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L’arte cosmetica nel Rinascimento e gli “esperimenti” di Caterina Sforza

Autori:
storia-e-scienza-giu24

Ernesto Riva

Uno sguardo sull’arte cosmetica di epoca rinascimentale, impreziosito da citazioni tratte dai documenti dell’epoca e da curiosità sugli usi e costumi del tempo.
Questo articolo è una riedizione del medesimo testo proposto nel lontano 2002 su uno dei primi fascicoli della testata.

Dopo gli sfarzi dell’era classica, dove il gusto per l’eleganza e per l’ornamento era divenuta una sorta di necessità sociale e dopo la sua inevitabile scomparsa a seguito della decadenza dell’Impero Romano, l’arte cosmetica riapparve quasi sommessamente agli albori del Rinascimento e come vezzo tipicamente femminile, una sorta di lusso che veniva però spesso mortificato dal biasimo maschile e dalla riprovazione religiosa. Soprattutto l’ambiente mondano fiorentino del XVI secolo fu particolarmente preso di mira dal mondo intellettuale di allora; è nota l’esortazione di Dante al gentil sesso fiorentino che incitava a seguire l’esempio delle semplici donne di Firenze d’altri tempi le quali si allontanavano dallo specchio “senza viso dipinto” per dedicarsi agli umili lavori domestici (Par. XV-114), o l’invettiva di Franco Sacchetti contro i trattamenti cosmetici: “O alchimia maledetta che la vera carne fai dibruciare, pelando teste e ciglia”(Nov. CXXXVI). Dal canto suo Boccaccio dedicava buona parte del “Corbaccio” alla descrizione dello stereotipo delle maliziose donne fiorentine, che tendevano le loro insidie agli sventurati corteggiatori dipingendosi il viso, “ora con mille unguenti e colori, ora con solfo” e tingendosi i capelli “neri fin dalla cotenna” per renderli “somiglianti a fila d’oro”. “Così conciate – prosegue sarcasticamente Boccaccio – le belle e ragguardevoli signore, mogli di cittadini tanto onesti quanto stolti da lasciar spendere i loro denari in queste cose, rassomigliavano piuttosto – sia nei modi che nelle smacierie e nei portamenti – a pubbliche meretrici”. Donne del Diavolo erano dunque costoro, secondo il Boccaccio, che passavano il tempo a distillare, far unguenti, manipolare grassi animali ed erbe, riempiendo le case di fornelli, alambicchi, pentolini, ampolle e vasi di bosso.

“E non solo – prosegue l’autore – al loro servizio proliferavano speziali a fabbricar argento solimato (cloruro di mercurio) e ricavar verderame, nonché moltitudini di ortolani alla ricerca di radici ed erbe. Con questi miscugli si ungevano e si dipingevano come se avessero dovuto andare a vendersi, e se ti capitava disgraziatamente di baciarle ti si invischiavano inesorabilmente la bocca e il naso di un tal intonaco di grasso da farti svenire. Che più? – continua Boccacio – quale solennità si riservavano nell’andare ai bagni, dai quali tu credevi vederle tornare lavate! Tornavano più unte che mai. Dopodiché il loro sommo desiderio era di andare negli scorticatoi a farsi pelare fronte e ciglia e a levigarsi la pelle delle gote e del collo.
Così conciate ostentavano la loro artificiosa bellezza tanto difficile e faticosa da mantenere che, se per sciagura le si ponea una mosca sul viso, questo era sì grande scandalezzo e sì grande turbazione che, a rispetto, fu ai Cristiani il perdere Acri un diletto”.

Questa era dunque l’opinione dei più autorevoli esponenti della cultura fiorentina nei confronti dell’arte di adornarsi, un’arte che peraltro continuava ad espandersi sia per l’accresciuta gioia e voluttà della gente di apparir bella, sia per la quantità di ricettari cosmetici e trattati di “amor cortese” che circolavano tra le signore della nobiltà.

Il ricettario cosmetico di Caterina Sforza
Ricomparivano perciò i profumi se non altro per attenuare gli odori poco gradevoli di una scarsa igiene, si riprendeva l’antica usanza di colorire le labbra con belletti rossi a base di minio e di imbrunire le sopracciglia con lo stibio (solfuro di antimonio), mentre interi carichi di fragranti spezie esotiche giungevano nei migliori mercati. La cerussa, il nitro, la biacca, il verderame, il solimato, il sale ammoniaco e la cannella, nonché le pietre preziose, ritornarono a far parte delle sempre più complicate formule di “lisci e belletti”, mentre i “Ricettari galanti” cominciavano a proporre i primi saponi odorosi, pomate e profumi di sandalo, ireos, aloe e rose, intrugli per tingere i capelli, per dipingersi e “luminarsi” gli occhi.
Fu in questo periodo che venne compilato il primo ricettario che trattava interamente di cosmesi ed in maniera organica ed esuriente; era il ricettario cosmetico di Caterina Sforza.
Si, era proprio la Excellentissima Signora da Forlì, madre di Giovanni De’ medici detto dalle Bande nere, che tra impegni di governo e battaglie trovava anche il tempo di dedicarsi all’arte di adornarsi.
Caterina, sposa e poi vedova di Girolamo Riario signore di Forlì, ne ereditò la Signoria che tenne per i figli difendendola con molta energia e ricorrendo spesso all’aiuto delle milizie milanesi inviatele dallo zio Ludovico il Moro. Era infatti Caterina una discendente – anche se illegittima – della importante casata principesca milanese degli Sforza in quanto figlia di Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano.

Ebbene, la nostra coraggiosa Signora, dal temperamento straordinariamente virile – propria virago, come affermano i cronisti del tempo – anche mentre preparava i cannoni per difendersi dall’assedio di Cesare Borgia non resisteva alla tentazione di mantenere relazioni con speziali e alchimisti alla ricerca di nuovi “segreti” medicamentosi e cosmetici.

Gentildonna fiorentina (cod. Botacin, Padova, XVI sec.). Boccaccio dedicò buona parte del “Corbaccio” alla descrizione dello stereotipo delle maliziose donne fiorentine, che tendevano le loro insidie agli sventurati corteggiatori dipingendosi il viso.

“Mandatice palle tre de vetro tondo, habiano il buco picolo et che tengano doi bucali de mesura et dodici cipolle marine che se chiamano schille 2, che quando più presto le mandarite ne serrà più grato. Valete.”; ecco cosa scriveva il 2 novembre del 1499 al Pievano Francisco Fortunato Plebano Cassine, mentre alla sua corte accorrevano medici, speziali, alchimisti, erbolai, barbieri e ciarlatani con i quali ella scambiava le sue esperienze medico-pratiche. Esperienze che Caterina accumulò in tutto il corso della sua vita e che ella raccolse in uno scritto ad uso privato senza peraltro voler esercitare qualche sorta di funzione divulgativa; l’opera infatti rimase sotto forma di manoscritto strettamente riservato finché un autografo di lei, tal conte Lucantonio Cuppano colonnello ai servigi di Giovanni dalle Bande Nere, non lo ricopiò integralmente nel 1525, lasciandoci così un documento di straordinaria importanza per capire lo stato della profumeria e della medicina pratica del principio del secolo XVI.

Gli “Experimenti de la ex.ma s.ra Caterina da Furlj”
L’opera si intitola Experimenti de la Ex.ma sr. Caterina de Furlj… ed è una raccolta considerevole di “secreti” destinati principalmente alla cura della pelle del viso e delle mani, all’acconciatura dei capelli, alla pulizia dei denti e all’ornamento del corpo.
Il tutto è costituito da 510 capitoli, corrispondenti grosso modo ad altrettante ricette di medicina pratica popolare delle quali una buona metà interessano la cosmesi.
L’elemento fantastico è predominante nella sostanza delle ricette di Caterina ed è basato soprattutto sulla “simpatia” degli ingredienti per i quali risulterebbe poi ovvia una qualsiasi indicazione funzionale. A volte questa simpatia risulta solo da un mero gioco di parole, come ad esempio le vantate virtù del finocchio per “migliorare la vista” solo in virtù del puro fenomeno filologico del suo nome (fino-occhio), oppure quelle del corallo che doveva per forza servire a “confortare lo core”.
Talvolta questa “simpatia” proviene da un rapporto di somiglianza più diretta dell’ingrediente usato con la funzione che dovrebbe esercitare, e allora assistiamo all’impiego delle “corna ricurve del caprone” per fare i capelli ricci, all’utilizzo del latte di capra ed il grasso di orso o di cavallo, animali dal lungo pelo o con criniera, per far ricrescere i capelli fluenti, all’impiego della pelle di serpente, animale noto per le sue mute stagionali, per rinnovare la pelle e renderla fresca e giovano, oppure all’utilizzo della luce del sole per far i capelli biondi.
Altre volte invece questa simpatia proviene da segnali più eruditi e letterari, come ad esempio l’utilizzo della cipria per “far bello il viso” perché si ricavava da una specie di talco proveniente dall’isola di Cipro, l’isola sacra a Venere.
Nonostante queste divagazioni fantastiche Caterina Sforza dimostra però di avere una vasta conoscenza degli ingredienti, una buona esperienza pratica e una decisa propensione per l’alchimia di stampo arabo.

La lunga lista delle “acque cosmetiche di bellezza” sono la dimostrazione di un uso diffuso e razionale del processo di distillazione; una pratica tipicamente araba che per la prima volta trova così larga applicazione nella cosmesi. Sono infatti almeno una cinquantina le acque distillate proposte dall’autrice e sono ricavate con l’impiego di ogni sorta di ingrediente di origine vegetale, animale e minerale; tutte sostanze comuni alla oramai consolidata tradizione galenico-araba. Le più usate sono la chiara, l’albume, e il guscio dell’uovo di gallina, il grasso di porco, il rognone di vitello, colombi, rondini e galline intere, fiori di fava, erbe aromatiche, zucche, mele, scorze di limoni, farina di frumento, vino di malvasia, coralli e persino pietre preziose. Il tutto viene distillato per ricavare acque a “far la faccia bella, lucente e bianchissima” come richiedeva l’estetica del tempo. Quanti e quali principi attivi contenuti in questi ingredienti riuscissero poi a reggere il “filtro” della distillazione è poi difficile da stabilire come è difficile stabilire quanto queste antiche “lozioni tonificanti” fossero adatte alla cura e al mantenimento della pelle del viso. Lo stesso dubbio forse affliggeva anche la nostra autrice visto che spesso ella ricorreva alle “acque da viso” fatte perlopiù con quelle sostanze chimiche di recente acquisizione araba e di sicuro effetto…