• Nessun prodotto nel carrello.

L’antico profumo vive (parte 2)

Autori:
evidenza

*Grazia Poli

Dedico questo articolo al mio carissimo amico Daniel Paharnicu che mi ha aiutato nel mio “viaggio profumato”. . . 

Prosegue il viaggio nella storia di aromi e fragranze attraverso i vari aspetti della mitologia e i massaggi agli atleti dell’antica Grecia, i “gavettoni” di unguenti rovesciati scherzosamente sugli amici nella Roma di Nerone, le insegne dell’esercito romano alla conquista del mondo cosparse di profumo e la distribuzione al popolo di oli profumati ai tempi dell’imperatore Adriano.

Aromi in Grecia

Le conoscenze e le pratiche cosmetiche largamente condivise nel bacino del Mediterraneo confluirono nel mondo greco quando viene a contatto con il sapere dell’antico Egitto sull’utilizzo delle sostanze aromatiche (Figura 1).

A ricondurci all’ambito religioso dell’uso delle materie fragranti è la creazione di una fervida tradizione mitologica, la cosiddetta mitologia degli aromi”. Nel mito l’aroma rappresenta idealmente la capacità di trascendere la condizione mortale attraverso la metamorfosi fisica e contemporaneamente il tentativo  di spiegare l’origine delle sostanze odorose .

I miti raccontano avvincenti storie di esseri umani e di dei che prendono le sembianze di tori, di cigni, di animali deformi. Si creano sofferte storie d’amore di fanciulli e fanciulle vincolati da una tragica morte prematura e trasformati in piante odorose. 

Tra i miti di trasformazione è da ricordare il seducente mito di Apollo e della ninfa Dafne, la cui rappresentazione ha trovato ampia ispirazione nell’arte in ogni epoca. Apollo dichiara il proprio amore a Dafne, figlia del fiume Peneo e sacerdotessa di Gea, la Terra. Tuttavia, la ninfa lo respinge e fugge fra i boschi; Apollo non volendo desistere dal suo desiderio la insegue ma, ormai spossata, Dafne invoca l’aiuto della madre Gea e del padre e il suo corpo prende le sembianze della pianta di alloro. Da quel momento Apollo, immagine del sole splendente, accoglie questo albero sotto il proprio dominio: le corone intrecciate con il fogliame dell’alloro diventano simbolo di vittoria ed emblema per i poeti che godevano dell’egida di Apollo. 

Inoltre, per le sue proprietà curative la pianta è presente nella raffigurazione di Igea e Asclepio, figlio di Apollo, divinità dedite all’arte di guarire le malattie (Figura 2 ).

Tra il IV e il III sec. a.C. il filosofo Teofrasto, discepolo di Aristotele, è una delle fonti principali sulla tradizione aromataria antica: le sue opere gettano le basi per la successiva letteratura scientifica sull’argomento dei profumi. 

Nel suo opuscolo “Sugli odori” tratta per la prima volta, nel mondo antico, la preparazione di composizioni profumate come una forma d’arte creata a seguito di una definita ispirazione, il cui risultato sono fragranze assenti in natura.

La tematica è analizzata in modo sistematico secondo una prospettiva tecnica, come i metodi di estrazione delle sostanze aromatiche in olio a caldo o a freddo e i sistemi per la conservazione degli oli profumati, dando particolare attenzione alla luce e al calore.  

Teofrasto traccia in modo dettagliato la combinazione delle sostanze odorose, ossia la creazione di una composizione profumata i cui ingredienti si mescolano in maniera armoniosa senza il predominare dell’ uno sull’altro. Procedimento molto attuale per chi crea profumi!

Queste specifiche notizie sulla creazione delle fragranze erano frutto di una accurata  ricerca che lo stesso filosofo condusse presso i profumieri che a quel tempo erano presenti in gran numero ad Atene.

L’uso del profumo di rosa (rhodinon) era tra i segreti che i profumieri svelarono a Teofrasto: essi ungevano volutamente con il profumo di rosa quei clienti indecisi  e che non avevano alcun intento di comprare presso di loro. Lo scopo era quello di contrastare gli acquisti presso gli altri contendenti, perché si riteneva che il profumo di rosa annientasse la percezione olfattiva di qualsiasi altro aroma.

L’uso profano degli aromi, se da una parte comporta una politica di veti per l’importazione e vendita di prodotti cosmetici allo scopo di mantenere l’equilibrio tipico dello stile di vita greco, (vedi dello stesso autore, l’articolo “L’Antico Profumo vive,”1° parte in Natural1 luglio-agosto 2018), dall’altra trova applicazione non solo nella cosmesi femminile, ma anche nelle attività sportive. 

Gli atleti olimpici, prima di una gara, avevano l’abitudine di massaggiare le varie parti del corpo utilizzando oli profumati con aromi adatti per la parte interessata. Il commediografo Antifane, attivo nel IV sec. a. C., ci tramanda, con un approccio ironico, che per i piedi e le gambe era usato l’unguento egizio, l’olio di timo per le ginocchia e il collo e quello di maggiorana per le sopracciglia e i capelli. Questa tipologia di massaggio trae origine dalla “iatraliptica” (arte del massaggio) teorizzata da un allievo di Ippocrate, Prodico di Selimbria, per curare disturbi del corpo a seguito dell’impegno atletico o per rendere più tonici i muscoli. 

All’azione rituale di ungersi con gli oli, durante le competizioni sportive, si attribuiva valenza apotropaica. Secondo una convinzione superstiziosa la sostanza (il rýphos), costituita da sporcizia di polvere, sudore e unguento, che era raschiata dalla pelle con lo strigile, veniva recuperata e utilizzata per la creazione di un olio stimolante, considerato più efficace qualora il rýphos provenisse da un atleta pieno di vigore.

Nel V e IV sec. a. C. Atene era il più importante luogo di produzione e di commercio  delle sostanze aromatiche. La sede di queste attività era il mercato dell’agorà dove i cittadini si radunavano non solo per svolgere funzioni politiche, ma anche per conversare nelle vicinanze delle botteghe dei profumieri: la diffusione degli aromi nell’aria sicuramente rendeva più piacevole il dialogo! 

-viaggio nella storia di aromi e fragranze
-Un viaggio profumato nel passato dell’area mediterranea attraverso le fonti archeologiche e letterarie
Antichi vasi egizi per l’aromaterapia

Aromi dell’antica Roma

La storia dell’impiego cosmetico delle sostanze aromatiche vede, con l’avvento della civiltà romana, un periodo in cui si giunge ad un ingente uso di unguenti profumati (Figura 3).

La pratica aromataria di Roma assume quel carattere originale che la contraddistingue e che nasce proprio dalla fusione di molteplici civiltà, in particolare quella etrusca e greca. 

Il popolo etrusco deve la sua fama di provata competenza nella fitoterapia allo sfruttamento della flora mediterranea di cui era ricco il proprio territorio.

Si deve al re etrusco Servio Tullio (578-534 a.C.), all’epoca della monarchia dei Tarquini, la creazione del Vicus Tuscus: una strada che interessava il foro romano chiamata anche Vicus Thurarius, via dell’incensoLungo il percorso si svolgeva una fervida attività commerciale di aromi e di unguenti, al cui consumo si rivolgevano le aristocrazie arcaiche, e che rimarrà viva fino all’età imperiale.

Nel mondo romano, originariamente, la fumigazione aromatica non era considerata un appagamento della sfera personale, ma era connessa con la pietas, ossia a quella serie di doveri che l’uomo aveva nei confronti delle divinità, dei genitori e della patria. A testimonianza di ciò la stessa divinità Pietas era raffigurata nell’atto di bruciare su un’ara le sostanze aromatiche. 

Nel II sec. a.C., Roma, venuta a contatto con i popoli orientali, fu conquistata dai cosiddetti “unguenti esotici “. A difesa dello stile di vita sobrio e semplice, elemento distintivo del mondo romano, si cercò di contrastare l’uso cosmetico delle sostanze odorose con leggi che ne vietavano l’importazione. Una legge del 189 a.C. proibiva espressamente la vendita di unguenti esotici. Successivamente, questo comportamento denigratorio nei confronti degli unguenti di provenienza straniera assunse, con la promulgazione di altri provvedimenti, non solo un carattere di tipo moralistico ma anche di tipo protezionistico nei riguardi di prodotti aromatici locali.

In età repubblicana le piante aromatiche come lavanda, timo, finocchio, lauro erano usate per abbellire i cosiddetti “giardini di piacere”, prendendo a modello i “paradisi” della civiltà persiana. 

L’irresistibile fascino che le fragranze dell’Oriente esercitavano sui romani consentìva un vasto traffico di resine, come incenso e mirra, e di spezie come cinnamomo, chiodi di garofano, zenzero, curcumina.

Queste sostanze viaggiavano lungo un itinerario terrestre denominato la “via dell’Incenso” che, attraverso l’attuale Yemen, metteva in comunicazione l’Estremo Oriente con l’area mediterranea. Punto di arrivo era Alessandria d’Egitto che divenne, così, il principale emporio degli aromi orientali. 

Un importante contributo alla conoscenza dell’utilizzo delle sostanze odorose è offerto dall’archeologia subacquea con la scoperta nel 1974 di un’imbarcazione di età romana, sommersa nel porto di Populonia (Livorno), datata tra II e I sec. a.C. Le successive campagne di scavo eseguite negli anni 80 dello scorso secolo hanno rilevato un carico di straordinario valore: la nave trasportava spezie provenienti dall’Oriente che esalavano il loro tipico aroma ancora dopo secoli,  impregnandone il magazzino dove erano raccolti i reperti dello scavo sottomarino. 

Venuti meno i rigidi precetti morali della Roma repubblicana, le sostanze odorose investirono tutti gli aspetti della vita quotidiana. Tale era la predilezione dei Romani per gli aromi che se ne faceva non solo uso personale, ma si profumavano anche gli abiti, i rivestimenti delle stanze da bagno delle case aristocratiche, i cavalli, l’acqua con cui gli invitati ai banchetti si lavavano le mani, addirittura l’impasto di vasi o di stoviglie.

Considerevoli quantità di unguenti erano consumate in un’area delle terme, denominata unctorium (untorio), per massaggiare tutte le parti del corpo e i capelli, dopo aver terminato gli esercizi ginnici e il rituale della balneazione. 

I giovani romani che indossavano la toga praetexta, usavano portare al collo fino al quindicesimo anno di età una bulla, un oggetto originario dell’area mediterranea, a forma di bolla d’acqua, forato, contenente sostanze profumate solide.

La ricca letteratura sull’argomento evidenzia come le sostanze aromatiche siano diventate nel tempo un valido strumento per ostentare il potere, e come si sia arrivati ad un vero e proprio culto dell’utilizzo dei profumi.

Ad inaugurare questa tendenza fu Giulio Cesare: nelle spedizioni di guerra le vele delle sue navi erano profumate, i vasi portati dai servitori esalavano aromi durante la celebrazione dei suoi trionfi dinanzi al popolo, tipico rituale che era riservato alle immagini di divinità.

Le fonti antiche riportano che Giulio Cesare prediligeva profumarsi con l’unguento “tellinum” dall’odore dolce e delicato, i cui ingredienti base erano fieno greco, miele, meliloto, maggiorana e calamo aromatico.

In Età imperiale si assiste a una esasperata e stravagante esibizione del piacere che investe, in particolare maniera, l’uso smodato delle sostanze aromatiche. In una costante gara di estrosità sono proprio gli imperatori che ostentano quella tendenza al consumo eccessivo degli aromi seguita anche dai ricchi aristocratici, che avevano la possibilità di dissipare denaro in un bene prezioso come il profumo.

Durante i banchetti, ingenti quantità di unguenti erano offerte ai commensali tra una pietanza e l’altra, oppure si usava bagnare gli ospiti di sostanze odorose spruzzate dalle ali di colombe che svolazzavano libere. 

Secondo la tradizione letteraria l’imperatore Caligola (12-41 d.C.), cultore dei prodotti cosmetici, inventò un modo, allora sconosciuto, di lavarsi con oli aromatici caldi e freddi.

L’imperatore Nerone (37-68 d.C.) con i suoi noti comportamenti eccentrici e bizzarri riusciva a destare stupore anche nell’utilizzo di preziosi e costosissimi aromi.

I soffitti delle sale da pranzo della sua sfarzosa residenza, la domus aurea, erano dotati di cassettoni mobili, dai quali scendevano petali di fiori, e di tubi per riversare aromi sui commensali.

Con Nerone si lanciò la moda di rovesciare sul capo degli amici, a mo’ di scherzo, secchi di unguenti con la pratica del “gavettone”, ben conosciuta tra i soldati.

Queste gare  con i profumi  cessarono  due secoli  più  tardi,  quando  l’imperatore   Eliogabalo (218-222 d.C.) fece cadere dal soffitto, sugli ospiti che banchettavano, oltre gli unguenti preziosi e fiori, anche le anfore che li contenevano causando un vero e proprio disastro: ci furono molti morti!  

Come non ricordare l’imperatore Adriano (117-138 d.C.), famoso per distribuire in pubbliche circostanze al popolo, oltre a denaro e cibo, anche aromi in grande abbondanza. In occasione della cerimonia commemorativa del suo predecessore, Traiano, fece coprire le gradinate del teatro con sostanze aromatiche ed elargì agli spettatori oli profumati, ovviamente ben accolti!

Con l’imperatore Eliogabalo, già citato, si giunge al culmine dello sfrenato utilizzo degli aromi, associato alle sue follie. Con vino aromatizzato alla rosa inondava la piscina della sua residenza per godere un piacevole  bagno e, inoltre, dopo la sua rituale immersione, offriva al popolo quel vino affinché  rendesse onore al divino imperatore .

Le estrosità di Eliogabalo non finiscono qui: durante il banchetto si faceva attorniare di fiori e di preziosi aromi a tal punto da mostrare una vocazione da profumiere!

Esistevano, già a quel tempo, esempi di adulterazione dei prodotti cosmetici. Si deve proprio a Eliogabalo l’introduzione di un senato di donne, composto dalle mogli dei senatori, il conventus matronarum, con il compito di emanare leggi a tutela del traffico commerciale dei prodotti aromatici. 

Gli aromi compaiono anche negli accampamenti militari, durante i giorni di festa; personale esperto nell’arte cosmetica era al seguito degli eserciti: anche le insegne, le aquile profumavano!

L’aquila era il  simbolo del potere di Roma ed era rappresentata come insegna militare delle legioni romane.

Plinio il Vecchio si stupisce che questa mollezza sia penetrata nei campi militari ma allo stesso tempo cita: 

“Una cosa è certa comunque: corrotte da questa ricompensa le nostre aquile hanno sottomesso il mondo[…]”   Storia Naturale, XIII,  23 .

Grande diffusione nel mondo romano godeva il profumo di rosa, il rodino (rhodinon o rhodinum).

Secondo Plinio il Vecchio (Storia Naturale XIII 2) i petali di rosa in acqua furono il primo profumo inventato dall’uomo. 

Nel trattato De Materia Medica della seconda metà del I sec. d. C. Dioscoride riporta la ricetta del rodino, che diventerà un riferimento fondamentale per i futuri profumieri. Con una particolare accuratezza l’autore esamina i vari stadi del procedimento, alquanto elaborato, per la produzione dell’unguento i cui componenti erano, oltre ai petali di rosa, olio di zafferano, cinabro, calamo aromatico, agresto, miele, giunco profumato e sale per la conservazione.

Sempre Plinio il Vecchio (Storia Naturale XIII 26) ci informa che la Campania era la terra più idonea alla produzione degli oli profumati dopo l’Egitto, per l’abbondanza di rose. Capua, Napoli e Preneste furono i centri che si distinsero nell’arte di preparare il famoso profumo di rosa. Le molteplici botteghe preservate dalla lava sono la dimostrazione che anche la città di Pompei godette di un certo successo nella fabbricazione degli unguenti. Getti d’acqua miscelati con profumi (sparsiones), tra i quali quello di rosa, di cui si presuppone l’utilizzo a Pompei, erano cosparsi sui presenti che assistevano agli spettacoli nei teatri e negli anfiteatri. 

Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente e l’avvento del cristianesimo, che censurò ogni sorta di piacere corporeo, anche la  rosa che tanto trovò impiego nella cultura romana perde di valore. 

Nel mondo romano si assiste a un importante mutamento nella tecnologia aromataria con l’estesa circolazione dei contenitori in vetro soffiato, che garantivano una migliore conservazione degli oli profumati (Figura 4 ).

Le ampullae in vetro soffiato, già attestate nell’area siro-palestinese alla fine del I sec. a.C., sono abbondantemente utilizzate in territorio italico nella tarda età augustea. Inizialmente e fino all’epoca tiberiana, la fabbricazione del vetro soffiato apparteneva, in via esclusiva, ai contenitori per gli unguenti. L’area campana del Volturno, famosa per la produzione di profumi e dove più facilmente erano reperibili le materie prime, si rivelò ben presto il centro di maggiore diffusione della tecnologia del vetro soffiato.

Per arginare eventuali adulterazioni compaiono sulle ampullae di vetro i bolli, ossia etichette riguardanti la sostanza profumata racchiusa. Poiché i bolli imitavano le monete, avevano anche la funzione di assicurare la gestione dell’attività commerciale di alcuni unguenti, spettante all’imperatore.

Una originale tipologia di contenitori sono le cosiddette “colombine” in vetro soffiato, ovvero confezioni di  ricambio a forma di colomba, che venivano riempite e sigillate a fiamma.  Erano usate come le attuali fiale: si rompeva il becco o la punta della coda e si travasava l’olio profumato nei vasi da toletta.

La crisi economica che interessò l’Impero romano alla fine del II sec. d. C. e la cultura del nascente cristianesimo causarono il declino della produzione dei profumi in territorio italico. 

Tuttavia, la fabbricazione degli oli aromatici si mantenne viva in Oriente soddisfacendo la crescente richiesta di tali prodotti da parte delle altre province dell’Impero fino all’età bizantina.

Il profumo, nel suo uso cosmetico, dall’Occidente ritornò al mondo orientale da cui ebbe origine quel bagaglio di conoscenze ed esperienze sull’ utilizzo degli aromi.

Appendice

Riporto brevemente i risultati di un progetto a cui ho partecipato come collaboratrice con il compianto dott. Alessandro Lentini del CNR, Istituto di Tecnologie Applicate ai Beni Culturali.  

Sono state eseguite analisi chimico-tossicologiche per caratterizzare i residui organici prelevati all’interno  di un contenitore per profumi, denominato arìballos n. 93, risalente alla seconda metà del VII sec. a.C., e proveniente  da una tomba principesca maschile della necropoli protostorica di Ficana, presso l’attuale Acilia (Roma), il cui scavo è stato condotto dal dott. Alessandro Bedini. 

Le analisi eseguite, in via preliminare, hanno dato riscontro positivo per la presenza di lavanda o Abutilon theophrasti, efedrina e olio di mandorle, mentre non è stata evidenziata la presenza di olio di oliva, usato, nel mondo antico, come ingrediente di base per la preparazione dei profumi.  

Si è ipotizzato, per la presenza di efedrina, che il contenuto del reperto vascolare possa essere stato utilizzato come medicamento piuttosto che come prodotto cosmetico. 

Non state effettuate ulteriori analisi per conoscere il rapporto di concentrazione  delle tre sostanze a seguito del decesso del dott. Alessandro Lentini.            

*Creatrice di fragranze 

Bibliografia :

AA.VV., “La nave delle spezie – Straordinaria scoperta nel golfo di Baratti “ in Archeo Dossier,    n. 58, dicembre 1989

Belgiorno, Maria Rosaria (a cura di) Catalogo I profumi di Afrodite e il segreto dell’olio – Scoperte archeologiche di Cipro,  Gangemi Roma, 2007  –   Mostra Musei Capitolini,  Roma,                      14 marzo – 2 settembre 2007

Belgiorno, Maria Rosaria, Il profumo di Cipro, Gangemi, Roma, 2014 

Cerinotti, Angela, Atlante dei Miti dell’antica Grecia e di Roma antica, Demetra S.r.l., Colognola ai Colli (VR), 1998

Cerretani Giulia (a cura di) Ventagli e profumo, Menabò, Ortona, 1996

Cinti, Decio, Dizionario mitologico – Divinità principali della mitologia greco-romana e di altre mitologie, Edizione speciale per lettori di Archeo, Sonzogno Etas S.p.A., 1989 

Cristiano, Luigi – De Martino, Gianni, “Profumi e unguenti in Pompei antica” www.boomer.it/hosting/profumiere/oliiantichi.html

Gusman, Alessandro, Antropologia dell’olfatto, GLF Editori Laterza, Roma-Bari, 2004

Maderna, Erika, Aromi Sacri Fragranze Profane, Aboca, Perugia, 2009 

Maderna, Erika, Le mani degli dei – Mitologie e simboli delle piante officinali nel mito greco, Aboca S.p.A.,  Sansepolcro (AR), 2016

Nove, Aldo, “Dalle navi profumate di Giulio Cesare nacque il culto dell’eccesso – Viaggio nelle fragranze/4  – Nella Roma degli imperatori dove tutto è odoroso” in Sette/27 – 03.07.2015

Pennestrì,Serafina (a cura di) Aromatica – Profumi tra sacro, profano e magico, Selcom Editoria, Torino, 1995

Rossi Osmida, Gabriele, “Scoperta della vanità – Profumi e cosmesi nel mondo antico” in Archeo Dossier, n.58, dicembre 1989

Squillace, Giuseppe, Il Profumo nel mondo antico, Olschki, Firenze, 2010

Squillace, Giuseppe, I giardini di Saffo – Profumi e aromi nella Grecia antica, Carocci editore, Roma, 2014

Squillace, Giuseppe, Le lacrime di Mirra, Il Mulino, Bologna, 2015

Squillace, Giuseppe, “Il kyphi egiziano” – Un prodotto aromatico dai mille misteri” in Wall Street International Magazine – 4 aprile 2018 

 

Natural 1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *