*Iacopo Bertini
*Maria R.D’Isanto
VITAMINA D E COVID-19
È un tema molto attuale in ambito nutrizionale: in che misura bassi livelli plasmatici di vitamina D possano costituire un rischio di contrarre l’infezione da coronavirus o anche se un’eventuale integrazione possa essere d’aiuto per la prevenzione della malattia. Un gruppo di esperti di diversa provenienza (Regno Unito, Europa, Stati Uniti) ha pubblicato un documento di consenso cercando di fare il punto della situazione.
Un livello adeguato di vitamina D nell’organismo è importante per mantenere un buono stato di salute generale: livelli carenti potrebbero compromettere la salute delle ossa ma anche livelli troppo elevati potrebbero portare a un aumento del calcio circolante nel sangue o a problemi renali per coloro che abbiano una ridotta funzionalità renale con possibili conseguenze negative per la salute.
Secondo lo studio, al momento non c’è un’evidenza scientifica tale per cui si possa ritenere che la vitamina D possa prevenire l’infezione o essere utilizzata nel trattamento del COVID-19.
Nello studio è stata anche considerata la relazione tra livelli di vitamina D e infezioni del tratto respiratorio (ITR): in passato, alcuni studi hanno trovato che bassi livelli di vitamina erano associati a ITR di tipo acuto: tuttavia, molti di questi studi sono stati fatti su gruppi di popolazione nei paesi in via di sviluppo e, di conseguenza, non possono essere estrapolati alle popolazioni di paesi sviluppati per i tanti e diversi fattori ambientali e nutrizionali. Per cui, al momento, nonostante ci sia un certo livello di evidenza su questa relazione, non è possibile affermare l’esistenza di un legame certo tra i livelli della vitamina e le ITR.
Conclusioni. La maggior parte delle riserve di vitamina D viene sintetizzata a partire da una sufficiente esposizione della cute al sole. In questo periodo di isolamento forzato, per alcuni potrebbe essere stato difficile raggiungere il fabbisogno: valutando caso per caso, e sempre dopo un consulto con un medico o un nutrizionista, può essere raccomandabile un periodo di integrazione, sempre comunque assumendo dosaggi fisiologici in linea con le raccomandazioni nazionali (15 microg/die o 600 IU/die), evitando dosaggi oltre il livello massimo di sicurezza (100 microg/die o 4000 IU/die). Al momento, non c’è un’evidenza sufficiente per utilizzare la vitamina D per la prevenzione o, a maggior ragione, per il trattamento del COVID-19.
Fonte: Susan A Lanham-New SA et al. Vitamin D and SARS-CoV-2 virus/COVID-19 disease. BMJ Nutrition, Prevention & Health, 2020;0. DOI: 10.1136/bmjnph-2020-000089

CONSUMO DI SPEZIE E INFIAMMAZIONE
Ci sono nuove conferme scientifiche sull’importanza del consumo delle spezie alimentari utilizzate nella preparazione dei cibi. Per chi fosse interessato al rapporto spezie-salute, ne parlammo in un articolo, per esteso, in Natural 1 di dicembre 2017.
Questo studio ha verificato gli effetti sullo stato infiammatorio dell’assunzione di un miscuglio di spezie (6 grammi) durante un pasto ricco di grassi e carboidrati. Un’ampia letteratura ha evidenziato, infatti, come molte spezie abbiano proprietà antinfiammatorie, così come uno stato di infiammazione cronica è ormai considerato un tratto distintivo che caratterizza diverse condizioni patologiche (tumore, patologie cardiovascolari, sovrappeso e obesità tra le tante). In anni recenti, poi, diverse ricerche hanno messo in evidenza come dopo un pasto molto ricco dal punto di vista calorico possa crearsi nell’organismo uno stato infiammatorio “transitorio” (acuto): al momento, non è molto chiaro se questo stato acuto, successivo a un pasto abbondante, possa causare uno stato di infiammazione cronica; tuttavia, si sospetta che possa giocare un ruolo negativo specialmente nelle persone in sovrappeso o obese.
È ormai accertato che le migliori armi a disposizione per combattere l’aumento medio del peso della popolazione siano quelle di migliorare lo stile alimentare e aumentare l’esercizio fisico; purtroppo, questi due cambiamenti comportamentali non sono semplici da far seguire e, forse, ancor di più, mantenere nel tempo. Questo studio ha voluto, quindi, verificare se un consumo di spezie di uso comune potessero comunque dare dei benefici e quindi, probabilmente, anche un contributo, seppur non di primaria importanza, nel contrastare il sovrappeso.
Materiali e metodi. Hanno fatto parte dello studio 12 uomini, di età compresa tra 40 e 65 anni, sovrappeso o obesi (25 ≤ BMI ≤ 35 kg/m2), che avevano almeno un fattore di rischio cardiovascolare. Ciascun partecipante ha consumato, per tre volte, un pasto ricco di grassi e carboidrati (circa 1000 kcal totali, di cui il 33% dovute a grassi saturi e il 36% a carboidrati), in tre giorni separati: in ordine casuale, una volta senza consumare spezie, un’altra assumendone 2 grammi e, nella terza occasione, 6 grammi. La miscela comprendeva molti ingredienti: basilico, foglie d’alloro, pepe nero, cannella, coriandolo, cumino, zenzero, origano, prezzemolo, peperoncino, rosmarino, timo e curcuma. In tutte le occasioni, sono stati prelevati dei campioni di sangue sia prima sia dopo (ogni ora fino alla quarta ora) il pasto per misurare alcuni marker infiammatori.
Risultati. Dopo il pasto con i 6 grammi di spezie sono state rilevate concentrazioni inferiori di citochine infiammatorie in confronto sia al pasto senza spezie sia a quello con 2 grammi.
Conclusioni. utilizzare le spezie per insaporire le pietanze può essere un buon comportamento dietetico per renderle più saporite e gradevoli, per ridurre il consumo di sale (in genere troppo elevato) e, contemporaneamente, rendere più salutare o perlomeno meno “dannoso” un pasto molto calorico. È chiaro che in questo studio non è possibile stabilire se l’effetto benefico sia dovuto a una spezia in particolare, e se sì, in quale percentuale, oppure magari all’effetto contemporaneo, e magari sinergico, dei diversi ingredienti. È importante però aver messo in evidenza come l’uso delle spezie, per le proprietà antinfiammatorie che molte hanno, possano svolgere un ruolo benefico nella nostra dieta. Inoltre, i ricercatori hanno utilizzato un quantitativo di spezie grosso modo corrispondente a una quantità compresa tra un cucchiaino da tè fino a un cucchiaio da tavola, a seconda del grado di disidratazione delle spezie: un “dosaggio” che può essere facilmente assunto anche quotidianamente.
Fonte: Ester S Oh, Kristina S Petersen, Penny M Kris-Etherton, and Connie J Rogers. Spices in a High-Saturated-Fat, High-Carbohydrate Meal Reduce Postprandial Proinflammatory Cytokine Secretion in Men with Overweight or Obesity: A 3-Period, Crossover, Randomized Controlled Trial. J Nutr 2020;150:1600–1609.
CONSUMO DI PRODOTTI A BASE DI LATTE, IPERTENSIONE E DIABETE
Diverse ricerche pubblicate in anni passati hanno suggerito che un “alto” consumo di prodotti derivanti dal latte possa essere legato a un minor rischio di andare incontro a diverse problematiche metaboliche (diabete, pressione sanguigna alta, sindrome metabolica). Questi studi sono stati condotti, più che altro, in nord America e in Europa. Lo studio in questione, una ricerca epidemiologia prospettica, voleva verificare se queste associazioni fossero confermate anche in altre popolazioni: per questo, i ricercatori hanno valutato persone che avevano preso parte allo studio Prospective Urban Rural Epidemiology (PURE study).
Materiali e metodi. I partecipanti, circa 150.000, di età compresa tra 35 e 70 anni, provenivano da 21 diversi paesi di 5 continenti. Il rilevamento delle abitudini alimentari per circa 113.000 soggetti, dei precedenti 12 mesi, è stato condotto utilizzando dei questionari che registrano la frequenza di consumo dei diversi cibi, considerando come prodotti il latte, yogurt, latti fermentati, formaggi e piatti preparati con questi alimenti, e classificandoli come “interi” o a basso contenuto di grassi (1-2%): questi dati sono stati messi in relazione, mediante analisi cross-sectional, con i fattori che definiscono la sindrome metabolica. Inoltre, circa 57.000 e 131.000 soggetti che non soffrivano, inizialmente, rispettivamente di ipertensione e diabete, sono stati seguiti in uno studio prospettico, con un follow-up di circa 9 anni (mediana).
Risultati. Nello studio trasversale (cross-sectional), il consumo di almeno 2 porzioni di questo gruppo di alimenti si associa a una minore prevalenza di sindrome metabolica, con una riduzione del rischio del 24%, che si riduce ulteriormente (28%) se si considera il consumo di soli prodotti da latte intero, rispetto a coloro che non consumano questo genere di alimenti. Nello studio prospettico, invece, tra coloro che consumavano una quantità maggiore di prodotti (almeno 2 porzioni al giorno) rispetto a chi non ne faceva uso, si è rilevata una minore incidenza di ipertensione e di diabete.
Limiti dello studio. Questo studio, seppur abbia preso in considerazione un numero di soggetti elevato, è di tipo osservazionale e, come tale, non può stabilire una relazione causa-effetto tra il consumo di prodotti derivati dal latte e patologie. Inoltre, il rilevamento dei consumi alimentari tramite frequenza di consumo può portare a errori anche rilevanti.
Conclusioni. Un consumo più elevato di prodotti (2 o più porzioni al giorno) a base di latte intero, ma non di latte a basso contenuto di grassi (parzialmente scremato o scremato) si associa con una minore prevalenza di sindrome metabolica generale e con una minor incidenza di ipertensione e diabete. C’è da dire, però, che proprio per il tipo di studio (osservazionale), sarà necessario che vengano svolti ampi studi clinici randomizzati per poter confermare, in maniera più sicura, questo effetto protettivo.
Fonte: Bhavadharini B, Dehghan M, Mente A, et al. Association of dairy consumption with metabolic syndrome, hypertension and diabetes in 147 812 individuals from 21 countries. BMJ Open Diabetes Research and Care 2020;8:e000826. doi: 10.1136/bmjdrc-2019-000826
* A.I.Nut. – Associazione Italiana Nutrizionisti
Rubrica a cura di A.I.Nut. – Associazione Italiana Nutrizionisti
– Vitamina D e COVID-19
– Consumo di spezie e infiammazione
– Consumo di prodotti a base di latte, ipertensione e diabete