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Editoriale ottobre 2011

firma

Agostinelli Bruno

Siamo tra i paesi con un grado di longevità tra i più alti al mondo dopo il Giappone. E’ quindi difficile riuscire a differenziare in modo pratico e corretto le diverse età dell’uomo. I parametri sono cambiati; le definizioni diventano vaghe; oggi diventa difficile definire “anziano” un cinquantenne in forma. La giovinezza che un secolo fa arrivava a malapena a trent’anni, oggi arriva tranquillamente a quaranta, per non parlare dell’adolescenza e dell’anzianità che si intrecciano ormai a tal punto con la qualità della vita, giocando un ruolo determinante nella classificazione fisica dell’individuo, ritardandone l’invecchiamento. Terza età, anzianità, senilità, senior, sono solo alcuni termini che identificano un periodo di vita, ma possono cambiare di significato a seconda dell’individuo e di diversi fattori; Natural 1 ha definito questa parte dell’esistenza come “oltre la maturità”, dedicando parte di questo fascicolo ai problemi relativi, alle strategie di prevenzione e alla riduzione dei rischi. Ecco alcuni dei temi trattati in questo fascicolo: la degenerazione maculare, una patologia che interessa l’occhio ed è legata all’età; un corretto equilibrio nel rapporto rame zinco, utile a mantenere uno stato di salute ottimale; l’utilizzo della vitamina E nella gestione delle infezioni resistenti agli antibiotici; una monografia su Rehmannia glutinosa; anche i pensieri invecchiano (antiche e nuove piante ad azione neuroprotettiva); i tocotrienoli, nuovi studi su queste molecole con proprietà antiossidanti.
Trieste è una città che mi ha sempre ammaliato. Trieste è arte, cultura, paesaggio. E’ una delle città che ho sempre amato, in cui mi sarebbe piaciuto vivere: il colle di S. Giusto, piazza Unità d’Italia, il caffè S. Marco sono solo alcuni dei siti che mi piacerebbe rivedere. Un uomo l’ha sempre rappresentata in modo eccellente: un certo Hector Schmitz, in arte Italo Svevo.
Amando Trieste, ho sempre cercato di leggere scrittori che la conoscevano bene: nel mondo degli autori moderni viventi, consiglio di leggere un grande: Enzo Bettiza nato a Spalato, ma vissuto praticamente nella città che, per la cronaca, ha ospitato Joyce (una statua sul Ponte Rosso del Canal Grande lo ricorda). Trieste è una città che mi ha sempre affascinato proprio per la sua storia legata al primo novecento: l’irredentismo, D’Annunzio, la seconda guerra mondiale, la zona “B”, il 1954 con la spartizione definitiva dei territori; crocevia internazionale, città di confine piena di contrasti, anacronismi, in cui potevano convivere pacificamente popoli di diverse razze come triestini autoctoni, slavi, serbi, croati, austriaci, ungheresi, boemi, città unica, con un dialetto colorito, amabile, incredibilmente piacevole. Ma Italo Svevo più di tutti, nei suoi romanzi e nei suoi racconti ha fatto trasparire così bene l’atmosfera di questa magica città, da preservarne ed esaltarne l’elegante decadenza odierna in modo da immortalarla nella mia mente, e da renderla viva in ogni suo dettaglio tra realtà e fantasia. Inoltre, riallacciandomi al tema principale del nostro fascicolo di ottobre di Natural 1, quindi viaggiando “oltre la maturità”, proprio in una delle sue ultime novelle intitolata “Il mio ozio”(pubblicata postuma, ma pensata e scritta nella seconda decade del ‘900), è interessante notare come già all’epoca in cui si svolgono i fatti, il mantenimento del benessere, il problema della salute negli anziani, fosse reale, sentito ed importante; legato sì alla medicina, alla fitoterapia di inizio secolo, ma anche soprattutto alla prevenzione che già allora faceva capolino in un certo ambiente. Incline alla satira nella struttura generale delle sue opere, peculiare il passaggio in cui Svevo fa parlare un organo del suo corpo e ancora più interessante, l’accenno entusiasta ai nuovi studi di Hahnemann, il fondatore dell’omeopatia. Trascrivo un brano tratto dal racconto di cui sopra (sono sicuro che ci sarà chi ne farà buon uso).
“C’erano tante teorie mediche a questo mondo ch’era difficile di farsene dirigere. Quei poltroni di medici avevano contribuito solo a rendere più difficile la vita. Le cose più semplici sono troppo complicate. Astenersi dalle bevande alcoliche è una prescrizione dalla verità evidente. Ma d’altronde si sa che talvolta l’alcool ha delle proprietà curative. Dovrò poi attendere l’intervento del medico per concedermi il conforto di tale potente medicamento? Non v’è dubbio che la morte è talvolta l’opera di un capriccio improvviso e che potrebbe essere passeggero di un organo o della casuale coincidenza momentanea di varie deficienze. Sarebbe momentanea – voglio dire – se non è seguita dalla morte. Bisogna fare in modo che sia momentanea. Dunque l’intervento dev’essere pronto e magari precorrere il crampo per eccessiva attività o il collasso per inerzia. A che aspettare il medico che viene e corre ad annotare la visita? Io solo posso essere avvisato in tempo del bisogno d’intervento da un lieve malessere. Purtroppo i medici non hanno studiato quello che in tale caso possa soccorrere. Io perciò allora ingoio varie cose: Caccio giù un purgante con un sorso di vino eppoi mi studio. Può esserci bisogno di altro intervento: Un bicchiere di latte ma anche qualche goccia di digitale. Le minuscole quantità che furono consigliate da quell’eccelso uomo che fu il Hahnemann. Quelle minuscole quantità la cui sola presenza bastava a produrre le reazioni necessarie all’attivamento della vita come se un organo più che essere nutrito o eccitato ha bisogno di essere ricordato. Vedendo una goccia di calcio esclama: «Oh, guarda! L’avevo dimenticato. Il mio dovere è di lavorare».