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Editoriale Natural 1 – aprile 2012

Autori:

Bruno Agostinelli

Ormai leggiamo sempre più spesso che gli alti burocrati dello Stato asseriscono che è impossibile tagliare ulteriormente la spesa pubblica. Tutto quello che si doveva fare è stato fatto e togliere anche un solo euro in più di quanto è stato fatto, vorrebbe dire togliere spese essenziali al buon funzionamento dell’apparato. Peccato che la maggior parte degli enti in esubero di cui si parla da anni siano per i politici posti di lavoro o peggio, accampamenti in cui vivono, bivaccano e lucrano loschi figuri necessari per il mantenimento dello status quo e in cui si annida spesso il virus della corruzione.
I problemi ci sono e debbono essere risolti. Ma se fra i problemi e le soluzioni si intromettono le caste burocratiche che difendono gli interessi personali sotto le bandiere delle varie corporazioni, non si può certo pretendere di passare a pieni voti gli esami degli investitori o degli imprenditori internazionali.
Queste riflessioni nascono dal fatto che i nostri governanti guardano sempre meno ai tagli di spesa e guardano sempre di più a come riuscire ad ottenere nuove entrate che possano aiutare a far sopravvivere questo Stato spendaccione. Ci sono strumenti contro la pressione fiscale già pronti ma non si sa niente sul loro utilizzo. L’aliquota IRES sulle imprese, cambierà nome e aumenterà a seconda del reddito societario. Le tasse sugli utili aziendali sono alte, tra le più alte a livello mondiale. Noi, col nostro lavoro nel mondo della comunicazione di settore, siamo in contatto continuo con svariate realtà aziendali a tutti i livelli e ci rendiamo conto dei sacrifici e degli equilibrismi che fanno i piccoli imprenditori per fare quadrare i bilanci in questi tempi così tumultuosi e delicati.
Fino ad ora chi investe in azienda non è premiato. Gli utili non distribuiti, dovrebbero essere tassati meno di quanto di media viene tassato un reddito personale, così si favorirebbe la patrimonializzazione delle piccole imprese, che sono il nerbo della nostra economia (il 99,9% delle aziende in Italia sono definite PMI, piccole, medie imprese), premiando chi investe nella propria attività.
Paradossalmente, fare utili oggi può voler dire talvolta chiedere prestiti alle banche per finanziare i pagamenti delle tasse che a certi livelli non sono più sopportabili, se onestamente pagate secondo le norme vigenti (teniamo presente l’anticipo dell’IVA, i pagamenti ritardati e gli insoluti che le aziende si portano dietro come un fardello e che creano mancanza di liquidità). Entro giugno sembra che sarà pronto il nuovo redditometro (forse sarebbe più giusto chiamarlo “spesometro”), che è quello strumento che incrociando i dati in possesso del fisco, come reddito e spese divise per voce: automobile, cellulare, viaggi, barche, vacanze, iscrizioni alle scuole, club, palestre, spa, ecc…, potrà evidenziare uno sbilanciamento fra il presunto tenore di vita e il reddito dichiarato. Sbilanciamento che porterà ad una immediata verifica fiscale.
Non bastano i blitz che sono assolutamente giustificati; abbiamo bisogno di un sistema veramente equo, dove si possa detrarre la spesa effettuata dalla propria denuncia dei redditi in modo semplice ed intuitivo, abbassando così drasticamente l’imponibile fiscale. Solo agendo così, a cascata e con la spinta dell’interesse personale, si riuscirà a debellare il fenomeno dell’evasione fiscale.
Si parla tanto di fisco equo, more friendly, ma infine cambiano i nomi (IRES diventerà “IRI” – non potevano cercare un nome diverso? Proprio “IRI”…) ma non le regole. Il vero pericolo è che con questo comportamento, si tolgono risorse alle aziende contribuendo ad affievolire l’incentivo a intraprendere, a creare che sono le caratteristiche di un buon imprenditore e di cui tutti abbiamo bisogno.

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