Vivere più a lungo non sempre significa vivere bene. La buona salute non può mai dirsi acquisita: va tutelata, rafforzata, investendo prima nella prevenzione e poi nella cura. E diventa importante distinguere il termine life span, che rappresenta la durata della vita, dall’health span, che è la durata della vita in buona salute. Garantire una buona salute richiede un nuovo approccio di gestione del paziente e soprattutto un percorso di presa in carico. Questo vuol dire che vanno analizzati da un punto di vista sanitario, ma anche e soprattutto sociale e di sostenibilità economica, i nuovi bisogni della popolazione.
Scenario
L’osservazione e l’analisi l’epidemiologica della popolazione italiana ci prospetta un quadro con alcune evidenze ormai inequivocabili. Scattando una fotografia della società di oggi, la prima cosa che colpisce è l’invecchiamento della popolazione. Un fenomeno italiano, comune anche a tante altre realtà nazionali, che porta il nostro paese a essere al vertice della classifica sulla speranza di vita. Un bambino che nasce oggi ha un’aspettativa di vita di quasi 83,8 anni. Ci precede di poco solo la Spagna, che tocca gli 84 anni. (Fig 1) Stratificando l’analisi, si osserva una situazione però non omogenea. In primis le donne hanno un’aspettativa di vita alla nascita molto più alta degli uomini. Quattro anni in più, e non sono pochi. La vera disomogeneità la troviamo entrando all’interno dei territori. Il Trentino è la regione con la speranza di vita più alta (82,7 per gli uomini, 86,7 per le donne): la Campania al contrario vede una speranza per gli uomini di 79,7 anni e di 83,8 per le donne. Secondo il report ISTAT sugli indicatori demografici del 2024 c’è una forbice molto significativa tra Nord e Mezzogiorno. A parte le differenze regionali, che pure dovrebbero far riflettere, in termini di analisi sociopolitica ed economica, è evidente che possiamo essere soddisfatti, anche perché il trend è in continua crescita e si è recuperato totalmente il crollo del periodo pandemico. Quando però l’analisi diventa più approfondita, il quadro cambia aspetto e i colori diventano più foschi. Da un punto di vista epidemiologico siamo di fronte a una vera e propria emergenza sociale: il crollo delle nascite. Il limite delle 400 mila nascite all’anno che segnava il numero di sicurezza è ormai solo un ricordo. Siamo al minimo storico, con 370.000 nuove nascite e un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna, con una età media al parto sempre più alta. Soprattutto siamo di fronte a un trend ormai ampiamente consolidato, che non fa sperare in un’inversione nei prossimi anni (Fig.2) Un inverno demografico che mette a rischio la sostenibilità economica del futuro, visto che l’indice di vecchiaia (rapporto tra over 65 e under 15, cioè tra chi assorbe risorse e chi le produce) porterà l’Italia nel 2050 ad avere 3 anziani per ogni giovane. Già oggi siamo a 1,8. Ma un inverno demografico che già oggi produce effetti a volte sottovalutati e non conosciuti. A settembre 2025 nelle scuole erano presenti 135 mila studenti in meno e sono state soppresse 5667 cattedre. In 20 anni quasi un milione di under 19 in meno. Da questa analisi viene fuori la prima considerazione. I bisogni primari della popolazione oggi sono rappresentati dalla gestione di una società sempre più anziana, con la assoluta necessità di attuare in tempi brevissimi politiche e incentivi che favoriscano la natalità.