Bruno Agostinelli
Potrebbe essere molto utile di questi tempi rileggere il libro di Roberto Ippolito “Vivere in Europa” e considerare le sue elaborazioni in cifre che sono per lo più tratte dai dati della Commissione Europea.
Nel 2002, nel contesto europeo, la burocrazia per le imprese vede l’Italia al primo posto come tempo per l’apertura di una impresa individuale: trentacin-que giorni per la precisione; il numero delle procedure è quattordici e in questo siamo a pari merito con la Grecia. Abbiamo sempre il primo posto nella stima dell’economia sommersa (lavoro nero).
Sempre nel 2002, nell’Unione, l’Italia aveva il tasso di occupazione più basso e cioè il 53,4 per cento. Lavorava quindi un italiano su due potenzialmente in grado di farlo. Sarebbe interessante fare un confronto ora che siamo quasi a metà del 2005, ma non ho trova-to i dati, che, anche se siamo nell’epoca dell’informatica, arriveranno almeno fra un paio d’anni e saranno comunque contestati da qualcuno. Oltre a tutto, mi risulta che i dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato arrivino sempre con un ritardo di circa due anni rispetto a quelli dell’Istat e quindi è complicato riuscire a fare dei confronti.
La sensazione che si ha è che la situazione non sia cambiata. Tutti i mezzi di comunicazione parlano del declino del “bel Paese”. Ma perché l’Italia è in declino? Secondo me una delle ragioni più impor-tanti è da ricercarsi nella grande forza delle corporazioni che difendono i propri interessi anteponendoli agli interessi della collettività.
Inoltre (e questa potrebbe essere la seconda ragione), ho sempre pensato ad una forza trasversale che, forse senza organizzazione preventiva, e neppure perfettamente conscia di quello che sta accadendo, impegnando i propri mezzi e i propri poteri, limita e governa al di sopra delle parti, i destini nazionali; una burocrazia che porta avanti sempre e soprattutto i propri interessi e garantisce la sua sopravvivenza. Anche i “peones” di questa grande forza sociale sono responsabili di quest’atteggiamento e quei pochi fra loro che vogliono il cambiamento vengono malvisti dai propri colleghi e talvolta isolati dal gruppo.
Riforme. Appena si parla di riforme ecco che spesso i nostri politici, timorosi delle reazioni delle corporazioni, approfittando delle difficoltà di chi, timidamente esprime fra mille difficoltà i concetti del cambiamento, evitano il confronto e cercano di ridicolizzare il tentativo; uno dei passatempi più in auge è il trasformismo di questi personaggi che, per mantenere il consenso, parlando di riforme pur essendo legati alla conservazione dei privilegi gratuiti, continuano a confondere le idee della gente comune per il loro tornaconto personale o politico.
La flessibilità del lavoro deve essere aumentata per permettere i cambiamenti dalle vecchie alle nuove tecnologie in tempi veloci. Pena il vero declino!
Anche nel nostro settore dei prodotti naturali, ci si sta muovendo in questa direzione, ma lentamente e fra molte polemiche. La fitoterapia, l’alimentazione, la cosmetica, non sono scienze antiche rimaste immobili nel tempo, ma sono scienze moderne che riprendono concetti antichi e teorie tradizionali, li controllano, li studiano, li rielaborano, li portano in laboratorio e li riconsegnano a tutti noi, rinnovati, più sicuri.
Il Disegno di Legge 2852, che dovrebbe disciplinare il settore erboristico, tiene conto di questi concetti oltre che degli interessi di tutti?