• Nessun prodotto nel carrello.

News Alimentazione & nutrizione (gennaio-febbraio 2021)

Autori:
evidenza


a cura di Iacopo Bertini* e Maria R. D’Isanto**

CONSUMO DI PESCE E PATOLOGIA CORONARICA

La cardiopatia coronarica (CC) è una delle principali cause di mortalità nel mondo. Stando ai dati più recenti, nel 2017 circa 18 milioni di persone nel mondo sono morte per una patologia cardiovascolare: di queste, circa la metà per CC. Grazie a diversi studi, sono stati individuati i principali fattori di rischio tra cui ipertensione, diabete, dislipidemia, obesità addominale, fumo e stress. Per quanto riguarda la dieta, molte ricerche, in anni recenti, hanno dimostrato che uno stile alimentare sano può essere un fattore protettivo importante. E’ molto discusso il ruolo che ha il consumo di pesce nell’ambito di una dieta equilibrata, coi suoi nutrienti “specifici” (omega-3 a catena lunga), importanti per la loro azione anti-infiammatoria, vasodilatatoria, anti-aritmica e anti-ipertensiva, e altri nutrienti che potrebbero svolgere un’azione sinergica benefica (vitamina D, B, calcio, selenio, L-arginina, ecc.).

Negli anni passati, sono state pubblicate diverse ricerche di studi prospettici, e relative meta-analisi, che hanno cercato di studiare i fattori dietetici che potrebbero influire maggiormente sulla CC. Per quanto riguarda il consumo di pesce, i risultati sono stati sempre abbastanza discordanti tra i diversi studi, a volte positivi (effetto benefico) a volte neutri, con risultati quindi non omogenei.

Questo ultimo lavoro ha voluto fare il punto della situazione in considerazione di alcuni recenti lavori, pubblicati di recente, e per questo non presi in considerazione in passato.

Materiali e metodi. Sono stati cercati i lavori più rilevanti su tre diverse banche dati (PubMed, Web of Science e Embase) pubblicati fino a ottobre 2019. Sono stati selezionati 22 studi prospettici (28.261 casi per circa 918.000 partecipanti) che hanno indagato la relazione tra consumo di pesce e incidenza di CC. Il gruppo che consumava il maggior quantitativo di pesce settimanale, rispetto a coloro che ne consumavano meno, aveva l’incidenza più bassa (RR: 0.91, 95% CI: 0.84, 0.97). E’ stata valutata anche l’associazione tra consumo di pesce e mortalità per CC considerando 27 diversi studi (10.568 casi per 1.139.553 partecipanti) e, anche in questo caso ad un maggior consumo, rispetto al consumo minimo, corrispondeva una più bassa mortalità per CC (RR: 0.85, 95%CI: 0.77, 0.94). E’ stata effettuata anche un’analisi statistica dose-risposta, da cui è risultato che ogni incremento del consumo di pesce di 20 g al giorno portava ad una riduzione del 4% nell’incidenza e nella mortalità per CC.

Conclusioni. Il consumo di pesce si associa ad una diminuzione del rischio di incidenza e mortalità per CC. Gli autori stimano che un consumo corrispondente a circa 60 g al giorno possa essere un quantitativo “ottimale” per questo tipo di patologia: questa quantità corrisponde sostanzialmente con il consumo medio di pesce della popolazione giapponese.

Fonte: Zhang B et al. Fish Consumption and Coronary Heart Disease: A Meta-Analysis. Nutrients. 2020 Jul 29;12(8):2278. doi: 10.3390/nu12082278.

DIETE CHETOGENICHE

Le diete chetogeniche (DC) sono ampiamente pubblicizzate da libri e diversi siti internet, allo scopo di dimagrire, migliorare la propria forma fisica o anche a scopo “terapeutico”. Chi segue una dieta chetogenica limita drasticamente, nella propria alimentazione, l’assunzione dei carboidrati: in generale, vengono raccomandati non più di 25-50 g di carboidrati al giorno (in pratica, non più del 5% delle calorie assunte giornalmente, mentre la quota dei grassi e delle proteine corrisponderà, grosso modo, rispettivamente al 75% e al 20%). Quindi, verranno consumati alimenti come latticini, carni bianche e rosse, uova, verdure ed ortaggi non ricchi di amido (patate e tuberi), olio d’oliva e di cocco, frutta in guscio (noci, mandorle, nocciole, ecc.) e semi, avocado e olive. Cibi “classici” della dieta mediterranea, come pasta, pane, fagioli e legumi in generale, patate, e frutta sono fortemente limitati se non esclusi completamente. Il risultato metabolico è un aumento di corpi chetonici (derivati metabolici dei lipidi), che può favorire, tra l’altro, il dimagrimento a breve termine.

Storicamente, furono introdotte intorno al 1920 per trattare il diabete, prima della scoperta dell’insulina, e per cercare di trattare l’epilessia nei bambini. Tuttavia, seguire questo tipo di diete senza alcun controllo medico o di un nutrizionista, limitando l’assunzione di alcuni componenti dell’alimentazione, non è una pratica priva di rischi.

Il lavoro. L’argomento è stato affrontato recentemente sulle pagine della rivista JAMA Patient Page, dell’autorevole Journal of American Medical Association, su cui vengono discussi diversi argomenti che sono poi presentati, in maniera semplice e comunicativa, al paziente.

I punti salienti. 1) l’uso clinico delle DC può migliorare la glicemia a breve termine nei pazienti con diabete di secondo tipo; 2) le DC generalmente hanno un effetto dimagrante a breve termine, ma non ci sono prove scientifiche che questo approccio sia più efficace di altre diete dimagranti a lungo termine. In altre parole, si perde peso più in fretta ma sul lungo periodo altri tipi di diete, più “convenzionali”, portano agli stessi risultati; 3) le affermazioni sui benefici della dieta chetogenica nei confronti del cancro, la demenza e il morbo di Parkinson non sono attualmente supportate da evidenze scientifiche solide.

I rischi potenziali. In alcune persone che seguono questo regime dietetico possono presentarsi diversi disturbi (senso di fatica durante esercizio fisico, stanchezza mentale, disturbi del sonno, costipazione, nausea e disturbi di stomaco. Nel lungo periodo, limitando il consumo di frutta e di alcuni tipi di verdure/ortaggi, e soprattutto se la DC non viene adeguatamente bilanciata, può risultare difficile assumere il quantitativo ottimale di alcuni nutrienti (vitamine) e sostanze fitochimiche importanti per la salute. Infine, mancano dati certi sugli effetti a lungo termine delle diete chetogeniche e sui possibili rischi per la salute. In ogni caso le diete a basso contenuto di carboidrati, protratte nel tempo, sono state collegate, in alcuni studi, a un aumento della mortalità e a possibili rischi cardiovascolari.

Fonte: Li Z, Heber D. Ketogenic Diets. JAMA. 2020;323(4):386. doi:10.1001/jama.2019.18408

- CONSUMO DI PESCE E PATOLOGIA CORONARICA
- DIETE CHETOGENICHE
- RIBES NERO E METABOLISMO GLICIDICO
-
3114503026_5b10bef439_o

RIBES NERO E METABOLISMO GLICIDICO

I frutti di bosco costituiscono un importante gruppo di alimenti nelle diete del nord Europa. Secondo diversi studi, il loro consumo può prevenire l’insorgenza di alcune malattie croniche, soprattutto quelle cardiovascolari e il diabete, anche se, al momento, l’Unione europea non ha autorizzato l’utilizzo di claim salutistici per questo gruppo di alimenti. In particolare, consumare frutti di bosco sembra avere effetti benefici per il metabolismo del glucosio dopo un pasto. Tutto ciò sembra legato alla presenza dei pigmenti colorati blu scuro, le antocianine, che conferiscono ai frutti il loro caratteristico colore. Questi particolari composti polifenolici possono rallentare l’assorbimento del glucosio dal piccolo intestino, grazie alla loro capacità di interagire con gli enzimi che digeriscono i carboidrati e con le proteine di trasporto del glucosio. Inoltre, le antocianine possono ridurre lo stress ossidativo e lo stato infiammatorio.

Lo studio. L’effetto positivo dei frutti di bosco è stato recentemente confermato in un studio condotto da un’Università finlandese. In questo studio, è stato valutato l’effetto del ribes nero.

Materiali e metodi. 26 soggetti in salute (22 femmine, 4 maschi) hanno consumato tre differenti prodotti (un purè di ribes con zuccheri aggiunti, un prodotto a base di ribes e quinoa fermentata, e un prodotto base ma senza i ribes), e, in una quarta occasione, acqua zuccherata come controllo. In ciascuna delle quattro occasioni, i partecipanti hanno assunto, in maniera randomizzata, la stessa quantità di zuccheri (circa 31). Campioni di sangue sono stati presi a intervalli regolari dopo l’assunzione del pasto-test, e analizzati per le concentrazioni di glucosio, insulina e grassi.

Risultati. In confronto al test di controllo (assunzione di acqua e zuccheri), l’assunzione di entrambi i prodotti con i ribes hanno attenuato la risposta glicemica e insulinemica successiva, così come hanno rallentato il calo di glucosio conseguente e, allo stesso tempo, rallentato l’innalzamento degli acidi grassi liberi nel sangue che si verifica dopo la risposta ipoglicemica indotta dall’assunzione di zuccheri. Tutto questo con il consumo di una porzione piccola (75 g) di ribes nero.

Conclusioni. Per il loro gusto aspro, e quindi poco palatabile, il consumo di ribes nero, come tale, potrebbe però non andare incontro ai gusti delle persone. Per ovviare a questo problema, gli autori suggeriscono di integrare i ribes in preparazioni specifiche, come è stato fatto, nel caso dello studio, con la quinoa fermentata.

* Comitato Scientifico 
Associazione Italiana Nutrizionisti (www.ainut.it) 

Fonte: Lappi J et al.Blackcurrant (Ribes nigrum) lowers sugar-induced postprandial glycaemia independently and in a product with fermented quinoa: a randomized crossover trial. British Journal of Nutrition, 2020; 1 DOI: 10.1017/S0007114520004468

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *