Iacopo Bertini
È un problema per molte persone, che crea disagio. Parliamo di stitichezza (o stipsi). Nella maggior parte dei casi però si può risolvere, basta scegliere gli alimenti giusti.
La stitichezza o stipsi (dal greco styphein, stretto) viene comunemente definita come una difficoltosa o infrequente evacuazione dell’intestino a cui si affianca la sensazione di uno svuotamento intestinale incompleto. In genere, viene distinta una stipsi cosiddetta acuta che si differenzia da quella cronica (che ha una durata di almeno 6 mesi). È una problematica molto frequente che interessa circa il 15% della popolazione. Interessa maggiormente le donne ed aumenta con l’avanzare dell’età. È più frequente in chi è depresso o sottoposto a stress psicologici. La normale frequenza di defecazione varia molto da persona a persona, e in maniera indicativa, per essere considerata “normale”, dovrebbe essere compresa da tre evacuazioni al giorno a tre alla settimana.
Le cause
La stipsi transitoria (acuta) è frequente durante la gravidanza, nei cambi di luogo e di abitudini alimentari (es. durante o dopo un viaggio), nelle persone sedentarie che non si idratano in maniera sufficiente, nel periodo che segue interventi chirurgici e dopo l’utilizzo di antibiotici. In genere, superata la fase “critica”, la stipsi acuta si risolve in breve tempo.
La stipsi cronica invece può essere causata da alcune disfunzioni motorie intestinali e/o anorettali oppure da patologie come la diverticolosi, le malattie infiammatorie croniche intestinali e il tumore del colon-retto. Fra le malattie croniche che spesso si accompagnano a stipsi, vi sono il morbo di Parkinson, il diabete e malattie neurologiche. Anche alcuni farmaci (es. anestetici, analgesici, antiacidi, anticolinergici, antidepressivi) possono aumentare il tempo di percorrenza delle feci lungo l’intestino.
I sintomi
Normalmente i pazienti riferiscono tutta una serie, molto variabile, di sintomi: tra questi, una ridotta frequenza di evacuazioni (come detto, meno di tre alla settimana), la consistenza delle feci (dure, cosiddette “caprine”), la mancanza dello stimolo a defecare, uno sforzo eccessivo e prolungato durante la defecazione, un senso di ostruzione o blocco anale, una sensazione di evacuazione incompleta e, nei casi più gravi, il ricorso a manovre manuali o ausili tipo clisteri e supposte.
Consigli generali
In molti casi, probabilmente la maggior parte, è sufficiente adottare alcuni cambiamenti nell’alimentazione, idratazione e nello stile di vita per avere dei miglioramenti significativi:
1) mangiare a orari regolari aiuta ad “armonizzare” i ritmi biologici tra cui anche quello intestinale;
2) svolgere esercizio fisico in maniera regolare (almeno 150 minuti di attività fisica a settimana) facilita notevolmente l’attività intestinale (Iovino et al., 2013);
3) dedicare il giusto tempo per le funzioni intestinali: spesso la fretta, e in generale uno stato di “tensione”, non favorisce l’evacuazione. In quest’ottica, è importante anche cercare di non ignorare o rimandare lo stimolo ad andare in bagno, perché tale comportamento può aumentare notevolmente le possibilità di soffrire di stitichezza.
Detti i rimedi da adottare sullo stile di vita, vediamo nel dettaglio le soluzioni dietetiche e gli alimenti da consumare per poter alleviare, e in molti casi, risolvere questo disturbo.
Acqua
La prima regola da seguire è introdurre un’adeguata quantità di liquidi, circa 1.5-2 litri al giorno, anche se, è giusto dirlo, questa raccomandazione – presente in tutte le linee guida e nella lista dei suggerimenti delle società scientifiche di gastroenterologia e nutrizione – non è supportata da una forte evidenza scientifica. È vero però che al diminuire del contenuto di acqua delle feci, la loro viscosità aumenta notevolmente: se il contenuto di acqua nelle feci è di circa il 90% siamo in presenza di feci liquide, mentre feci soffici, “formate” e dure hanno un contenuto di acqua, in media, rispettivamente del 77%, 75% e 72%. Da un punto di vista fisico, la differenza del 18% (dal 90% al 72%) comporta un aumento della viscosità delle feci di circa 240 volte (McRorie and McKeown, 2017). Quindi, una differenza percentuale minima (2-3%), può determinare una consistenza delle feci molto diversa.
Un discorso a parte va fatto per le acque solfato-magnesiache, ovverosia quelle ricche di magnesio e solfati, a cui viene riconosciuto, da tempo, un leggero effetto lassativo (Serra et al., 2020). L’idrossido di magnesio viene convertito nell’intestino in carbonato di magnesio, che assorbe l’acqua dalle pareti intestinali andando ad idratare e ammorbidire le feci. E’ bene comunque non consumarne in quantità eccessiva, soprattutto per le persone anziane con insufficienza renale, che potrebbero andare incontro ad un eccesso di magnesio nel plasma (ipermagnesemia) (Mori et al., 2019). L’effetto principale del magnesio sembra essere quello osmotico dovuto al suo assorbimento parziale a livello intestinale. Sono stati ipotizzati però anche altri meccanismi: l’aumento della secrezione di colecistochinina e del peptide YY, che modulano la motilità intestinale, o dell’acquaporina-3, che regola la secrezione di acqua nel lume intestinale. I solfati invece potrebbero avere un’azione prebiotica su alcuni ceppi di batteri intestinali, che, a loro volta, potrebbero agire positivamente sulla formazione delle feci (Dupont and Hébert, 2020).
Fibre dietetiche
Nonostante il primo consiglio che viene dato alle persone con stipsi sia quello di aumentare l’apporto di fibre con la dieta, le linee guida sull’argomento sono abbastanza “generiche”, raccomandando che i pazienti aumentino il consumo di alimenti ricchi di fibre (Serra et al., 2020).
Le fibre dietetiche vengono definite come “la parte residua degli alimenti vegetali che sono resistenti all’idrolisi da parte degli enzimi secreti nell’apparato gastrointestinale”. Da un punto di vista chimico sono una classe di sostanze abbastanza eterogenea; ne fanno parte: a) i carboidrati non digeribili che resistono agli acidi gastrici e all’idrolisi degli enzimi digestivi, b) la lignina, un polimero altamente ramificato, e altre sostanze non classificabili come carboidrati, e c) alcuni carboidrati (i cosiddetti amido-resistenti) che, seppur potenzialmente digeribili, quando sono presenti nella matrice alimentare non sono “raggiunti” dagli enzimi digestivi, per cui alla fine non vengono digeriti (Gill et al., 2021).
A livello del colon, le fibre possono essere fermentate dal microbiota (batteri intestinali), con conseguente produzione di anidride carbonica, metano e idrogeno oltre ad acidi grassi a catena corta (butirrato, acetato e propionato) che creano un gradiente osmotico, accelerando il transito intestinale (Eswaran et al., 2013).
I vari tipi di fibre, proprio per l’ampia eterogeneità della struttura chimica presentano caratteristiche di solubilità (capacità di legarsi con l’acqua), fermentabilità (possibilità di essere fermentate dai batteri intestinali) e viscosità (maggiore o minore facilità di scorrimento) alquanto differenti, con effetti diversi a livello intestinale.
Le fibre solubili altamente fermentabili si trovano nei legumi, nel frumento, patate, riso, orzo e segale. Si comportano come fibre prebiotiche, facendo aumentare la biomassa intestinale, e indirettamente la massa fecale, con conseguente produzione di acidi grassi a catena corta e gas (meteorismo). Le fibre solubili, invece, anch’esse ben rappresentate in tutti gli alimenti di origine vegetale, agiscono “sequestrando” grandi quantità di acqua, con formazione di gel: tutto ciò porta a normalizzare la consistenza delle feci. Le fibre insolubili, come la crusca di frumento, agiscono più che altro creando uno stimolo meccanico (irritativo) sulla mucosa intestinale, che, a sua volta, aumenta la secrezione nel lume intestinale di acqua e muco.
Quindi, nonostante il fatto che l’indicazione ad aumentare l’apporto di fibre, soprattutto quelle solubili, abbia relativamente pochi studi clinici randomizzati (RCT) a sostegno (Bellini et al., 2021), è spesso la prima opzione raccomandata per il trattamento della stipsi sia dalle linee guida europee sia da quelle dell’American College of Gastroenterology (Ford et al., 2014; Serra et al., 2020). C’è da dire, comunque, che dal punto di vista metodologico ci sono diversi ostacoli a condurre RCT con un numero di soggetti elevato, per cui le indicazioni delle linee guida seguono anche quelle che sono le esperienze pratiche con i pazienti…