*Iacopo Bertini
Molte popolazioni della fascia tropicale del pianeta usano le diverse parti di questa pianta, originaria dell’India orientale, sia a scopo alimentare sia con finalità medicamentose per una serie, quasi infinita, di problemi di salute. Nell’articolo il quadro della attuale ricerca scientifica sulle sue proprietà.
Molti popoli, in ogni parte del mondo, utilizzano rimedi a base di piante, presenti e disponibili nell’ambiente circostante, a uso terapeutico. Le piante infatti producono metaboliti secondari come meccanismo difensivo contro un ampio spettro di patogeni, animali erbivori o sostanze a loro nocive o anche come difesa da stress climatici e ambientali. Negli anni passati sono state studiate e caratterizzate molte piante per il loro contenuto di metaboliti secondari con lo scopo di arrivare ad utilizzare queste sostanze a fini sia terapeutici sia nutrizionali. Una di queste piante è la Moringa oleifera Lamarck, che tratteremo, in particolar modo, per quanto riguarda le principali sostanze contenute e per i possibili impieghi salutistici e nutrizionali.
Habitat e botanica
Moringa oleifera (MO) è una pianta appartenente alla famiglia delle Moringaceae, a cui appartengono 13 specie diverse di Moringa, di cui la oleifera è la specie più utilizzata, dalle popolazioni indigene, a fini nutrizionali e medicinali. È originaria dell’India orientale, delle regioni pedemontane della catena himalayana dell’Uttar Pradesh e, in generale, variamente diffusa e coltivata in tutta la fascia tropicale del pianeta.
È un albero a crescita rapida che può raggiungere i 5-7 m di altezza, con foglie pluricomposte e fiori piccoli e numerosi, di colore bianco crema. I frutti sono a forma di baccello (30-45 cm di lunghezza) con semi bruni tondeggianti e dotati di una membrana cartacea. Le radici hanno un forte odore e sapore di ravanello, da cui probabilmente deriva il nome di “horseradish tree”, cioè l’albero del ravanello.
Uso etnobotanico
Le foglie vengono utilizzate, secondo la tradizione dei popoli che le impiegano, per il loro elevato valore nutritivo, per aumentare la montata lattea e come tonico ricostituente. I semi vengono assunti bolliti o tostati e hanno il sapore dei ceci: hanno un buon contenuto proteico, variabile dal 19 al 37% circa del peso. Dai semi viene estratto l’olio che costituisce un’importante risorsa nutrizionale e economica: i semi, infatti, contengono dal 30 al 50% di olio, valore molto elevato se consideriamo che le comuni olive possono contenerne dall’8 al 20% circa. L’olio estratto ha una composizione in acidi grassi molto simile all’olio di oliva ed è perfettamente adatto all’alimentazione umana. La pasta residua, che rimane dopo l’estrazione dell’olio dai semi, contiene il 60% circa di proteine di buon valore biologico, e viene consumata per arricchire la qualità nutrizionale dei pasti.
Passiamo ora alla descrizione dei principali composti bioattivi che caratterizzano la pianta.
Glucosinolati
I glucosinolati (GS) sono un gruppo eterogeneo di metaboliti secondari glicosidici che contengono, nella loro struttura, atomi di zolfo e azoto. Sono composti che si ritrovano, in maniera specifica, nella famiglia delle Moringaceae e in quella delle Brassicaceae (cavoli, broccoli, cavolfiori, ecc.). Nella MO possiamo trovare i GS in diverse parti della pianta, anche se normalmente il contenuto presente nei semi è maggiore rispetto a quello che ritroviamo nelle foglie. In generale, il livello di GS dipende in buona parte dall’area geografica di origine della pianta. Il GS più abbondante in MO è la glucomoringina (4-O-(α-L-ramnopiranosilossi)-benzil glucosinolato) e il suo derivato acilico. Nelle piante si pensa che i GS siano, dal punto di vista metabolico, biologicamente attivi anche se, comunque, i loro prodotti derivati (isotiocianati, nitrili, tiocianati, epitionitrili e oxazolidine) probabilmente lo sono ancor di più. La rottura dei tessuti vegetali, per taglio o masticazione, provoca il rilascio dell’enzima mirosinasi che entra in contatto con i GS con conseguente formazione di isotiocianati. Queste ultime sostanze hanno dimostrato, in molti studi condotti in vitro e su modelli animali, proprietà antitumorali, antidiabetiche, antimicrobiche e antinfiammatorie e anti-neurodegenerativo. Lo stress ossidativo è un potente induttore dell’espressione dei GS nelle piante, per cui si ritiene che queste sostanze possano mitigare gli effetti associati allo stress.
Flavonoidi
In maniera simile ai glucosinolati, i flavonoidi (FN) sono metaboliti molto attivi che hanno un effetto positivo legato soprattutto alla minore insorgenza di diverse patologie cronico-degenerative, oltre ad avere effetti benefici nelle patologie tumorali ed essere delle potenti molecole antinfiammatorie. Sono stati identificati quattro principali tipologie di FN nella pianta: quercetina, kaempferolo, isorhamnetina e apigenina. La biochimica di questi composti, in MO, è interessante per la diversità chimica dei FN derivati, in quanto, a differenza di altre piante, MO diversifica i suoi FN in seguito a complesse vie metaboliche di glicosilazione.
Acidi fenolici
Così come per i flavonoidi, MO presenta un’ampia gamma di derivati degli acidi fenolici (AF). Dalle foglie sono stati estratti diversi isomeri degli acidi clorogenici, composti fenolici ubiquitari e indispensabili, identificati in molte piante, che si formano come risultato di un’esterificazione tra diverse forme di acidi cinnamici e una molecola di acido quinico. Quantitativamente, il più abbondante AF presente nelle foglie è l’acido gallico, ma sono rintracciabili anche l’acido ellagico, ferulico, caffeico e clorogenico. Il contenuto di AF nella pianta dipende da diversi fattori, in particolare dalla quantità di pioggia che riceve. La mancanza d’acqua, infatti, comporta uno stress ossidativo per la pianta, che reagisce aumentando la produzione di molecole antiossidanti. Gli AF sono localizzati principalmente nelle foglie, se paragoniamo il contenuto a quello che ritroviamo, per esempio, nelle radici. Altri fattori che influenzano il contenuto di AF sono l’età della pianta, il tipo di cultivar e il metodo di estrazione.
Tannini
I tannini (T) sono composti fenolici polimerici solubili in acqua che si legano a proteine e alcaloidi. Nelle foglie costituiscono circa il 3% del peso secco. Le radici di MO presentano un contenuto maggiore di tannini condensati (proantocianidine) rispetto a quello rintracciabile nelle foglie a cui corrisponde un maggior potere antiossidante degli estratti così ottenuti.

Proprietà nutrizionali
MO è una pianta estremamente ricca di composti ad azione vitaminica (carotenoidi, in particolare la luteina, vitamine del complesso B e C) e di minerali (calcio, potassio, ferro e magnesio), che possiamo trovare in diverse sue parti (foglie, baccelli, semi). I baccelli presentano una buona quantità di proteine mentre le foglie contengono delle elevate quantità di metaboliti sia primari che secondari. Le foglie possono essere lessate, come gli spinaci, o vengono consumate, secondo la tradizione dei popoli che ne fanno uso, nelle minestre: sono una fonte significativa di acidi grassi a catena lunga, omega-3 (acido linolenico 49-59% del totale degli acidi grassi delle foglie) e omega-6 (acido linoleico 6-13%), oltre a microelementi e proteine di buona qualità nutrizionale caratterizzate dalla presenza in discreta quantità degli otto aminoacidi essenziali secondo gli standard WHO/FAO/UNU. I baccelli vengono invece consumati come i fagiolini mentre i semi, se arrostiti, possono essere usati per insaporire, e arricchire dal punto di vista nutrizionale, le pietanze. Le differenti parti di MO vengono utilizzate in più di 80 paesi del mondo per far fronte a carenze dietetiche di vitamine e minerali come spesso si riscontra nei paesi in via di sviluppo.
C’è bisogno, per il futuro, che vengano fatti studi specifici per determinare il grado di biodisponibilità e digeribilità dei diversi nutrienti presenti in MO.
I semi sono ricchi, come detto, di oli: la composizione percentuale è simile a quella dell’olio d’oliva, infatti l’acido oleico rappresenta circa il 65-77% del totale degli acidi grassi. Altri acidi grassi ben rappresentati sono il palmitico e lo stearico, in percentuali variabili ciascuno dal 5% al 9%. L’olio contiene anche fitosteroli (beta-sitosterolo e stigmasterolo) e vitamina E.
Utilizzi fitoterapici e medicinali
MO è utilizzata da tempo, e ampiamente, nella medicina tradizionale indiana ayurvedica e in quella medio-orientale Unani. In questi paesi, la MO viene utilizzata per tanti e diversi disturbi, tra cui infezioni, bronchite, catarro, mal di gola, anemia, dissenteria, colite, reumatismi, mal di testa, malattie parassitarie, disturbi della pelle, per la sua azione colagoga e galattagoga e come stimolante cardiaco e del sistema immunitario.
Regolazione della glicemia
Di particolare interesse è l’azione antiglicemica, sicuramente una delle proprietà più studiate, non solo in vitro e su modelli animali, ma anche sull’uomo. Secondo diversi Autori, MO sembra agire sulla riduzione dei livelli di zuccheri nel sangue grazie a diversi meccanismi: a) aumento della secrezione e della sensibilità all’insulina, b) inibizione dell’attività degli enzimi amilasi e glucosidasi, c) altri potenziali meccanismi (evidenziati da studi su animali) comprendono l’aumento della captazione di glucosio nei muscoli e nel fegato, l’inibizione dell’assorbimento del glucosio a livello intestinale e una diminuzione della gluconeogenesi nel fegato.
Questa specifica azione sul metabolismo glucidico sembrerebbe dovuta alla presenza sinergica di diversi composti, tra cui acido clorogenico, quercetina, moringinina e niazirina.
Diversi tipi di estratti, ottenuti a partire principalmente dalle foglie, e in second’ordine, dai semi, hanno dimostrato un’azione ipoglicemizzante in molti studi su modelli animali, sia “in acuto” (singola dose) sia con somministrazioni a lungo termine: inoltre, è stata dimostrata un’azione preventiva favorevole nei confronti delle alterazioni e delle complicazioni metaboliche connesse a uno stato generale di iperglicemia. Tutto questo soprattutto nelle ore successive all’assunzione di un pasto.
Purtroppo, al momento, gli studi clinici sull’uomo fin qui effettuati, non molto numerosi (una decina) presentano alcuni limiti metodologici nel tipo di protocollo impiegato (numero limitato dei soggetti arruolati nelle sperimentazioni, mancanza di controllo della dieta, presenza di alcune comorbidità), tutti fattori che potrebbero aver inciso sui risultati ottenuti. In particolare, negli studi clinici su pazienti diabetici, il metodo di somministrazione della MO è molto variabile (a volte la MO è stata “aggiunta” nei cibi consumati mentre in altri studi è stata fornita sotto forma di compresse o capsule). Ugualmente, anche la dose somministrata è risultata variabile, da circa 8 a 50 g. Al momento, quindi, non è chiaro se i diversi protocolli e la differente modalità di somministrazione possano aver giocato un ruolo confondente nei risultati non omogenei che si sono ottenuti nelle diverse sperimentazioni.
Ci sono controindicazioni?
Nelle diverse parti della pianta sono presenti particolari sostanze, in particolare alcaloidi e altre fitotossine (moringina, moringinina, pectinesterasi e fenoli), che possono dare effetti indesiderati a livello neurologico se assunte in dosi elevate. A scopo precauzionale (ma questo vale per la maggior parte degli integratori), è da evitare la sua assunzione ingravidanza e durante l’allattamento, anche se a oggi non si sono evidenziate reazioni particolarmente negative né tossiche in seguito ai diversi studi sull’uomo, che hanno utilizzato derivati ed estratti della pianta. Per cui può essere ritenuta una pianta sostanzialmente sicura. Un utilizzo smodato e/o prolungato tuttavia potrebbe portare alla comparsa di effetti lassativi.
Conclusioni
1) Moringa oleifera contiene, a parità di peso, quantità più elevate di molti nutrienti essenziali rispetto a specie vegetali più comuni, per cui può essere considerata una pianta utile per combattere stati nutrizionali carenziali, soprattutto nei paesi dove la malnutrizione è diffusa tra la popolazione.
2) A oggi, non sono stati evidenziati effetti collaterali importanti in seguito al suo consumo, nonostante la mancanza di studi specifici sulla sicurezza d’uso.
3) Moringa oleifera produce un interessante e ampio spettro di molecole con proprietà medicinali, che vengono sfruttate, dalle popolazioni che ne fanno uso, per il trattamento di diverse patologie: per questo, la ricerca futura dovrà studiare e indagare maggiormente il possibile utilizzo delle diverse parti della pianta per lo sviluppo di farmaci. Infatti, a fronte del suo diffuso utilizzo tradizionale, non sono ancora molti gli studi clinici che ne abbiano testato, con protocolli di studio rigorosi, le potenzialità nei confronti delle diverse patologie.
4) In particolare, per quanto riguarda l’uso di Moringa oleifera per la normalizzazione e la regolazione della glicemia, si spera che in futuro la ricerca possa fornire studi di maggiore qualità metodologica per evidenziare pienamente le possibilità applicative di questa pianta nei pazienti con diabete di tipo II: sarà quindi necessario definire il dosaggio e la durata della somministrazione per ottenere una risposta efficace, la migliore forma di estrazione dei principi attivi (fermentazione, estrazione con etanolo o acqua, ecc.) e di somministrazione ai pazienti. Pur tuttavia, i primi dati preliminari, basati principalmente su studi condotti in vitro e su animali, sembrano indicare che MO possa migliorare il controllo glicemico nei pazienti diabetici.
* Iacopo Bertini
PhD, Biologo nutrizionista, Erborista
Vicepresidente Associazione Italiana Nutrizionisti
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