
Marco Angarano
World Wide Web. La ragnatela più estesa del mondo, che con il suo acronimo WWW ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale, cambiando completamente l’approccio di miliardi di persone alla conoscenza, alla ricerca di informazioni, alla comunicazione, al commercio. Trent’anni fa Tim Berners-Lee, giovane informatico britannico che lavorava al CERN di Ginevra (l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare), elaborava la base teorica della Rete: un sistema basato sull’ipertesto per rendere più logica e agile la distribuzione di dati tra gli scienziati. E qualche anno dopo, nel 1993, questo protocollo è stato reso disponibile gratuitamente al pubblico.
Oggi è una cosa normale cercare informazioni digitando su computer, tablet e smartphone qualche parola, o anche solo poche lettere, e ritrovarsi sullo schermo l’elenco più o meno esteso dei risultati di questa ricerca, che bisogna sempre essere in grado di scremare. Oppure leggere una voce di Wikipedia, l’enciclopedia online che cresce ogni giorno grazie alla collaborazione e al contributo di milioni di persone in tutto il mondo.
Il concetto della digitalizzazione abbraccia tutti i settori produttivi e avere un sito web con il quale farsi conoscere e interagire con il mondo è oramai fondamentale per ogni tipo di attività.
Ogni giorno sono 3 miliardi e mezzo le ricerche effettuate su Google e Facebook ha circa 2 miliardi di utenti attivi ogni giorno. Numeri che danno l’idea della potenza di questo mezzo e a cui probabilmente Berners-Lee non pensava quando lo ha creato.
La Rete raccoglie infatti un insieme di dati che è difficile anche immaginare (mi vengono in mente delle scene del film Matrix) e noi che la utilizziamo dovremmo avere una maggiore consapevolezza di sapere dove finiscono le informazioni che forniamo, gratis, quando visitiamo un sito o “socializziamo”, come sono usati tutti questi dati da chi li raccoglie e quali possono essere le nostre capacità di influire su questi sistemi.
In un’intervista Lou Montulli, programmatore che ha inventato i cookies (i piccoli file che forniscono informazioni su chi visita un sito), ha affermato che il web per reperire informazioni non politiche è fantastico, se si vuole sapere quando si vota va bene, ma se si vuole sapere per chi votare è il peggiore dei posti per scoprirlo.
Un mezzo rivoluzionario, senza dubbio con innumerevoli vantaggi, per il quale però anche il suo inventore ha manifestato una certa preoccupazione, alla luce dei diversi aspetti negativi che stanno emergendo nella sua creatura digitale, e che lo hanno indotto a proporre ai governi, alle imprese e ai cittadini un “contratto per la rifondazione del web”.
Pensiero di una sera di inizio primavera: il mondo digitale, appeso a un filo, quello della corrente elettrica. Ma se si stacca la spina…