Bruno Agostinelli
“Io penso, quindi esisto”, derivato dalla filosofia di separazione Cartesiana, è all’origine di un gran numero di effetti di portata storica. L’uomo occidentale si è spesso sentito un “Io” isolato che combatte all’interno di un corpo che non gli appartiene; o meglio che gli appartiene ma che non fa parte di lui, ma di cui fa parte suo malgrado. Secondo questo pensiero, la mente diventa quindi la base sulle cui fondamenta appoggia l’individuo, che ha il compito, il dovere, il dispiacere di controllare l’involucro in cui vive, il suo corpo. La religione cristiana ha poi ulteriormente rafforzato questa tesi attraverso un corpo ossessionato dall’impurità del peccato. Questa dicotomia fra corpo e mente, a mio parere, è stata l’origine di conflitti terribili nella nostra società, sia a livello psicologico che fisico, creando delusioni e frustrazione. Questa visione della vita è stata oggetto anche del pensiero che divide l’uomo dal mondo esterno, che viene sentito come un cumulo di strutture ed eventi separati, che debbono essere domati, sfruttati dall’uomo. Tutto ciò ha portato l’umanità e l’uomo verso profonde crisi, che anche ai nostri giorni, attanagliano, imbrigliano, rovinano il nostro modo di vivere, la nostra esistenza.
Oggi il principio attraverso il quale si crede le forze che animano le cose non sono estranee agli oggetti stessi , si fa sempre più strada ed emerge la concezione (anche attraverso l’aiuto della filosofia orientale), che vede l’universo come una unica entità indivisibile e Dio come un’entità che vive all’interno del creato, non che lo conduce, lo organizza e lo comanda dall’esterno. Queste idee stanno emergendo e vivendo anche nel cuore stesso di una disciplina scientifica così importante come la fisica. Se tutto ciò che esiste fosse nato dall’esterno verso l’interno, la terra stessa sarebbe stata costruita pezzo per pezzo, una sezione dopo l’altra (quindi sarebbe potenzialmente più semplice e comodo spiegare l’origine delle cose con i metodi tradizionali) ma l’ideologia che la ritiene creata dal suo stesso interno ci mette in difficoltà se vogliamo spiegare il suo sviluppo con sistemi di conoscenza convenzionalmente conosciuti a livello tradizionale, come il linguaggio e la scrittura, peraltro assolutamente limitati per il momento e in queste funzioni.
Tutti i giorni siamo chiamati a prendere delle decisioni più o meno importanti; non per questo ogni decisione che prendiamo è stata oggetto di mille pensieri e riflessioni; altrimenti non potremmo più vivere normalmente. Nessuno pensa a come respirare. Nessuno pensa come muovere le mani o i propri piedi. Sono decisioni che vengono prese spontaneamente, basandosi sull’istinto, sulla intuizione, sulla visione periferica che ha sede nella nostra mente. Il bambino non si concentra sull’oggetto quando guarda nel vuoto, senza accorgersi vede tutto interno a sè e così anche noi quando guidiamo; non si può guidare guardando concentrati sempre dritto davanti a sè; durante la guida ci aiuta la nostra visione periferica, la visione dell’insieme. Un lottatore non dirigerà il suo sguardo verso il naso, i capelli, le gambe del suo avversario, ma lascerà vagare la sua mente al di sopra di tutto concentrando la sua attenzione verso tutto sé stesso, il nulla, cercando attraverso le proprie sensazioni di connettere tutto sé stesso in un mondo unico, pronto alla reazione o all’attacco. La visione centrale la usiamo per vedere il particolare con attenzione; la visione periferica la usiamo per vedere nelle altre occasioni e la differenza fra le due è che quest’ultima può farci vedere più cose contemporaneamente. Se guardiamo una stanza solo con una pila, il suo raggio ci mostrerà un oggetto o parte di un oggetto alla volta e non avremo mai la percezione della stanza nel suo insieme. Sarà difficile poterla descrivere. E’ il valore dell’insieme e la sua distinzione dal particolare. Ma lo studio del particolare non può farci dimenticare l’entità che stiamo guardando in toto. In un essere vivente, ogni cellula ha il suo valore, ma è utile ricordare che ognuna fa parte comunque dell’essere umano, che è unico e indivisibile nell’armonia del suo insieme.
Attenzione, nessuno vuole contestare il ruolo della specializzazione, della diversità delle scienze, delle parcellizzazioni, ma si richiede la massima attenzione per non confondere gli alberi con la foresta, le note con la musica, i pastelli con la pittura, le parole con la poesia, un segno con la scrittura.
Questi pensieri mi portano agli oligoelementi, in questi giorni alla ribalta della nostra cronaca di settore. Parti infinitesimali di un equilibrio all’interno di un capolavoro che è l’uomo.
Gli oligoelementi (nome derivante dal greco “oligos”: “poco”) sono sostanze semplici, metalli o metalloidi, presenti solo in tracce negli organismi viventi, in dosi piccolissime e sono misurate in microgrammi. Essi sono basilari per il benessere dell’individuo sia da un punto di vista fisico che mentale, se vogliamo parlare come coloro che vogliono dividere l’essere umano in due; nel senso generale del perfetto stato di salute, se parliamo da un punto di vista generale, che in fondo è quello che ci interessa di più. Componenti singoli, interagenti, ma che operano insieme per la salute dell’uomo, parte integrante di tutto un sistema.
Una parte importante della fisica moderna, sempre più in sintonia con la filosofia orientale (sembrano due cose in antitesi fra di loro ma invece è interessante considerare quanti siamo i punti che li pongono in contatto nella concezione della vita), paragona l’insieme del corpo umano all’armonia di una orchestra e la vita all’esibizione di un brano musicale, ad un concerto (Georges Lakhovsky – 1939) . Tutti sappiamo che durante l’esecuzione del concerto, alcuni strumenti perdono l’accordo e gli orchestrali li debbono riaccordare. Così succede nel nostro organismo, che per allegoria, durante la nostra vita identificheremo col “concerto”. Anche nel nostro organismo i minerali e le microsostanze che compongono le nostre cellule diminuiscono progressivamente le loro funzioni soprattutto con l’avanzare dell’età, creando disaccordo appunto, disarmonia nel nostro stato di salute. Bisognerebbe quindi riaccordare gli strumenti, è come se gli orchestrali continuassero a suonare con gli strumenti “disaccordati”; il risultato sarebbe una disarmonia nei suoni, che nella vita reale probabilmente si tradurrebbe in malattia o comunque potrebbe causare la perdita dello stato di salute dell’individuo. Bisognerebbe quindi poter “riaccordare” il nostro organismo fornendogli le sostanze di cui comincia a scarseggiare.
A pagina settantotto troverete un articolo di approfondimento scritto da Rita Pecorari, su questo importante tema “quale destino per gli oligoelementi?”, che mette sotto il riflettore gli oligoelementi visti attraverso la nuova normativa europea (Regolamento 1170/2009/CE) e pone a tutti delle domande alle quali speriamo che il legislatore intelligente possa rispondere in breve tempo, soprattutto in modo saggio e con l’aiuto della visione periferica.