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Abitudini deleterie

Franco Zavagno

Ormai due anni abbondanti sono trascorsi dalla comparsa sulla scena del mondo del COVID-19, una malattia che ha segnato profondamente la vita di miliardi di persone, coinvolgendoci in una sorta di sospensione dello spazio-tempo la cui durata ci ha messo alla prova. E ha cambiato la nostra percezione della normalità quotidiana, dalle abitudini lavorative a quelle alimentari, sino al mutare della fisionomia stessa delle persone, costringendoci talvolta a interrogarci persino sull’identità di colui che ci stava salutando in quel momento. Il tempo trascorso ha consolidato molti di questi comportamenti cristallizzandoli in vere e proprie abitudini, che ci hanno fatto spesso dimenticare quanto fosse differente la vita prima che COVID-19 arrivasse a sconvolgerla. Basti pensare all’uso della mascherina, che molti sembrano avere interiorizzato, al di là di qualsiasi plausibilità di ordine sanitario.

Non credo valga la pena di aggiungere nulla al diluvio di informazioni che ci ha sommerso durante questi ultimi due anni e che si è segnalato, almeno in ambito nazionale, soprattutto per la banalità e per l’ostracismo nei confronti di qualsiasi visione che non fosse allineata con quella dominante. In questo conteso, ho dovuto spesso censurare il mio pensiero sulla natura e sull’entità di quanto è avvenuto, rinunciando purtroppo anche all’esercizio della ragione nonché alla formazione culturale di biologo.

Saltando a piè pari tutto ciò, ho tentato qualche riflessione di natura ecologica. Il primo passo è stato osservare la mappa dell’incidenza del contagio nel territorio italiano (numero totale di casi dall’inizio della pandemia ad oggi): si evidenzia una concentrazione preferenziale nelle province e nelle regioni del Norditalia, in particolare in quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), dove risiede il 39% della popolazione nazionale e si è registrato il 44% dei contagi (elaborazione su dati della Protezione Civile). Ma il confronto diviene ancor più significativo se si considera il numero di decessi: nelle quattro regioni citate si è verificato, infatti, il 52% del totale dei decessi riscontrati in Italia, apprezzabilmente superiore alla quota di popolazione corrispondente.

Del tutto analoga è la distribuzione inerente alla qualità dell’aria: le regioni esaminate evidenziano valori molto elevati di inquinamento e rappresentano il comprensorio più penalizzato d’Europa, per estensione e livelli di tossicità. Come ben sappiamo da decenni, ogni qualvolta, per lo più nei mesi invernali e primaverili, in Pianura Padana si introducono periodiche misure restrittive alla circolazione dei veicoli a motore per il superamento dei livelli soglia di vari inquinanti (senza peraltro modificare in misura sostanziale la situazione complessiva). Il quadro trova conferma nel grado di urbanizzazione del territorio: tre di queste regioni sono infatti tra le prime quattro in Italia per tasso di consumo di suolo (nell’ordine Lombardia 12,1%, Veneto 11,9%, Emilia-Romagna 8,9%, media nazionale 7,1%).

Pure coincidenze? O effetti plurimi di fattori ambientali che agiscono sinergicamente determinando condizioni di vita penalizzanti per chi vive in questo territorio? Secondo i dati riportati in uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health (2021), il tasso di mortalità per effetto delle polveri sottili (Pm2.5) vede le città di Brescia e Bergamo rispettivamente in prima e seconda posizione in Europa. Mentre Milano e Torino si trovano tra le prime cinque per mortalità legata al biossido di azoto (NO2), primati certo non invidiabili.

Oltre a queste osservazioni, che attingono a dati comunque interpretabili con l’uso del semplice buon senso, ci sono segnali inequivocabili che rivelano il degrado di un territorio e, azzardo, anche la sua sofferenza. Tra essi la qualità del paesaggio, come Pier Paolo Pasolini aveva sottolineato, ormai mezzo secolo orsono, quando il processo di mercificazione della vita e dell’ambiente era ancora in una fase precoce rispetto ad oggi.

Forse, anche in questo caso, l’abitudine al brutto ci ha privato della capacità di vedere quanto ci siamo spinti in là, nell’opera di distruzione del territorio e di imbruttimento del paesaggio. Salvo poi ricercare ossessivamente un altrove in cui, aprendo la finestra al mattino, gli occhi si possano nutrire di bellezza, riempiendoci di gioia e di voglia di vivere. Una condizione che risponde alla definizione di salute fatta propria dall’OMS nel 1948, ovvero uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. E che, personalmente, ritengo più significativa di quella proposta recentemente nel 2011 (“capacità di adattamento e di auto gestirsi di fronte alla sfide sociali, fisiche ed emotive).