nocicettivo: è causato da un danno tissutale al di fuori del sistema somatosensoriale. Origina dalla stimolazione dei nocicettori periferici da parte di stimoli di elevata intensità (sopra la soglia), quali temperatura (caldo-freddo), vibrazione, stimoli tensivi, mediatori del processo flogistico, oppure traumi, come per esempio un intervento chirurgico. In base alla localizzazione dei nocicettori stimolati, può essere suddiviso in dolore somatico e dolore viscerale.
Dolore infiammatorio: è causato dalla sensibilizzazione dei nocicettori periferici da parte di un’elevata varietà di mediatori dell’infiammazione, quali chemochine, citochine, prostaglandine, e da fattori di crescita neuronali che rispondono a stimoli di bassa intensità (sotto la soglia). È caratterizzato da dolore spontaneo e ipersensibilità al dolore in risposta all’infiammazione e al danno tissutale.
Dolore neuropatico: in cui vi sono alterazioni o lesioni croniche a livello del sistema somatosensoriale periferico (dolore neuropatico periferico) o centrale (dolore neuropatico centrale). Cause di dolore neuropatico periferico sono per esempio traumi o fenomeni compressivi sui nervi (es. sindrome del tunnel carpale), infezioni virali o diabete. Può anche manifestarsi come effetto collaterale di terapie con sostanza ad attività neurotossica, quali alcuni antitumorali e antivirali. Il dolore neuropatico centrale può essere causato da lesioni del midollo spinale, sclerosi multipla, stroke. Questi pazienti riportano dolore estremo provocato da uno stimolo che normalmente non provoca dolore (es: sfiorare delicatamente provoca una reazione dolorosa intensa), fenomeno denominato allodinia, e una risposta dolorosa amplificata rispetto a uno stimolo doloroso tattile o termico lieve, noto come iperalgesia. I comuni farmaci analgesici sono scarsamente efficaci nel controllare questa tipologia di dolore.

Classificazione in base all’intensità
L’intensità del dolore è un parametro fondamentale per una corretta valutazione del dolore ed è indispensabile per una scelta farmacologica appropriata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito una scala graduata (da 1 a 10) di classificazione del dolore in base all’intensità tramite la quale il dolore si suddivide in 3 tipologie:
Grado I: lieve, scala da 1 a 3
Grado II: moderato, scala da 4 a 6
Grado III: grave, scala da 7 a 10

Classificazione del dolore in base alla durata
Dolore transitorio: causato dall’attivazione dei nocicettori senza provocare danno tissutale. Il dolore scompare alla cessazione dello stimolo e rappresenta il nostro sistema di “allarme” contro stimoli potenzialmente dannosi per il nostro organismo.
Dolore acuto: è un dolore nocicettivo di breve durata in cui si ha una fisiologica attivazione dei nocicettori per una causa esterna o interna. Si ha un danno tissutale e il dolore scompare alla riparazione del danno (es.: lesioni, interventi chirurgici). Attualmente le opzioni terapeutiche a disposizione per il controllo del dolore acuto sono molteplici ed efficaci.
Dolore persistente: la permanenza dello stimolo nocicettivo rende il dolore persistente. Quindi, il dolore acuto, se non gestito correttamente, può diventare dolore persistente.
Dolore cronico: si definisce come dolore che persiste per più di tre mesi e rappresenta una condizione patologica complessa. È un dolore associato ad una importante componente emozionale e implica profonde modificazioni della personalità e dello stile di vita del paziente. Generalmente accompagna malattie ad andamento cronico, quali patologie reumatiche, ossee, oncologiche, metaboliche. È un dolore difficile da curare e spesso richiede interventi terapeutici multidisciplinari.
L’eziologia del dolore cronico può essere varia. Può essere un dolore di tipo nocicettivo, generalmente rappresentato da patologie infiammatorie croniche (osteoartrite, artrite reumatoide), neuropatico centrale o periferico, viscerale (lesioni ad organi interni, pancreatite, sindrome del colon irritabile) o misto (dolore oncologico, fibromialgia). Le cause che possono determinare dolore cronico sono molteplici, la più comune è l’osteoartrite/artrite (42% dei casi), seguita da patologie tumorali, disturbi del disco intervertebrale, fratture, cefalee, neuropatie, sclerosi multipla, diabete.

Epidemiologia del dolore cronico
Il dolore cronico è sicuramente un’importante comorbidità associata a condizioni patologiche gravi, ma il suo contributo negativo sulla salute pubblica va ben oltre. Il dolore cronico non è, infatti, solo una semplice comorbidità, ma è ora riconosciuto come condizione a sé stante, con definizioni e tassonomia2. Ad oggi, è però difficile definire l’epidemiologia del dolore a causa della natura soggettiva dei sintomi e della mancanza di consenso sui criteri diagnostici. Anche se è difficile definire la reale portata del dolore cronico, gli studi epidemiologici più attendibili asseriscono che oltre il 20% della popolazione europea adulta soffre di dolore cronico di cui il 66% soffre di dolore di intensità moderata e il 34% di dolore grave. Tra questi il 46% soffre di dolore costante e il 54% di dolore intermittente. Si ha una lieve prevalenza femminile e un’età media di circa 48 anni. La durata del dolore è stimabile in circa 8 anni e il 21% dei soggetti ha anche una diagnosi di depressione. Un italiano su quattro soffre di dolore cronico, di cui il 43% soffre di dolore grave. Questo colloca l’Italia ai primi posti in Europa, preceduta solamente da Norvegia (30%) e Polonia (27%) (Figura 2).
Queste stime, paradossalmente, sono destinate ad aumentare in relazione al miglioramento della qualità della vita. Infatti, il prolungamento delle aspettative di vita e la maggiore sopravvivenza a patologie gravi quali tumori, patologie neurodegenerative e diabete, ha portato a una maggiore incidenza e durata del dolore cronico3.
Questa condizione sta diventando anche un crescente problema socio-economico4–6. Negli USA il dolore cronico affligge più di 100 milioni di persone, con un costo in trattamento sanitario e perdita di produttività per assenze dal lavoro di circa 600 miliardi di dollari, cifra che supera il costo di patologie gravi quali disturbi cardiovascolari (309 miliardi), tumori (243 miliardi) e diabete (188 miliardi), considerate complessivamente. Nei Paesi europei la situazione è simile. Quasi 50 milioni di persone lamentano dolore, di cui 11,2 milioni presentano dolore grave che causa una riduzione della capacità lavorativa sul posto di lavoro, assenza anche prolungata oppure abbandono del lavoro, con un costo stimato di circa 200 miliardi di euro.

Inadeguatezza nella gestione del dolore cronico
Il dolore è il sintomo più frequente per cui i pazienti chiedono attenzione medica. Accompagna molte patologie che si incontrano quotidianamente nella pratica medica e circa il 25% della popolazione prova dolore ogni giorno. La gestione del dolore rappresenta quindi un problema di salute pubblica globale e una causa primaria di disabilità nel mondo.
Le attuali terapie antalgiche sono in grado di controllare adeguatamente il dolore acuto. Purtroppo, nonostante l’elevata disponibilità di farmaci analgesici, la farmacoterapia del dolore cronico non sempre risulta pienamente efficace ed è spesso accompagnata dall’insorgenza di importanti effetti collaterali. Inoltre, la somministrazione quotidiana di farmaci porta a una riduzione dell’effetto analgesico nel tempo che richiede l’aumento delle dosi somministrate e, di conseguenza, all’aggravarsi degli eventi avversi. Uno degli obiettivi primari della ricerca medica moderna è quello di identificare nuovi agenti terapeutici dotati di maggiore efficacia, minore incidenza di effetti collaterali e costi più contenuti.

FITOTERAPIA DEL DOLORE
Un numero sempre maggiore di pazienti si affida alla medicina complementare o alternativa per il controllo del dolore e i rimedi fitoterapici rappresentano una delle strategie più efficaci. L’uso delle piante medicinali come trattamenti analgesici nella medicina popolare è una tradizione antichissima. Basti pensare che le prime testimonianze sull’uso dell’oppio come analgesico risalgono a oltre 7000 anni fa. Con l’avvento della chimica farmaceutica nel XIX secolo, l’uso dei rimedi naturali è caduto in declino, ma attualmente si sta osservando un rinnovato e crescente interesse verso la fitoterapia. Stime indicano che oltre 70.000 specie botaniche sono usate nella etnomedicina nel mondo e secondo l’OMS, circa l’80% della popolazione mondiale usa fitomedicamenti sia per disturbi minori che per patologie maggiori. Questo fenomeno si verifica ampiamente nei paesi in via di sviluppo in cui la mancanza di risorse rende bassa la disponibilità di farmaci di sintesi. Particolarmente interessante, invece, è il crescente aumento del consumo di medicamenti di origine naturale che si sta verificando negli ultimi anni nei paesi industrializzati. La fitomedicina, ritenuta generalmente più sicura della medicina convenzionale, è molto apprezzata nella gestione del dolore cronico, in particolare da pazienti che non tollerano gli eventi avversi dell’analgesia farmacologica a lungo termine.
Numerosi rimedi fitoterapici si sono mostrati efficaci nel controllo delle forme di dolore cronico con maggiore incidenza, quali artrite, osteoartrite e artrite reumatoide, sia in studi preclinici che clinici…

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