Erika Agostinelli
Leggendo il Taccuino della Sanità di Ernesto Riva, mi sono imbattuta in una storia molto affascinante che avevo già incontrato nel passato leggendo le “Metamorfosi” di Ovidio. Si tratta della metamorfosi di Leucòtoe.
Leucòtoe era la Ninfa più bella che esistesse nel paese degli Aromi. Il dio Sole, sorgendo prima nel cielo a Oriente e calando più tardi nel mare per ammirarla, rendeva più lunghe le sere invernali; a volte veniva meno poiché il male della mente influenzava la sua luce. Nei momenti tristi, si oscurava e atterriva i cuori dei mortali. Non amava che lei, dimenticandosi di molte sue amanti che venivano completamente eclissate dalla bellezza della Ninfa, figlia di Eurìnome. Una notte, il dio riuscì sotto inganno a entrare nella stanza di Leucòtoe. “Io sono colui che misura la lunghezza dell’anno, colui che tutto vede, l’occhio del mondo” disse il Sole. Nonostante il terrore iniziale, la vergine non resistette allo splendore di Elio e si concesse. Clizia, amante di Sole, fu presa dall’invidia e in un eccesso di rabbia raccontò a tutti dell’adulterio, diffamando la rivale. Il padre di Leucòtoe, furibondo e spietato, decise di seppellire la figlia in una profonda fossa e sopra vi riversò un pesante mucchio di terra. Corse subito in aiuto Sole che perforò quel mucchio con i suoi raggi in modo da scoprire il volto della Ninfa. Ma ella non poté più sollevare il capo ormai schiacciato dal peso della terra. Il suo corpo giaceva senza vita e tutti i tentativi del dio di riscaldare con i suoi raggi le gelide membra della giovane furono vani. Il guidatore dei cavalli alati, affranto da questa disgrazia, cosparse di nettare odoroso il luogo della sepoltura e dopo molti lamenti disse: “Giungerai comunque fino al cielo!” e così il “corpo imbevuto del divino nettare, si disciolse in un liquido profumato che inumidì la terra, e a poco a poco un arbusto d’incenso, allungando le radici tra le zolle, venne su e ruppe il tumulo con la cima”. Quanto a Clizia, il Sole non l’andò più a trovare. Per nove giorni senza toccare né cibo né acqua, ella si nutrì solo di rugiada e di lacrime. “Le sue membra, si racconta, finirono in parte in erba esangue; una parte è rossastra, e un fiore viola ricopre il viso”.
E così viene descritta la triste storia di Leucòtoe trasformata in incenso. Riprendendo le parole del Taccuino della Sanità, l’incenso con la sua prodigiosa resina divina che sgorga come lacrime dagli alberi delle terre inondate e arse di sole, oltre a essere sacro a tutti gli dei, è sempre stato raccolto con riverente rispetto dai mortali. La droga è la gommoresina indurita, che si estrae da incisioni praticate nella corteccia. Nella tradizione erboristica, l’incenso fu impiegato sin dall’antichità, in India, Cina e nei riti di diverse religioni. Nell’antico Egitto veniva usato per preparare cosmetici, profumi e maschere di bellezza per ringiovanire il viso. Grazie alle azioni antinfiammatorie e antisettiche, l’incenso trova impiego per scopi terapeutici in un ampio spettro di malattie, tra cui infezioni delle vie respiratorie e urinarie, reumatismi, affezioni della pelle, disturbi digestivi e nervosi.
Con questo breve aneddoto su uno degli arbusti più celebri per il suo olio essenziale, Natural 1 vi lascia alla lettura di un fascicolo che raccoglie gli atti del Primo Congresso della Società Italiana per la Ricerca sugli Oli Essenziali; congresso che è nato con lo scopo di fotografare lo stato della ricerca attuale su queste affascinanti sostanze, presentando risultati e analisi in atto che a loro volta potranno essere l’origine di nuove ricerche.