Ernesto Riva
Nella Venezia del XVI secolo gli usi e le tradizioni legati alla cosmesi e alla profumeria erano ormai diffusi e raffinati, tanto che Isabella Cortese, nobildonna e famosa alchimista, li raccolse nel libro I Secreti de la Signora Isabella Cortese, volume che costituì per almeno un secolo una sorta di best seller dei manuali dedicati alla cura della persona.
Questo articolo è una riedizione del medesimo testo proposto sul fascicolo di novembre 2006.
Agli inizi del secolo XVI, un’importante scoperta, quella della stampa tipografica, contribuì enormemente all’estendersi dell’informazione, facilitata tra l’altro dalla rapida diffusione della carta. Il primato di quest’arte fu inizialmente detenuto dalla città di Venezia che dai torchi delle sue 200 tipografie, più di quante ne avevano Parigi e Lione insieme, fece uscire anche i primi trattati di cosmetica e profumeria. Venezia del resto aveva da tempo intrapreso un imponente traffico commerciale con il Levante, fonte delle droghe più pregiate, e si ritrovava dunque anche a detenere il primato dell’attività mercantile non senza ostentare il lusso pubblico e privato che ciò comportava. Venezia, dove era consuetudine che le donne si tingessero i capelli del colore dell’oro e le mani del colore dell’avorio, contribuì a diffondere nel mondo occidentale le più delicate “mollezze” orientali e diventò un centro di eleganza universalmente riconosciuto. Vi prosperavano merciai che vendevano polvere di Cipro (amido profumato), matite per labbra, nei finti e colori di ogni tipo. In un clima di così ostentata opulenza cresceva dunque l’ammirazione per la bellezza corporea di tipo convenzionale; imbellettarsi e profumarsi era divenuto perciò una sorta di necessità sociale. Necessità che giunse al massimo della sua degenerazione quando l’enfasi barocca suggerì di caricare maggiormente i tratti dell’aspetto con rossetto sulle guance e sulle labbra, di mettersi gonfie parrucche, ciglia finte fatte con peli di talpa e di dipingersi le sopracciglia con inchiostro di china. Tale era lo spreco che si giunse al punto di profumare vivande, oggetti domestici, monete e persino corone da rosario; tanta era l’infatuazione per i profumi che era abitudine, durante il carnevale, lanciare sulla folla gusci d’uovo riempiti di una quantità di essenze pregiate.
I ricettari galanti
Era un costume che comportava necessariamente la diffusione sempre più frequente dei cosiddetti “ricettari galanti” i quali trattavano non solo di cosmetici, ma anche di oggettistica e di bigiotteria; tutto ciò insomma che aveva a che fare con l’arte di adornarsi.
Fu allora che comparvero i famosi “Secreti de la Signora Isabella Cortese”, un libro che costituì per almeno un secolo una sorta di best seller dei manuali dedicati alla cura della persona1. Un libro che tenne banco nelle librerie, e forse anche nelle spezierie, dal 1561 – data della prima edizione a noi nota – al 1677, vantando il successo di almeno 15 edizioni diverse2.
Chi era questa Isabella Cortese che riuscì a divulgare così ampiamente i segreti dell’arte cosmetica? Poco si sa di questa persona e poco è dato di trovare, ma ricostruendo varie ipotesi è da ritenere che ella sia figlia naturale di tale Nicolò Cortese, argentiere in calle Cortese e probabilmente anche speziale a San Gregorio all’insegna dello “Spirito Santo”3.
Tutto fa dunque ritenere che la nostra Signora avesse una discreta conoscenza del mondo dei medicamenti e una naturale propensione per le “debolezze” del bel mondo, visto che aveva ricevuto in eredità dal padre una considerevole sostanza. Ciò gli permise di cimentarsi ad insegnare alle signore del suo rango a farsi le pomate ed i profumi in casa, ma anche a come pulir gli specchi, a come smacchiare gli oggetti preziosi o gli indumenti di riguardo, a far tinte per pellami e stoffe o a farsi le perle finte.
Il suo manuale, di impostazione decisamente pratica, insegna infatti l’arte di conoscere la natura, anzi di rivelarne i segreti senza il timore che perdano di efficacia e di renderne partecipe il lettore. Un’opera dunque di grande divulgazione che vanta più di 300 ricette di preparazioni cosmetiche di esecuzione relativamente facile e indirizzate non tanto a medici o speziali ma piuttosto a nobili signore desiderose di occupare il loro tempo a far ciprie, saponi, rossetti, tinture per capelli e dentifrici.
A quei tempi non si amava molto, si sa, l’uso del sapone e anche questo ricettario lo manifesta palesemente dedicando alla fabbricazione uno spazio non rilevante. L’autrice si limita all’elencazione di una decina di preparati concernenti perlopiù la detersione delle mani.
Il detergente più usato è il cosiddetto “sapone di cervo”, molto in uso in quel periodo4, che si preparava con una liscia di cenere di “legno di cerro” (Quercus cerri L.) – detto appunto “cervo” – con l’aggiunta di calce viva. La densità della liscivia veniva misurata con l’empirico metodo dell’uovo5, e la liscivia così pronta veniva mescolata a caldo con grasso di castrato o di cervo, questa volta cervo vero, fino ad ottenere una pasta che era appunto il sapone.
Questo ingegnoso metodo per far saponi, non certo inventato dalla nostra Signora6, aveva un senso logico di formulazione ben preciso e scientificamente dimostrabile.
I carbonati di sodio e di potassio provenienti dalle ceneri di quercia si trasformano in idrati sotto l’azione dell’ossido di calcio, formando cioè quella soluzione di soda caustica che poi serve a saponificare i grassi animali. I sali di acidi grassi a lunga catena così formatisi hanno la particolarità di comportarsi quasi come degli “ioni” e di manifestare il loro potere detergente grazie alla loro struttura idrolipofila.

Utilizzando un sapone così fatto l’autrice lo adatta alle varie fun-zioni che deve svolgere: lo mescola cioè al “grassetto di capretto”, ben depurato e profumato, e ad una piccola parte di biacca (carbonato di piombo) e amido per “far le man morbide”, oppure lo mescola a pasta di mandorle, senape e miele o – meglio ancora – a fiele di bue, rosso d’uovo e lievito per “far bianche le mani”.
E il viso?
Anche se – come sappiamo – il trattamento del viso non richiedeva un frequente uso del sapone, Isabella si cimenta nella preparazione di un “saponetto pel viso” fatto con tre libbre di sapone tenero di buon olio, una quarta di zuccaro candi, una di borace, e un quarto di una quarta di canfora. Vale a dire quasi un chilo di sapone molle mescolato accuratamente con 200 grammi di zucchero candido, 200 grammi di borace e tre once di canfora; il tutto veniva emulsionato con succo di radice di giglio bianco. Ne veniva fuori un discreto “latte di pulizia” che serviva a “conservar la faccia” e si usava in tal modo: … la mattina quando vi levate dal letto, o stando a letto, estendetevelo in su la faccia, poi quando sarete vestita, con una imboccata d’acqua bagnerete un drappo, e con quel ne laverete la faccia a poco a poco insaponando fin che tutto si lavarà…e la faccia resterà lucente, che questo saponetta la netta e mangia le panne, le lentiggini e se la donna ha la pelle magra no’l tenga se non tanto che si veste, e se ha la pelle grassa tengalo un’ora…e serà ben fatto.
Al capitolo 128 del ricettario vi è anche un curioso shampoo, “buon da far i capelli biondi”, così formulato: “Piglia lume catina parte tre, calce viva parte una e farai capitello, che tenga l’ovo di sopra, e di questo capitello piglia tre boccali, un poco d’olio comu-ne, e mescola insieme e butta dentro una chiara d’ovo con uno scodellino di farina e un’oncia di vitriolo romano ben pesto, e mescola per tre hore continue e poi lassal così riposare per un dì, e sarà fatto il sapone…”. Il carbonato di potassio (lume catina) con la calce viva serve a saponificare l’olio, e fin qui ci siamo; il solfato ferroso (vitriolo romano) fa da corpo colorante, mentre la chiara d’uovo, per il suo alto contenuto in amminoacidi e soluzione colloidale di albumina uniti all’amido della farina, potrebbero motivare qualche sorta di “azione nutriente”…e anche qui, a fatica, forse ci siamo. Ma quello che più incuriosisce è l’uso decisamente improprio di questo “shampoo”: …vale questo sapone – dice Isabella – a fare i capelli belli e biondi, che parranno d’oro, ungendoli al sole con esso e la-sciandoli asciugare, poi riungendo e facendo come prima. Indub-biamente il sole aveva la sua parte nell’imbiondire i capelli, specie se questi erano impomatati di sostanze organiche ed inorganiche facili “all’indoramento”.
Come detergente per il viso comunque era allora apprezzato il cosiddetto “litargirio d’argento”, ovvero il protossido di piombo, noto per le sue facoltà detersive specie se mescolato al salgemma e all’aceto di vino. Di fatto di preparava il cosiddetto “latte virginale”, che altro non era che una soluzione di acetato di piombo, tanto detersiva e astringente, quanto pericolosa per i fenomeni di saturnismo che avrebbe potuto provocare un suo uso prolungato.
Ma per “levar l’ardore del viso” e per “nettarlo di tutte le brutture” si era disposti anche a usare il latte virginale, e non solo, bisognava anche mescolarlo alla canfora, al borace, all’allume di rocca (solfato di alluminio) e alla biacca (carbonato basico di piombo); per una mistura sì fatta e “messa ogni dì sul viso”, la signora Cortese promette veramente “mirabilia”.
Per fortuna c’è un’alternativa diciamo così “naturale” a questi latti virginali costituita da una mescolanza di fave, fagioli e ceci, con chiara d’uovo e latte d’asina, da usare come latte per “lavar la faccia e farla venir bella e lucente”. Sul risultato “nutritivo” del preparato non abbiamo alcun dubbio, visto l’alto contenuto proteico della mistura, su quello detergente un po’ meno.
“Nettar la pelle” del viso e liberarla da quelle “volgari” ed inestetiche lentiggini provocate dal sole era evidentemente un’esigenza molto sentita per il costume di quel periodo e perciò si ricorreva all’uso frequente degli impacchi da applicare sul viso. Erano delle vere e proprie maschere di pulizia o “mute”, come le chiama l’autrice, fatte perlopiù con farine vegetali impastate con chiara d’uovo e gomma arabica, da tenere sul viso per un paio d’ore o per una notte intera a seconda dei casi. Queste “mute”, se vogliamo, non molto si discostano dalle moderne maschere di pulizia quando ricorrono all’impiego della farina d’orzo, dell’olio di mandorle, del miele o dell’acqua di rose, ma diventano un vero supplizio quando si tratta di praticare un drastico peeling a base di nitrato d’argento o di tenere sul viso un impasto di farina di senape con le uova “fin tanto che la pelle potrà soffrire” per poi lavarlo con l’urina.
Aveva un bel dire la Signora che, dopo tali operazioni, bastava fa-re dei vapori sul viso con acqua di semola, fichi, malva e penne di pernici e poi passare sulla pelle olio di zucche, ma a quale prezzo?
“Non toccar le ciglia – ha la premura di avvertire l’autrice – perché tutta la pelle che haverà tocco se n’andrà via perché detta pasta ha da star per ventiquattro hore attaccata alla faccia e dovete star in una camera che non vi veggia alcuno perché non habbiano di parlar con voi e non fate movimento alcuno né masticate e dormite con le reni in giù… poiché haverete grande ardore e se s’infiarà il viso fatevi vento…”.

Creme, pomate e unguenti
Quando tratta le creme, le pomate e gli unguenti il ricettario sembra invece un vero emporio di proteine animali: dal grasso di capretto, di caprone e di porco al fiele di lepre, di anguilla, di gallo e di gallina; dal “butiro fresco” alle ossa di seppia e ai rognoni di bue. Sono circa una quarantina le pomate elencate nel ricettario adatte a “far bella la faccia”, a renderla bianca e liscia, a toglierle il rossore e le lentiggini e a proteggerla dal freddo; tutte formulate, a dire il vero, con un criterio non del tutto primitivo. Si prenda ad esempio questo “ceretto molto bello” riportato al cap. 26 del ricettario: “prendi due denari d’olio di lentisco, altrotanto d’olio di zucche, e mettili dentro una scodella sopra la cenice calda che li detti olii vengan a una parte della scodella decantati, e mettivi un poco di cera bianca dentro la scodella alla parte di sopra e toccandola con un bastoncello falla scolare nell’olio, e come sarà scolata mettivi un poco di zuccaro bianco polverizzato, e subito getterai dell’acqua dentro la scodella e un poco di borace polverizzato e col dito della mano volterai la detta materia…mettici un poco d’acqua rosa di modo che nel bossolo stia a molle”.
Questa formula ha infatti tutta l’aria di assomigliare ad una delle moderne cold cream citate anche dalle nostre farmacopee: la fase oleosa è costituita dall’olio di lentisco, ricavato per spremitura dei frutti di pistacchio, e dall’olio di zucca, che si otteneva cuocendo i fiori e la polpa di zucca nell’olio comune, la fase intermedia è costituita dalla cera bianca d’api, che giustamente viene saponificata con il borace per accrescere il suo potere emulsionante, mentre la fase acquosa è arricchita da una opportuna aggiunta di zucchero che giusto appunto esercita quell’azione umettante e idratante richiesta dal trattamento. La fase oleosa era poi suscettibile di radicali cambiamenti in quanto richiedeva spesso l’impiego di tutte quelle sostanze animali appena elencate, sostanze il cui impiego cosmetico ha del resto un qualche senso logico, vista la funzione decisamente nutriente che dovevano manifestare tali preparati. Basti pensare alla cosmesi dei giorni nostri che, oltre ai fitocomplessi, utilizza una gran quantità di sostanze di derivazione animale quali gli estratti d’organo come la placenta e la milza o gli estratti di tessuti quali l’aorta e il derma; lo scopo è di usufruire dell’azione riepitelizzante e nutriente dei derivati proteici contenuti in questi estratti: vale a dire il collagene, l’elastina, la cheratina e i mucopolisaccaridi.
Ma i trattamenti nutrienti del viso richiedevano anche l’uso di balsami non proprio delicati fatti di pece greca, catrame e trementina; questi prodotti – a detta della signora Cortese – avrebbero dovuto far “divenir gentile la carne” e mantenere un bel viso e giovane: “libra una d’olio di mastici, once tre di trementina d’abezzo, fa bollire a fuoco lento e come comincia a bollir leva dal fuoco, e calalo, che è com’un balsamo per il volto, conserva le carni e mantiene la gioventù mettendolo ogni notte al viso”. Un altro preparato è invece fatto con zolfo, pece greca e “pece navale” mescolati con “grasso de porco maschio”, e serviva a togliere il rossore dalla faccia.
La nostra signora non resiste però anche alla tentazione dei metalli e si esibisce in una serie di “argentate” da far bianca e liscia la pelle, che erano una sorta di maschere da applicare sul viso alla sera e da tenere per una notte intera. Erano unguenti a base di argento vivo “mortificato” con lo sputo, ma non è dato di sapere se oltre che a curare la rogna, la scabbia o la sifilide, questi unguenti mercuriali avessero anche un qualche effetto cosmetico. Di fatto le “argentate” proposte nel ricettario sono dei veri e propri unguenti mercuriali. Eccone uno riportato al capitolo 106: “olio di lentisco, di muia, di zucche ana once una, grasso di serpe, zuccaro candi ana once una, olio di tartaro, borace, ossa di seppia ana once (…), argento vivo sei carati, sapon di cipri un panetto, trebentina d’abezzo once una, sugna di porco senza sale once quattro”.
Quanto ai metalli l’autrice ne fa poi largo uso quali corpi coloranti di sicura efficacia per tingere i capelli. D’altra parte l’arte di tingere i capelli, a cui dedicano ampio spazio tutti i ricettari e le farmaco-pee, ha sempre fatto ricorso all’uso dei metalli proprio per la consapevolezza della scarsa durata ed efficacia dei coloranti esclusivamente vegetali. Ciò non toglie che si dovessero adoperare tinture esclusivamente vegetali o metalliche: in questo senso il ricettario di Isabella Cortese pare raggiunga un apprezzabile compromesso tra le due categorie di coloranti.
Molti vegetali, si sa, impartiscono determinate colorazioni ai capelli, sia per la particolare natura chimica di alcuni composti organici che contengono, sia per la leggera affinità che a volte posseggono nei confronti della cheratina7. Questi composti rafforzano la loro efficacia se mescolati ai sali di metalli formando così, con l’aiuto del calore e di agenti ossidanti in ambiente alcalino, dei complessi ad alto potere colorante. Tali complessi sono in grado di fissarsi ai capelli con l’aiuto del “mordente” rappresentato dalle sostanze tanniche quasi sempre presenti nei vegetali8.
A questo punto si capisce l’impiego della calce viva fatta bollire in acqua con il “litargirio d’oro e d’argento” (protossido di piombo) e “gallette d’Istria” (galle contenenti acido tannico) per tingere i capelli di nero, oppure l’impiego della miscela di “vitriolo romano” (solfato ferroso) e “feretto di Spagna” (ossido di ferro) con decotto di lauro e mirto (acido tannico) per fare i capelli di colore castano. Evidentemente anche allora si era consapevoli della difficoltà di tingere i capelli, specie quelli bianchi, e dell’esigenza di proporre un colore deciso e persistente che offrisse delle garanzie di durata. Per questa ragione i metalli continuarono ad essere largamente usati almeno fino all’avvento delle moderne tinture di ossidazione.
Le misture coloranti
Ciò non toglie che anche allora ci si cimentasse con misture coloranti interamente vegetali. Eccone una significativa della nostra Signora, che doveva servire a “far rossi i capelli”: “Piglia cenere di ginestra o de viti libbre una, cenere di lentisco libbre mezza, liquiritia once tre, comin rostito once tre, endico once una e mezza, zafferano un denaro, caretta un denaro, scorza di roggia un denaro, scorze di due melangoli ben maturi e secchi un denaro, paglia d’oro un denaro, lupini un denaro e tutti questi materiali sia(n) posti in una caldaia con tre scodelle d’acqua e bolla fnché scemi una scodella, e cavane fuori un’ampolla della detta bollitura, aggiungi una scodella d’acqua nella caldaia e lassala schiarire, e con questa lavati il capo, e con quella dell’ampolla ungiti il pettine quando ti pettini, farà i capelli rossi”. In questa composizione vediamo come il mordente sia costituito dall’acido tannico contenuto in buona parte dai vegetali elencati e i corpi coloranti siano forniti dalle numerose sostanze di natura flavonoidica presenti perlopiù nella ginestra (quercetolo), nella radice di liquirizia (liquiritoside) e nel cumino (apigenina). Il tono rosso del colore è invece fornito dai carotenoidi (crocetina) presenti nello zafferano e dai composti antrachinonici contenuti nella robbia (Rubia tinctorum). I composti antrachinonici della robbia sono infatti contenuti nella sua radice sotto forma di glucosidi e liberano per idrolisi, sotto prolungata ebollizione, il vero e proprio corpo colorante rosso che è l’alizarina (6 metil 1-3 idrossi antrachinone). In effetti questo era il metodo ampiamente conosciuto anche dai greci e dai latini per estrarre il colore rosso da tutte le rubiaceae per poi tingere i tessuti. La miscela di rubia con l’indaco fornisce poi un tono di colore che va verso il rosso scuro ed è questa la ragione per cui nella composizione si fa uso di una piccola quantità di indaco (Indigofera sp.).
Al medesimo scopo viene usata da Isabella Cortese la radice di rabarbaro fatta bollire nel “vino puro e buono” per assicurare una certa persistenza del colore rosso bruno degli antrachinoni la cui solubilità è assicurata dall’ambiente acido del vino e il mordente dal discreto tenore tannico del vino stesso. Ha un senso pure l’uso dei fiori di noce e meglio ancora del mallo (noci verdi piccole) per tingere di nero i peli della barba la quale viene poi ammorbidita con grasso di castorreo e olio di lino. I derivati chinonici del noce (5 idrossi 4 naftochinone) reagiscono con la cheratina dei peli colorandoli in bruno per la formazione di un complesso sclero-juglonico, il grasso di castorreo (ghiandole anali del Castor fiber), molto simile al colesterolo, esercita un’azione ammorbidente, mentre tutti sanno quanto l’olio di lino sia adatto al trofismo dei peli.
Il legni tintori vengono utilizzati da Isabella Cortese anche per fabbricare belletti. Per i rossetti per esempio vengono utilizzati legni come ad esempio il “verzino”, un legno proveniente dalle Indie Orientali (Caesalpinia sp.) che forniva una tinta rossa infuocata. Il “verzino” veniva mescolato a qualche goccia di olio comune e al cosiddetto “pié colombino”, che altro non era che la polvere ricavata dai fiori essiccati di Geranium rotundifolium dalla presumibile funzione di mordente.
Un rossetto più impegnativo è invece costituito dagli “scutellini” come li chiama l’autrice – che si preparavano sfruttando il potere colorante dei fiori di cartamo (Carthamus tinctorius), “fissato” però con un’energica “digestione” nel carbonato di sodio. Non manca infine la celebre “biacca”, ma lavorata però in modo che durasse sul viso “per almeno trenta dì”: “…. “.
L’arte profumatoria occupa una parte cospicua del ricettario e anche qui le materie prime principali per far i profumi sono fornite dal muschio, dall’ambra e dallo zibetto.
Non si sa quanti caprioli dell’Asia centrale fossero allora a disposizione per fornire il muschio, oppure quanti Zibetti venissero catturati in Africa o peggio quanti Capodogli si avessero l’occasione di incontrare lungo le spiaggie di Giava o del Madacascar, ma di fatto la nostra Signora ci propone ben una trentina di ricette di profumi fatti con le droghe ricavate da questi animali. Come ben sappiamo il muschio è quella sostanza fortemente odorosa ricavata dalle ghiandole periombelicali del Moschus moschiferus L., una specie di capriolo delle montagne dell’Asia centrale, mentre lo zibetto era il prodotto di secrezione delle ghiandole genitali di alcune specie di mammiferi carnivori delle regioni calde dell’Africa appartenenti al genere Viverra. L’ambra o “ambracane”, come veniva definita, si ricavava invece dalle secrezioni intestinali del Physeter macrocephalus, un capodoglio che popola i mari di Giava, del Giappone e del Madacascar. Tutte queste sostanze, di odore inizialmente sgrade-vole, hanno la particolarità – se opportunamente diluite – di impartire ai preparati profumi graditi e persistenti.
In realtà queste sostanze vengono in piccolissima parte o addirittura per nulla utilizzate come ad esempio nel cosiddetto “muschio contraffatto” che l’autrice ricava da una mescolanza di erbe odorose quali la noce moscata, il cinnammomo, i chiodi di garofano e l’assenzio con il sangue di colombo e la pelle di cervo (forse per non far dimenticare l’origine “selvatica” del profumo), ma che non contengono neppur l’ombra di una qualsiasi secrezione di Moschus muschiferus.
In realtà, assieme a piccolissime parti di queste tre importanti droghe, per altro molto apprezzate anche dalla moderna profumeria, si mescolavano gran quantità di erbe aromatiche e spezie di più facile reperimento sul mercato. Le più usate erano lo “storace” o il “legno aloe” (il legno aromatico della Aquillaria agalocha L.), il sandalo, l’incenso, il macis, le noci moscate, i chiodi di garofano e i rizomi dell’iris.
Frequente è anche l’impiego di numerosi olii essenziali ricavati dai fiori di rose, gelsomini e lavanda, con un processo di macerazione al sole in olio comune “mordezzato” – come dice la Cortese – con allume di rocca; un procedimento che vorrebbe in qualche modo preconizzare i moderni processi di estrazione degli olii essenziali con il metodo dell’enfleurage. Tutto sommato la tecnica di preparazione dei profumi non era molto distante da quella dei giorni nostri, per lo meno nell’individuazione delle materie prime fornitrici di profumo che sono tutt’oggi più o meno le stesse; basti pensare alle rose, ai gelsomini, al bergamotto, al sandalo e allo stesso muschio. Evidentemente anche oggi come allora il “naso” aveva la sua parte.
Tutti questi profumi entrano inoltre a far parte di un vasto e fantasioso repertorio di acque distillate proposte dall’autrice per il trattamento tonificante e detergente del viso.
Si va dall’acqua “odorifera e finissima” che serviva per “confortar gli spiriti” e il cui profumo durava “per molti giorni nella persona”, alla famosissima “acqua d’angeli” che doveva risultare “eccellentissima”. La prima era un distillato di fiori d’arancio, mirto e rose moscate con aggiunta di polvere di iris e zibetto, la seconda, celebre in tutti i ricettari galanti, era fatta per distillazione di fiori di rose, mirto, arancio amaro, achillea moscata, ginestra, levistico, cimette di cedro, cannella, garofani, storace e legno sandalo. C’è anche una lozione schiarente per “levar il sole dalla faccia”, fatto con “agresto di vite”, il succo d’uva acerba (acido tartarico e citrico), in cui si mettevano a bollire le cosiddette “porcellete”. Si legge infatti anche nel famoso “Ricettario Fiorentino”, la prima Farmacopea Ufficiale che in quel periodo già era giunta alla quarta edizione, che le conchiglie delle porcellete (molluschi gasteropodi simili alla Cypraea maneta) “si dissolvono tenendole in infusione nel sugo di limoni”; l’acido citrico contenuto nel succo evidentemente scioglieva il carbonato di calcio di cui sono costituite le conchiglie. Con un’acqua così preparata, acida e salina, si poteva forse sperare di ottenere qualche risultato. Lo stesso scopo si raggiungeva con un’acqua ottenuta per distillazione del rafano con zucchero e uova fresche o con l’acqua distillata di fave bianche, chiara d’uovo e orzo, macerati nel vino e nel latte di capra. Era infatti frequentissimo a quel tempo l’uso di sostanze organiche animali messe a distillare per ottenere “meravigliose acque per far bellissima la carne”, come la seguente “acqua di gallina” proposta dall’autrice, che doveva servire a “mantener la gioventù”: “prendi una gallina bianca e fa che mora affocata, con la sua piuma, e rompile tutte l’ossa e tutto il resto, e mettila a cuocere con l’acqua di fiume, e metti nella pila un buon pugno d’orzo infranto,e come serà molto ben cotta mettila in un gran catino, mettivi sei ova fresche d’un dì con le guscie e siano rotte ben misticate con la gallina, e trebentina d’abezzo e mezza oncia di mirra polverizzata; così ogni cosa ben misticata metterai in un lambicco a distillare, l’acqua fatta la poserai al sole al sereno per nove dì e come seran passati mettivi dentro un poco di borace e zuccaro fino pesti…”. Quanto della gallina filtri attraverso la distillazione non si sa, come pure non si sa quanto delle uova comprese di guscio, ma per fortuna qualche olio essenziale contenuto nella mirra o nella trementina finirà nel distillato che, con l’aiuto del borace e dello zucchero, potrebbe in qualche modo manifestare una lieve azione tonificante, antisettica e lenitiva; anche questo forse giova in qualche modo a “mantenere la gioventù”.
Se è per questo anche “l’orina di fanciulla vergine” doveva – secondo l’autrice – servire a mantenere la pelle giovane e bella, ma, anche se la cosa potrebbe avere un senso vista l’azione riconosciuta all’urea di cheratoplastico ed elasticizzante cutaneo, perché proprio urina di fanciulla vergine? Il tutto poi viene distillato – meno male! – con un po’ di chiodi di garofano e cinnamomo.
Più efficace invece è “l’acqua che fa la faccia rossa e lustra e l’attempate fa parer giovani”: un miscuglio fatto di aceto e chiara di otto uova fresche sbattute, con l’aggiunta di canfora, borace, zuc-chero, “specchio d’asino” (solfato di calcio) e “argento solimato” (sublimato corrosivo). “questa acqua – dice l’autrice – a una vecchia di sessanta anni in poco spatio di tempo gli farà la pelle che parrà giovine di quindici anni…”, ma per quanto tempo e con quali conseguenze? Questi dunque sono alcuni dei “segreti” della signora Isabella Cortese che con molta abilità si avventurò nel mondo delle preparazioni pra-tiche, prendendo in prestito medicamenti e formule da antidotari e farmacopee, rendendo quest’arte quanto mai “galante” e oggetto di appassionato interesse per le nobili signore desiderose di accrescere il proprio fascino e la propria bellezza.
Bibliografia
1. ISABELLA CORTESE, I Secreti della Signora Isabella Cortese nei quali si contengono cose minerali, medicinali, arteficiose e alchemiche…, Venezia, 1561.
2. LIBYA E DINO CORTESE, I secreti della Signora Isabella Cortese, in “Atti dell’Accademia Italiana Storia Farmacia”, anno VI, n°1, pp. 29-40. Vi si trova una dettagliata descrizione di tutte le 15 edizioni.
3. G. TASSINI, Curiosità Veneziane, Venezia 1887, (Arch. Stato Venezia, I-G-459).
4. Cfr. G. ROSETTI, Notandissimi secreti de l’arte profumatori, Venezia, 1555, cap. 42.
5. “che l’ovo stia sotto la liscia – scrive G. Rosetti – et che non si vegga eccetto quanto sia un dinaro over soldo solo et il resto sotto la liscia”. L’ingegnoso uso dell’uovo come densimetro, già per altro sperimen-tato dallo stesso Galeno, serviva a determinare la giusta concentrazione di soda caustica necessaria a saponificare le lunghe catene degli acidi grassi. I saponi così ottenuti venivano poi mescolati alle varie essenze o resine vegetali a seconda dell’uso di destinazione.
6. Plinio parla di un sapo galliarum…ex sebo et cinere optimus fagino et caprino ( Nat. Hist., XXVIII, 191).
7. I componenti chimici più rilevanti sono i carotenoidi, i chinonici e i flavonoidi, che generalmente sono attratti dalla carica elettronegativa della cheratina del capello.
8. Lo scopo è quello di ottenere una “lacca” persistente e insolubile; resistente cioè al lavaggio.