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Un poco di storia dagli antichi ricettari alle farmacopee (parte 2)

Giuseppe Salvatore

Prosegue l’affascinante percorso storico attraverso i secoli, alla scoperta del sapere e della cultura farmaceutica e medica legata alle piante medicinali, tramandata nelle numerose opere di famosi medici, farmacisti, speziali, chimici e studiosi e culminata nelle normative ufficiali contenute nelle Farmacopee.

Natural 1

Venendo ora ai tre personaggi annunciati in premessa (figura 9), presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli, Domenico Cirillo (nato a Grumo Nevano nel 1739 e morto nel 1799, anno in cui salì al patibolo in quanto rappresentante della Repubblica partenopea), merita una particolare menzione in questa storia. Appena 21enne vinse la Cattedra di Botanica dell’Università di Napoli, dove era già incaricato della Lectura Simplicium.

Cirillo lasciò questa cattedra dopo 14 anni, avendo ottenuto quella di Patologia e di Materia medica. In questa singolare duplice veste di botanico e di medico, docente di Patologia e di Materia medica, allievo di Serao e amico di Cotugno, Domenico Cirillo acquisì fama in Europa per i contributi dati al progresso della medicina napoletana12,13,14; si guadagnò la stima di noti naturalisti italiani e stranieri, tra cui Lazzaro Spallanzani (1729-1799) e Carlo Linneo (1707-1778). Con quest’ultimo ebbe un intenso rapporto epistolare sullo studio di classificazione delle piante. Anche con il botanico scozzese Alexander Gardner corrispondeva frequentemente. Questi nel classificare alcune piante che crescono in America, appartenenti all’ordine delle Terebintali, ne assegnò il genere con il nome di Cyrillaceae per onorare Domenico Cirillo.

Le sue opere pubblicate riflettono questo connubio tra la botanica e la medicina. In particolare, nei due volumi di Fundamenta Botanica (figura 10: primo volume, 1785, a carattere esclusivamente botanico; secondo volume, 1787, di materia medica) si ritrovano accanto alla descrizione botanica delle piante l’uso terapeutico delle stesse.

In Formulae Medicamentorum (1789), una sorta di vademecum terapeutico, Cirillo commenta gli errori terapeutici di un certo tipo di cultura scientifica.

Inoltre, l’elenco delle sue opere a carattere botanico comprende (U. Pappalardo, A. Ferraro. Traduzione dal tedesco dell’articolo “Domenico Cirillo. La sua biografia, 1739-1799” di Johann Ulrich Marbach. Delpinoa, n.s. 46:95-105,2004)15:

  • Ad botanicas institutiones introductio (Napoli 1766)
  • Institutiones botanicae iuxta methodum Tournefortiarum (manoscritto ritrovato da Arturo Armone
    Caruso; comunicazione personale)
  • Sistema naturae
  • De essentialibus nonnullorum plantarum characteribus commentarium (Napoli 1784)
  • Fundamenta botanica, sive Philosophiae botanicae explicatio (Napoli 1785-1787)
  • Tabulae botanicae elementares quatuor priores sive Icones partium, quae in fundamentis botanicis describuntur (Napoli 1790)
  • Plantarum rariorum Regni Napolitani fasciculus primus et secundus (Napoli 1788-1792)
  • Cyperus papyrus (Parma 1796)
  • Discorso del moto e dell’irritabilità de’ vegetabili.

Gli studi medici effettuati da Cirillo, riguardano principalmente la Clinica terapeutica; le sue osservazioni in materia furono accolte e diffuse con vivo interesse da parte del mondo scientifico di allora. Nel suo trattato “Nosologiae Methodicae Rudimenta” (1780), ciascun capitolo è dedicato a uno specifico tema di patologia; di particolare interesse fu quello riguardante le febbri. Nel periodo in cui esercitò privatamente e presso l’ospedale degli Incurabili, Cirillo si dedicò allo studio della lue e di altre malattie veneree che curò in numerosi pazienti con i Sali di mercurio; la pomata appositamente da lui formulata prese il suo nome e fu molto richiesta. Studiò la semeiotica, applicata soprattutto allo studio del polso16.

La facoltà di medicina onorò con una statua la memoria “dell’immortale Domenico Cirillo”. Questo medico scienziato è stato lodato, ed è ancora ricordato, non solo per i suoi importanti studi di botanica e di pratica della medicina, ma anche per le sue qualità di filantropo che riversò nel sociale, impegnando le sue risorse nell’istituzione del “Progetto di carità nazionale” destinato all’assistenza dei poveri. In ciò, credeva: «Soccorrere la languente umanità, sollevarla dalle sue miserie, diventare l’istrumento dell’altrui felicità, è stato per me sempre il massimo dei piaceri. L’esercizio della carità, gli effetti dei pronti soccorsi contro la fame, la nudità, il freddo, le malattie, formano la gioia dell’uomo nato per giovare alla società» (Domenico Cirillo, prefazione ai Discorsi accademici, Napoli 1799, pag. 4). Purtroppo, per la sua partecipazione all’istituzione della Repubblica giacobina
napoletana del 12-31 luglio 1799 e dopo il ripristino, subito dopo, della monarchia borbonica, Cirillo fu condannato da un tribunale speciale e il 29 ottobre dello stesso anno fu impiccato a Napoli insieme ad altri patrioti.

Un altro protagonista della storia della Medicina napoletana, appassionato di botanica, è il medico Leopoldo Chiari (Ripacandita 1790 – Napoli 1849; figura 9), Professore di Chirurgia presso l’Università di Napoli, “salutato col nome di principe della chirurgia … egli fu in pari tempo chirurgo generico, ostetrico e oftalmologo, come un vero specialista … e filantropo dal cuore pulsante per le sofferenze per gli uomini”17,18. A Napoli giunse nel 1812, due anni dopo l’arrivo di Santa Giovanna Antida Thouret (1765-1826) per lavorare presso l’Ospedale degli Incurabili, dove diresse il Gabinetto Anatomo-patologico. Ma qui viene menzionato nella duplice veste di chirurgo illustre per le sue scoperte e come studioso di piante. Nel suo libro “Tossicologia ossia dottrina intorno ai veleni e loro antidoti” (figura 11), pubblicato nel 1799, ogni capitolo è dedicato a una specifica categoria di veleni (animali, vegetabili, minerali, mefitici, aliti portati e d’aria fissa, altri aliti). Nella “Tavola de’ veleni vegetabili in genere” (pag. 69-214), questi sono suddivisi in “veleni narcotici, narcotici-acri, acri, glutinosi e fonghi veleniferi”, aliti vegetabili (285-287), odori di alcuni fiori, degli aromati vegetabili (335-337) e delle piante narcotiche (339-342).

Frontespizio della Storia delle piante di Luigi Figuer, Milano Fratelli Treves, Editori, 1882.

Napoli, dunque, è stata una terra ambita, sempre invasa e occupata dalle potenze straniere che diedero impulso al progresso scientifico dell’Università, ma vi lasciarono purtroppo anche tracce negative

indelebili nella popolazione per quanto riguardò lo sviluppo sociale. Il popolo infatti soffrì in conseguenza di questo continuo avvicendarsi di stranieri al governo. Théodule Rey-Mermet riporta una descrizione incredibile della condizione in cui vivevano i poveri: “…. Poi, meno fortunata ancora, viveva la plebe enorme, di circa trentamila barboni, i lazzaroni, detti anche banchieri perché dormivano sulle panchine pubbliche …”. Ma altre descrizioni più o meno edificanti sono riportate in altre parti dello stesso libro.

Così era la situazione a Napoli quando la madre dell’imperatore Napoleone, Maria Letizia Ramolino, con una lettera del 28 maggio 1810, propose di istituire delle fondazioni in tutto il Regno di Napoli e di affidare il compito a Madre Giovanna Antida Thouret (Sancey-le-Long 1765-Napoli 1826; figura
9). Questa accettò la richiesta di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e Re di Napoli, avendo avuto garanzie circa la sede nel Monastero Santa Maria Regina Coeli e la promessa che nulla le sarebbe mancato. Giovanna Antida partì il 3 ottobre 1810, accompagnata da sette consorelle e un vetturale; giunse a Napoli il 18 novembre 1810. Il compito era quello di organizzare e razionalizzare le istituzioni ospedaliere e assistenziali napoletane e di diffondere l’istruzione primaria femminile.

Si insediò nel monastero Santa Maria Regina Coeli, da cui si recava con le consorelle presso l’Ospedale di Santa Maria del Popolo agli Incurabili per svolgere quotidianamente opera assistenziale e ospedaliera, attraversando il breve corridoio tra le mura dei due complessi, da cui si accede tuttora da una porticina del piccolo cortile del monastero stesso (figura 6).

L’accoglienza da parte delle autorità fu solenne; ma l’indomani si presentò una realtà ben diversa di promesse disattese, di dotazioni e fondi insufficienti. Madre Thouret, comunque, riuscì nei propri intenti, riorganizzò l’Ospedale degli Incurabili e completò la ristrutturazione dell’Istituto Santa Maria Regina Coeli.

La storia dell’Istituto Santa Maria Regina Coeli è parte integrante e fondamentale di due secoli di vita non solo della Congregazione, ma anche di Napoli e di quella parte di popolazione afflitta nello spirito e da antichi mali.

Il complesso di S. Maria Regina Coeli comprende la farmacia, allestita nel 1820, dove Santa Giovanna Antida preparava lei stessa i rimedi per alleviare i malesseri, non solo delle consorelle, ma anche degli abitanti del quartiere e dei pazienti dell’Ospedale di Santa Maria del Popolo agli Incurabili. Questa Farmacia conserva il nome di “Farmacia della Santa Madre”, comunicante con il laboratorio che conserva il tavolo originale, con il piano in parte in legno e in parte in marmo, sul quale lavorava la Santa. Non mancano mortai in pietra e un distillatore in rame, posto su un piano rivestito di piastrelle di ceramica sovrastante la fornace a legna o carbone; accanto vi è il sistema di condensazione e di raccolta dell’essenza. Per sua stessa dichiarazione era esperta nel “preparare distillati”, cosa che insegnava alle sue suore come eppure insegnava a loro “a distinguere i diversi rimedi e a prepararli”20.

Negli armadi in noce massiccio, quello dietro al grande bancone centrale in noce e a ridosso delle altre pareti, vi si notano nelle vetrine numerosi recipienti diversi (in vetro, raramente in ceramica, di varia forma e capacità), etichettati (vuoti e alcuni solo parzialmente) con l’indicazione del contenuto, sostanza, droga vegetale, acqua distillata, essenza o estratto. Sul frontale di ciascun cassetto del grande mobile a ridosso della parete che comunica con il laboratorio si legge il nome della pianta destinata a esservi contenuta; all’interno di altri cassetti, alcuni dedicati ai veleni, sono contenuti una

varietà di oggetti e di pacchetti a diverso contenuto. La bilancia sul bancone e le mensole per la piccola spedizione, in parte occupate, fanno pensare che la farmacia sia ancora funzionante. Guardandola si ha la sensazione di una farmacia d’epoca, semplice ma strutturata razionalmente e pronta a ricevere il popolo. Una ricognizione attenta potrebbe essere motivo di un interessante studio storico-scientifico per rivedere con senso critico e benevolo ciò che si dice sulle virtù delle piante del convento.

Santa Giovanna Antida coltivava piante medicinali nel giardino circondato dal chiostro, interno al complesso di Regina Coeli o nei dintorni di questo21; sotto i portici del camminamento venivano disseccate le droghe vegetali, poi all’occorrenza utilizzate come polveri, estratti, calde tisane e bevande o avviate alla distillazione…

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