
Mirko Di Lorenzo, Gian Gabriele Franchi, Paola Massarelli
Con il progesso della medicina e della tecnologia farmaceutica certe formulazioni non sono più di attualità, relegate solo a lontani ricordi di altri tempi o associate a riti magici e da streghe. L’uso della pozione è infatti calato a causa di diverse ragioni, principalmente per la sua poca stabilità, ma anche per la scarsa capacità dei medici nel formularla e infine per il rimpiazzo con preparati più facilmente allestibili. Tuttavia al giorno d’oggi questa forma farmaceutica, se opportunamente impiegata, può suscitare un nuovo interesse, almeno nel campo della fitoterapia e dell’utilizzo delle piante officinali.
Natural 1
Da tempo, quando parliamo di pozioni o pensiamo a questi preparati, nella nostra mente vengono evocati pensieri fantasiosi relativi alla stregoneria o alla magia. Del resto la pozione è, nella nostra immagine popolare, il simbolo per eccellenza del mago o della strega. Basta semplicemente immedesimarsi in un bambino e fare riferimento al druido che prepara la Pozione magica nelle avventure a fumetti di Asterix.
Le pozioni fanno parte anche della tradizione dei popoli che vedevano nello sciamano la figura di riferimento per il trattamento delle malattie. Gli sciamani delle comunità Palikur, Way˜api, and Kali’na (Guyana francese) impiegavano questi preparati contenenti droghe vegetali allucinogene per mettersi in contatto con le loro divinità (Moretti et al., 2006). In alcune popolazioni discendenti dai Maya, le pozioni venivano e vengono tuttora impiegate per le infezioni dell’intestino. Questo perché alcune comunità sono così lontane dagli ospedali o dalle strutture ambulatoriali, che trovano nelle piante medicinali una valida soluzione ai loro problemi (Vera-Ku et al., 2010). Bisogna ricordare anche i veleni o i “filtri d’amore” che sono stati somministrati nel tempo attraverso questa preparazione.
La pozione è una delle forme farmaceutiche più antiche per la somministrazione dei medicamenti e ci ha seguito lungo tutto il corso della storia, fino alla fine dell’Ottocento, inizi del Novecento. Basta ricordare che il Codice Farmaceutico Romano del 1868, l’ultima farmacopea preunitaria pubblicata in Italia, elenca 16 diverse pozioni con la relativa formulazione, e in seguito altre 77 furono aggiunte nel successivo “Formolario” del 1869. Ancora oltre 70 pozioni sono riportate con le relative ricette nella Farmacopea Italiana di Gallo e Morelli, pubblicata senza data alla fine dell’Ottocento, ma comunque prima del 1892. Successivamente l’utilizzo della pozione è andato a calare a causa di diverse ragioni: prima di tutto la sua ridotta stabilità, poi la scarsa capacità dei medici di formularla, e infine il rimpiazzo con preparati più prontamente allestibili. Altre importanti motivazioni sono pure da attribuire alla incongruità dell’uso di certi prodotti con il progresso della Medicina o con nuove norme legislative. Tuttavia al giorno d’oggi questa forma farmaceutica, se opportunamente impiegata, può suscitare un nuovo interesse, almeno nel campo della fitoterapia e dell’utilizzo delle piante officinali.
Panoramica dei sistemi dispersi
Il termine “pozione”, dal latino potare (bere), era comunemente utilizzato per quelle preparazioni liquide, acquose, edulcorate e aromatizzate, che non rientravano in altre categorie di preparazioni liquide per uso orale come gli sciroppi, gli elixir o i sistemi dispersi liquidi (sospensioni ed emulsioni) (Ragazzi, 2006).
Alcuni testi di galenica riportano dei gruppi di preparazioni che sono definite pozioni, quali:
- Soluzioni acquose di medicamenti edulcorate e aromatizzate;
- Infusi o decotti di piante officinali nei quali vengono solubilizzati altri medicamenti;
- Sciroppi medicati diluiti;
- Estratti fluidi o tinture diluite, aromatizzate ed edulcorate, nei quali vengono disciolti i medicamenti.
(Bettiol, 2016)
Duraffourd et al. (2004) riportano un’altra definizione di pozione, ovvero quella di un preparato costituito da tre componenti: i principi attivi (un estratto fluido, una tintura o un farmaco solido), il mezzo o solvente (acqua depurata o un idrolato) e l’edulcorante, costituito da uno sciroppo aromatizzato con piante officinali o da un elixir fitoterapico.
Ci sono moltissimi esempi di pozioni, fitoterapiche e non, tra le quali alcune molto semplici da preparare. In molti casi può essere utilizzato come veicolo il giulebbe (il “giulebbe semplice” è una soluzione diluita di saccarosio in acqua depurata), e spesso tali pozioni sono chiamate anche “giulebbi”. Altri prodotti storici sono la pozione di Lione allo sciroppo di Peonia, impiegata come antispasmodico, o la pozione temperante di Sydenham all’acqua di lattuga e allo sciroppo di violetta. Un altro esempio è la Pozione Angelica, conosciuta anche come Acqua lassativa di Vienna, che consiste in un infuso composto di foglie di Senna e frutti di Anice, al cui interno vengono solubilizzati la manna in sorte e il sodio solfato. Questa preparazione, presente nella FU V Ed. del 1929, è riportata nel libro di Palmiotto (2015).
Ma sono note anche pozioni ben più complesse, quali la Pozione bechica ed espettorante a base di estratto fluido di primavera odorosa (Primula officinalis [L.] Hill = Primula veris L.), di liquore ammoniacale aromatizzato all’anice, di sciroppo di erisimo composto (costituito da 13 componenti) e infine di idrolato di tiglio impiegato come mezzo (Valnet, 1984).

Questione di zuccheri
Per poter confrontare la pozione con sciroppo ed elixir e valutarne i vantaggi e gli svantaggi è necessario ricordare brevemente queste due forme farmaceutiche.
Gli sciroppi sono delle preparazioni liquide per uso orale contenenti una notevole quantità di zuccheri (almeno il 45%) come saccarosio (zucchero da cucina) o altri polioli come il sorbitolo, il mannitolo o il glicerolo. Tale caratteristica dona allo sciroppo una notevole viscosità, una dolcezza capace di correggere una buona parte di sapori sgradevoli, un notevole peso specifico e una lunga conservabilità.
Gli elixir sono invece preparazioni liquide per uso orale, contenenti i medicamenti disciolti in un veicolo idroalcolico composto da determinate proporzioni di acqua depurata e alcool officinale (alcool etilico al 96%). Contengono generalmente il 20-35% di alcool etilico e una quantità di zuccheri che, tuttavia, risulta inferiore a quella presente nello sciroppo.
La pozione invece possiede una quantità di zuccheri che si aggira intorno al 10-20%, non sufficiente a limitare la crescita dei microrganismi, come invece avviene nello sciroppo, dove la quantità di zucchero è in genere pari al 50-66,5%, mentre negli elixir è tra il 30 e il 40%. Inoltre anche il basso contenuto alcolico delle pozioni non facilita la conservabilità del preparato, in quanto la quantità di alcool etilico in 100 g di pozione non deve superare il 10%: pertanto, a temperatura ambiente, queste possono essere conservate per 2-3 giorni mentre, se tenute in frigorifero, al massimo una settimana. La stabilità delle pozioni può essere mantenuta allora con un idoneo conservante, come la miscela di nipagine o il sodio benzoato. Tuttavia alcune persone possono manifestare una certa intolleranza ai più comuni conservanti, quindi si può impiegare come stabilizzante antimicrobico l’estratto secco di semi di pompelmo (G.S.E.®) dotato di buone proprietà antibatteriche e antifungine (Bettiol, 2016), anche se l’attività di questo estratto registrato è oggi oggetto di controversie a causa della presenza di conservanti di sintesi isolati nei G.S.E.® commerciali (Cardellina, 2017).
La rivalutazione di una forma farmaceutica antica come la pozione andrebbe fatta nell’ottica di migliorare la compliance del paziente, ossia la sua aderenza alla terapia. Infatti l’edulcorazione e l’aromatizzazione di un preparato sono accettate molto bene dal paziente, sia che questo sia un adulto, un anziano o un bambino. Inoltre le pozioni, essendo preparati liquidi, rispetto alle preparazioni solide, come le compresse o le capsule, risultano maggiormente idonee alla somministrazione a pazienti che possiedono difficoltà nella deglutizione.
Pertanto una pozione fitoterapica, adeguatamente preparata con tutti i criteri dell’arte galenica, può essere una valida alternativa allo sciroppo o all’elixir.
Per esempio, un estratto fluido di frutti di Alchechengi (Physalis alkekengi L.) insieme allo Sciroppo delle cinque radici diuretiche (prezzemolo, sedano, asparago, finocchio e pungitopo) e a un infuso di foglie di frassino (Fraxinus excelsior L.) utilizzato come mezzo, andrebbe a costituire una buona ed efficace pozione diuretica e antigottosa, da somministrare a cucchiai durante la giornata…