Ernesto Riva
Prosegue il viaggio nel tempo della storia del sapere medico-scientifico. Il raccomto si conclude con un excursus sul XIX secolo. Nell’articolo, le vicende, spesso tragiche e tormentate, che hanno caratterizzato l’epoca e che hanno contribuito a definire il clima scientifico alla base del forte impulso alla nascita della farmacologia moderna.
L’otto maggio del 1794 moriva sul patibolo Antoine Laurent Lavoisier. “La Francia non ha bisogno di scienziati!”, si dichiarava all’Assemblea della Repubblica durante gli anni del terrore; così in pochi minuti fu fatta cadere una testa, “per rimpiazzare la quale – ebbe a dire lo stesso Laplace – molti anni sarebbero occorsi”.
Paradossalmente travolto dalla Rivoluzione, Lavoisier rivoluzionò a tal punto la scienza della chimica da produrre profonde e durature trasformazioni anche nel campo della medicina e della farmacologia. Egli dette origine ad una nuova fase della storia della chimica semplicemente acuendo lo studio dei fenomeni e applicando, con gli strumenti che avevano allora a disposizione, il metodo sperimentale, giungendo così a dimostrare uno dei principi cardine della scienza moderna: un principio di antica concezione per la quale nulla al mondo si crea e nulla si distrugge.
Questo concetto fondamentale sulla conservazione della materia metteva seriamente in discussione le antiche teorie speculative intorno alla creazione e alla distruzione di questa, apriva altresì la strada ad una neonata scienza chimica che si rivelò poi una disciplina ricca di sbalorditivi e imponenti sviluppi.
La gloria di Lavoisier fu proprio quella di aver demolito le vecchie teorie basandosi sulla funzione preminente e dal carattere esclusivamente empirico che – a suo avviso – avrebbe dovuto avere la scienza della chimica; funzione che consisteva nel descrivere rigorosamente i fenomeni, nel determinarne con precisione gli aspetti quantitativi attraverso un uso scrupoloso della bilancia, nel dimostrare in ogni momento il principio della conservazione della materia anche in conseguenza di qualsivoglia trasformazione chimica e nel collocare gli elementi secondo un razionale criterio di nomenclatura. Egli stabilì inoltre che la materia era costituita da elementi eterogenei, semplici e indistruttibili i quali, combinandosi, davano origine ad un’infinita varietà di composti chimici.
Poco più tardi John Dalton stabilì che tali elementi erano formati da particelle fisicamente indivisibili e non omogenee: gli atomi, capaci di impartire le differenti caratteristiche delle sostanze. Lo scienziato italiano Amedeo Avogadro offrì poi alla scienza il criterio generale per determinare l’esatto peso relativo delle particelle elementari dei corpi.
Fu ancora Lavoisier, nell’aprile del 1789, che, nel fondare la prestigiosa rivista Annales de chimie25, portò avanti accuratissimi lavori di chimica pura in sintonia con l’impronta decisamente «empirica» del suo pensiero, secondo il quale la scienza ha il compito centrale e preminente di descrivere il rigore dei fenomeni.
Così attraverso il coordinamento di lavori scientifici del resto dell’Europa e con la collaborazione di validi e illustri colleghi quali Guyton, Berthollet e Fourcroy, egli riuscì a realizzare un concetto autenticamente moderno e rigorosamente quantitativo della chimica.
Lavoisier pagò tragicamente le conseguenze del giacobinismo più radicale, ma i suoi colleghi studiosi usufruirono enormemente dei vantaggi derivati dal potente impulso dato alle scienze da Bonaparte. Finiti infatti i clamori della Rivoluzione, Napoleone tenne sempre in seria considerazione questi studiosi non abbandonando mai le loro iniziative, anzi, portandoseli appresso – se occorreva – anche durante le sue campagne. Celebre a questo proposito fu la cosiddetta “enciclopedia galleggiante” che consisteva in un vascello ammiraglio, l'”Orient“, che seguiva l’imponente flotta partita il 19 maggio del 1798 alla conquista dell’Egitto e che ospitava, oltre allo stato maggiore, un nutrito gruppo di scienziati con il compito di dedicare il loro tempo alle discussioni accademiche26.

La frattura tra filosofia e scienza
Era in atto una radicale svolta della scienza la quale, almeno fino ai secoli dei lumi, era stata oggetto di ricerca prettamente filosofica e metafisica. Già con l’illuminismo infatti si determinò l’esigenza di un sapere scientifico autonomo rispetto alle teorie speculative sulla conoscenza e tale esigenza si accentuò appunto a seguito delle spinte innovative del periodo napoleonico. Il risultato fu una decisa frattura tra filosofia e scienza ben alimentata, del resto, dalle profonde trasformazioni delle scienze fisiche e matematiche, nonché dalle continue innovazioni tecniche sommate ad una piena fiducia nel progresso tecnologico.
Ciò non significa che il pensiero scientifico sia regredito a mero interesse pratico legato alla necessità dell’esperienza, al contrario, esso si assunse l’importante compito di scoprire le basi teoriche su cui si fondavano quelle scoperte che gli “empirici” avevano fortunosamente intravisto e approssimativamente applicato.
Compito dello scienziato era dunque di fornire una spiegazione razionale ai risultati ottenuti dalla tecnica e fungere così da “guida superiore” al progresso tecnologico.
È chiaro che questa necessità pratica portò alla costituzione di discipline scientifiche specialistiche e sempre più autonome dove lo scienziato, raccolto nella propria specializzazione, conduceva delle indagini sempre più controllate utilizzando tutte le sue energie intorno ad argomenti rigorosamente circoscritti.
La scienza moderna
Nasceva così la scienza moderna, costituita dalla somma di innumerevoli contributi conseguiti dagli specialisti di ogni disciplina.
Tutto il positivismo fu direttamente investito da questo fenomeno raggiungendo invero dei risultati straordinari sotto l’aspetto tecnico-scientifico, ma facendo altresì sparire quella figura di “pensatore universale”, di scienziato dai molteplici interessi, che caratterizzava la cultura dei secoli precedenti.
La cosiddetta “neutralità” dello scienziato verso i grandi problemi sociali e filosofici, il suo impegno metodologico e costante che escludeva per principio gli interessi generali, come dispersivi, provocarono quella tendenza sempre più marcata a separare lo studio della natura da quello dell’uomo, causando un’autentica frattura fra la cultura umanistica e quella scientifica. Una pericolosa divergenza tra indagine scientifica e filosofica che rende ancora oggi assai problematico il recupero, da parte di filosofi e scienziati, dell’antica unità della cultura.
Tutta la scienza ottocentesca si fondava su di una realtà “positiva” sperimentale, che però, a sua volta, doveva essere interpretata pur sempre secondo uno schema soggettivo e individuale circoscritto ai limiti delle possibilità tecniche e strumentali del tempo. Questo proprio perché la conoscenza – e Kant lo aveva sostenuto ampiamente – non era una registrazione passiva, bensì un prodotto dell’attività formatrice dello scienziato, cosicché anche la scienza più sperimentale veniva ad essere subordinata ad una relatività individuale tipica della natura umana…
Tutto sommato ciò costituì un punto d’incontro con l’idealismo romantico assertore di una verità nata da un’intima indimostrabile convinzione soggettiva, ma fu interpretato, di fatto, come un profondo motivo d’antitesi di due opposte tendenze, il positivismo e l’idealismo, impegnate entrambe nella ricerca della verità.
Il limite della mentalità positivista fu bene puntualizzato dallo stesso Comte: “… lo spirito umano, riconoscendo l’impossibilità di raggiungere le nozioni assolute, rinuncia a ricercare l’origine e lo scopo dell’universo e a conoscere le cause intime dei fenomeni, per occuparsi esclusivamente di scoprire le loro leggi effettive…”. Fu questo intendimento che determinò il successo, e per certi aspetti, la vittoria del pensiero scientifico ottocentesco nei confronti di un atteggiamento idealistico-romantico.
L’interpretazione “positiva” della realtà si rivelò, di fatto, più idonea alla ricerca scientifica perché conferì alla scienza stessa una solidità derivata dall’osservazione del mondo fenomenico; pur tra molte incognite, errori e incertezze relative all’imprescindibilità dell’elemento soggettivo nell’interpretazione dell’esperimento. Ne consegue che molte “verità positive”, allora reputate infallibili, oggi sono spesso modificate profondamente o corrette da acquisizioni ulteriori.
Ciò non toglie che la scienza ottocentesca sia stata suffragata da una serie interminabile di risultati e scoperte.
Le nuove conquiste nel campo della fisica e della chimica, unite all’uso del microscopio in luogo delle vecchie lenti distorcenti, aprirono la strada all’embriologia sperimentale. I progressi dell’anatomia e della fisiologia animale, uniti agli esperimenti condotti con l’elettricità sulla sostanza cerebrale, misero in evidenza l’energia della materia organica che si genera autonomamente nelle varie zone delle circonvoluzioni cerebrali.
Proprio in virtù del progresso di indirizzi ausiliari dottrinari e tecnici al servizio della medicina, essa fu sconvolta nei suoi tradizionali principi della teoria umorale, e di questo radicale cambiamento ne risentì particolarmente la terapia medica…