
Pierfrancesco Morganti, Gianluca Morganti, Maria Beatrice Coltelli
Economia circolare vuol dire raggiungere una serie di primi obiettivi, entro il 2030, che permettano di operare non solo in modo da ridurre le emissioni di anidride carbonica, con un effetto positivo sull’ambiente e favorire la salute e il benessere a livello globale, ma dovrebbero creare anche un impatto positivo sull’aspetto finanziario delle imprese.
Natural 1
Introduzione
L’economia circolare definita anche green economy (1-3), fondata su tre pilastri – ambientale, sociale ed economico – dovrebbe sostituire in breve l’attuale economia lineare, basata esclusivamente sull’utilizzo di prodotti non riciclabili e sul mero profitto (fig 1). Questo modo nuovo di concepire l’economia attraverso la cosiddetta produzione sostenibile si basa su sette elementi fondamentali:
1 – l’uso prioritario di materie prime rigenerate;
2 – la massima conservazione possibile per quanto viene prodotto;
3 – l’utilizzo dei rifiuti come sorgente di materie prime;
4 – il concepire i prodotti in modo che possano essere riutilizzati;
5 – l’ utilizzo di collaborazioni in grado di creare nuovi valori;
6 – il ripensamento del modello d’impresa;
7 – l’utilizzazione delle tecniche digitali.
Inoltre Secondo le Nazioni Unite e un recente rapporto USA (3,4),i primi 7 obiettivi che si vogliono raggiungere sono quelli di:
1 – azzerare la povertà;
2 – eliminare la fame;
3 – favorire salute e benessere per tutti;
4 – organizzare un’istruzione di qualità;
5 – raggiungere uguaglianza di genere;
6 – ridurre le diseguaglianze;
7 – raggiungere pace, giustizia e costituire istituzioni forti
Questi primi obiettivi sono selezionati tra i 17 che si dovranno raggiungere a livello mondiale entro il 2030.
Questo nuovo modo di operare è in grado non soltanto di ridurre l’emissione di CO2 esercitando un effetto positivo sull’ambiente, ma dovrebbe anche avere un impatto positivo sull’aspetto finanziario delle imprese.
Cosi tra il 2016 e il 2018 l’economia sostenibile negli USA è cresciuta a un tasso maggiore del 38%, raggiungendo la soglia di 8,7 trilioni di dollari US nel 2016 e 12 trilioni nel 2018, mentre nello stesso periodo l’economia EU è cresciuta dell’11%, passando da 12,3 trilioni di dollari US a 14,1 trilioni (5). Per tutte queste ragioni la maggior parte delle aziende multinazionali comincia a includere nel proprio business la sostenibilità ambientale e sociale sia dei lavoratori coinvolti che delle località dove esse operano.

Lo stimolo al cambiamento, infatti, è legato soprattutto alla nuova e crescente attenzione che i consumatori rivolgono ai problemi dell’ambiente. Secondo una recente indagine il 64% degli americani, temendo gli effetti che il riscaldamento globale sta provocando al nostro pianeta, cominciano a rendersi conto della necessità di dover eliminare sia gli sprechi industriali e alimentari, sia il consumo di energia e acqua. Dal canto loro, le industrie iniziano a ottimizzare i loro processi produttivi e distributivi, utilizzando materie con modalità innovative per eliminare gli scarti. La percezione di un consumo sostenibile che si vive nel Nord America, è aumentata di recente e in modo sensibile anche in Europa e in Italia, che risulta la nazione più virtuosa nel riciclo (Fig 4). Questo nuovo modo di concepire la produzione di beni e consumi, utilizzando gli scarti dell’industria e del settore agro-forestale, ridurrà sicuramente gli attuali disastri ambientali, preservando le materie prime naturali per le generazioni future e salvaguardando contemporaneamente la biodiversità del nostro pianeta.
Economia circolare: obblighi dell’Industria e percezione dei consumatori
Anche se il profitto industriale dovrebbe essere sempre alla base di ogni processo economico, l’economia non dovrebbe opporsi né al benessere dell’umanità né tantomeno al rispetto dell’ambiente. Così la produzione sostenibile e la responsabilità degli amministratori di una società industriale si dovrà basare non soltanto sui desideri e il profitto degli azionisti, ma soprattutto sulla piena partecipazione e soddisfazione di tutti gli attori coinvolti alla realizzazione e produzione del prodotto, quali lavoratori, fornitori di materie prime e di servizi, distributori, consumatori, residenti vicini all’industria, agenzie governative e creditori.
Le aziende di una sana economia circolare dovrebbero tener presente alcuni punti fermi e cioè che parte del profitto, proveniente dal prodotto venduto, dovrebbe essere usufruito anche dai fornitori di materie prime, utilizzando quanto possibile energia “pulita”, prodotta possibilmente con scarti zero, e utilizzando materie prime rinnovabili; che il lavoro dei minori non dovrà mai essere utilizzato direttamente o indirettamente; che i salari percepiti dai lavoratori dovranno essere giusti e corretti con un giusto numero di ore lavorate e un sano ambiente di lavoro; che, infine, si dovrebbe contribuire quanto più possibile allo sviluppo della salute e all’educazione della comunità presso la quale opera l’industria, mantenendo salubre l’ambiente circostante.
Questo modo nuovo di concepire la produzione industriale è stato molto familiare in Italia grazie alla lungimiranza di Adriano Olivetti, che realizzò la sua fabbrica sostenibile già nella prima metà del ‘900 (6). Purtroppo questo suo nuovo modo di concepire il lavoro non soltanto non è stato imitato, ma è stato combattuto dopo la sua prematura scomparsa fino ad annullare completamente tutte le novità da lui introdotte.
Comunque, l’introduzione della economia circolare richiede un radicale cambiamento di mentalità comportando un nuovo modello produttivo basato su un ecosistema completamente innovativo. Inoltre, molti consumatori non hanno ancora ben compreso significato e scopo dell’economia circolare, di cui non riescono a percepire i vantaggi che riguardano questo nuovo modo di produrre, né la relativa funzionalità dei prodotti realizzati (7).
Come precedentemente riportato, uno dei sette elementi che contribuiscono all’economia circolare è rappresentato dall’utilizzo dei rifiuti industriali e alimentari di cui riporteremo alcuni esempi.
Rifiuti industriali e alimentari
La cosiddetta blue economy (8,9), definita da alcuni autori (8,9) come qualsiasi attività economica che utilizzi la biomassa acquatica, rappresenta un’industria che ha già raggiunto un fatturato di un trilione di euro con una enorme potenzialità di sviluppo. Quest’industria opera sia mediante l’uso dei residui ottenuti dalla lavorazione di pesci e crostacei, sia con l’utilizzazione delle grandi quantità di animali e alghe presenti negli oceani, che rappresentano il 72% della superficie del nostro pianeta (Fig. 5) e costituiscono più del 95% della biosfera (8,9). Una potenzialità veramente enorme che può favorire la produzione di una grande varietà di nuove molecole le quali, sintetizzate con le più moderne tecnologie, potranno essere potenzialmente utili, anche per l’industria farmaceutica e cosmetica. Secondo altri autori il termine blue economy (10) deriverebbe non dalla massa acquatica ma dal colore della terra vista dallo spazio e, rispetto alla green economy avrebbe bisogno di minori investimenti con la capacità di sviluppare un maggior numero di posti di lavoro mediante l’uso di tecnologie innovative…