Iacopo bertini
In Italia esistono in commercio oltre 260 diverse acque minerali. Il consumo pro-capite supera i 170 litri all’anno, più di tutti gli altri paesi europei. Con il caldo, è bene aumentare la quantità di acqua che assumiamo giornalmente, ma non c’è bisogno di esagerare. Alla “scoperta” delle acque minerali da bere. E quella di casa è sicura? L’invecchiamento comporta spesso un declino delle capacità cognitive. È possibile però prevenirne la comparsa o perlomeno rallentarne il decorso grazie a uno stile di vita sano che includa una corretta alimentazione. Vediamo cosa si può fare.
L’aumento dell’aspettativa di vita nei paesi sviluppati, dovuta ai notevoli progressi della sanità pubblica e della medicina, ha comportato che la percentuale di persone anziane, sul totale della popolazione, sia aumentata considerevolmente. “Vivere di più” però non vuol dire, automaticamente, vivere di più in salute: l’invecchiare in salute, infatti, viene definito come “quel processo di sviluppo e mantenimento delle capacità funzionali dell’organismo che permette di godere di una condizione di benessere anche nella terza età” (Olshansky, 2018). Oggigiorno, invece, mantenere questa condizione di buona salute generale è diventata una delle sfide più importanti per la salute pubblica: l’obiettivo principale degli studi di gerontologia è diventato non tanto l’allungamento della vita tout court quanto piuttosto l’estensione degli anni passati in buona salute. Evidentemente, il mantenimento delle capacità funzionali dell’organismo è possibile grazie alla messa in atto di una serie di capacità specifiche sia di tipo fisico che mentale, che includono gli aspetti cognitivi, psicologici, le funzioni sensoriali e il movimento (Cesari et al. 2018). In particolare, un aspetto da tenere in considerazione con il passare degli anni è il declino cognitivo (DC), che può riguardare uno o più aspetti diversi, come la capacità di lettura e scrittura, l’attenzione, la memoria, il linguaggio, le capacità visivo-spaziali e tante altre.
Le abitudini alimentari rappresentano probabilmente uno dei principali fattori dello stile di vita, modificabili, che possono consentirci di mantenere uno stato di buona salute. Negli ultimi venti anni, la ricerca nutrizionale sta dando sempre più importanza allo studio e alla definizione dei diversi stili alimentari, intesi cioè come relazione complessa e sinergica di migliaia di molecole diverse presenti nei cibi, piuttosto che cercare di individuare i singoli nutrienti la cui assunzione potrebbe darci un particolare “vantaggio” salutistico (Schulze et al. 2018; Yeung et al, 2021).
Stili alimentari
Molti Autori ritengono che la dieta possa esercitare diversi effetti neuroprotettivi sia grazie ad un miglioramento della situazione vascolare e cardiometabolica sia attraverso meccanismi non specificamente vascolari, come la riduzione dello stress ossidativo e infiammatorio (Rajaram et al., 2019).
Dieta mediterranea
I risultati di molti studi hanno messo in evidenza come molti anziani, seguiti negli anni, che non presentavano una situazione iniziale di demenza e che seguivano maggiormente uno stile alimentare di tipo mediterraneo, manifestavano un minor declino delle funzioni cognitive complessive rispetto a chi più si allontanava da questo modello (Coelho-Júnior et al., 2021). Questo tipo di studi, osservazionali e trasversali, sono abbastanza concordi nelle conclusioni; tuttavia, ci sono anche altri studi, di tipo clinico randomizzato, le cui conclusioni non vanno nella stessa direzione (Radd-Vagenas et al., 2018). La discordanza nei risultati potrebbe essere dovuta sia alla durata degli studi clinici di intervento, troppo breve per poter mettere in evidenza un effetto della dieta mediterranea sulle funzioni cognitive sia l’eterogeneità nel tipo di protocolli utilizzati e dei diversi parametri indagati nei differenti studi clinici (Radd-Vagenas et al., 2018). Quindi, pur essendo necessarie ulteriori ricerche future che possano definire e confermare l’applicazione della dieta mediterranea per le differenti disfunzioni mentali che possono manifestarsi nel DC, la maggior parte degli Autori ritiene questo modello alimentare “protettivo”.
Altri tipi di dieta
A parte la dieta mediterranea, ampiamente studiata, ci sono relativamente pochi studi che abbiano valutato l’effetto di altre diete “salutistiche” sugli aspetti cognitivi. Qualche ricerca ha valutato gli effetti della dieta DASH proposta per il trattamento dell’ipertensione (tabella): i risultati, però, al momento, seppur promettenti non sono definitivi proprio per il loro numero abbastanza limitato (Yeung et al, 2021).
Da alcuni anni è stata proposta la cosiddetta dieta MIND (acronimo di Mediterranean-DASH diet Intervention for Neurodegenerative Delay), versione “ibrida” tra la dieta mediterranea e la dieta DASH (Morris et al., 2015). L’applicazione di questo tipo di dieta in gruppi di popolazione di diversi paesi del mondo (Stati Uniti, Australia, Svezia) ha evidenziato qualche risultato positivo, che dovrà essere ulteriormente confermato (Berendsen et al., 2018; Hosking et al., 2019; Shakersain et al., 2018).
Sono state valutate anche le diete vegetariane (plant-based, sia vegetariane che vegane) con buoni risultati positivi (Bertini & Giampietro, 2006; Medawar et al., 2019) a dimostrazione che, in tutti i casi, un’assunzione regolare e prevalente di alimenti di origine vegetale costituisce un fattore protettivo nei confronti del declino cognitivo. Tutte queste diete infatti sono caratterizzate dal consumo elevato di frutta, vegetali e cereali integrali, che apportano un quantitativo elevato di sostanze polifenoliche e, viceversa, da un’assunzione molto limitata di zuccheri semplici, grassi saturi e cibi “industriali”. I meccanismi che si ipotizza possano essere alla base di queste azioni benefiche sono molti e, in particolare: a) azione antiossidante e antinfiammatoria, b) modulazione del microbiota intestinale, c) miglioramento delle funzioni intestinali, d) aumento della sensibilità insulinica, e) supporto neurotrofico, f) diminuzione del danno neuronale (Melzer et al., 2021).
Un altro aspetto dietetico che si ritiene importante per la salute mentale è la regolazione dello stato infiammatorio: per questo motivo è stato ideato, negli anni passati, l’Indice Dietetico di Infiammazione o Infiammatorio (DII, Dietary Inflammatory Index) con l’obiettivo di valutare il potenziale infiammatorio di ciò che mangiamo (Shivappa et al., 2014). Anche in questo caso alcuni studi hanno valutato positivamente il consumo di alimenti di origine vegetale su alcuni parametri legati al declino cognitivo (Hayden et al., 2017; Kesse-Guyot et al., 2017).
Al momento, comunque, nonostante tutti e quattro questi tipi di dieta (dieta mediterranea, DASH, MIND, plant-based) e l’indice infiammatorio DII abbiano dato riscontri positivi, sono necessari ulteriori studi, più approfonditi, in particolare quelli clinici randomizzati, che possano definire meglio le loro potenzialità neuroprotettive nelle diverse situazioni cliniche (Abbatecola et al., 2018; van den Brink et al., 2019).
Microbioma
La composizione del microbiota intestinale presenta delle differenze interindividuali tra le persone; la densità e la composizione del microbiota infatti è influenzata da fattori biochimici, nutrizionali e immunologici lungo tutto il tratto intestinale (Thursby & Juge, 2017). Per mantenere uno stato di buona salute, è importante che il microbiota mantenga, nel tempo, la sua abbondanza numerica (intesa come numero di batteri presenti) sia, e forse soprattutto, la sua diversità microbica, con un rapporto ottimale tra le specie considerate benefiche (Bifidobacterium, Lactobacillus, Eubacterium e Fusobacterium) ed altre potenzialmente nocive (Staphylococcus, alcune specie di Clostridia e Proteus).
Al momento, non è ben chiaro se il processo di invecchiamento di per sé possa influenzare i cambiamenti nella composizione del microbiota oppure se siano più importanti i cambiamenti di alcuni fattori (attività fisica, alimentazione, stile di vita) che avvengono col passare degli anni. Questi cambiamenti potrebbero essere dovuti ad un generale deterioramento delle condizioni di salute, al verificarsi di condizioni patologiche, all’uso di farmaci (soprattutto antibiotici e farmaci antinfiammatori non steroidei) ma anche al cambiamento delle abitudini di vita (An et al., 2018). L’alterazione del microbioma, poi, è dovuta al fatto che spesso gli anziani hanno una dieta monotona perché magari vivono soli e perdono così la voglia di prepararsi piatti diversi e più vari. Inoltre, problemi di masticazione possono creare difficoltà a consumare cibi dalla consistenza coriacea (es. frutta secca a guscio, frutta e verdure crude). Tutti questi cambiamenti nelle abitudini alimentari possono accompagnarsi all’instaurarsi di uno stato di carenza di diversi nutrienti, situazione che si verifica abbastanza frequentemente: secondo diverse ricerche, infatti, circa il 5-30% degli anziani segue diete carenti, percentuale che sale fino al 60% in pazienti anziani ospedalizzati (Corish & Bardon, 2019).
Infine, a proposito della flora batterica, c’è da dire che recentemente alcuni studi hanno messo in evidenza come anche un’alterazione dei rapporti tra le specie batteriche che albergano a livello della mucosa orale è probabilmente un fattore negativo che può predisporre al declino cognitivo (Wang et al., 2019).
Quindi, diversi studi hanno messo in evidenza come la densità e la composizione delle specie microbiche intestinali degli anziani sani possa essere differente se confrontata con quella degli anziani che presentano diversi disturbi cognitivi. Tuttavia, i numeri non elevati di soggetti arruolati in questi studi, così come i risultati non sempre concordi, le differenze nelle dosi, specie batteriche e durata di somministrazione delle diverse formulazioni probiotiche, portano all’impossibilità di identificare specifici gruppi batterici la cui presenza, se incrementata, dovrebbe prevenire i disturbi cognitivi; comunque sia, alla luce dei dati attuali, è sicuramente d’aiuto migliorare il rapporto tra specie benefiche e nocive attraverso una correzione dello stile alimentare. Infine, ancora non è chiaro se l’eventuale azione di arricchimento delle specie batteriche intestinali, ottenibile con la somministrazione di specifici probiotici, possa mantenersi nel tempo e, nel caso, per quanto tempo dopo la sospensione del trattamento…