Franco Zavagno
Villa Medici del Vascello è un’eredità di altre epoche, un gioiello incastonato in un angolo appartato della pianura cremonese, in comune di San Giovanni in Croce, circa 10 km in linea d’aria a nord del fiume Po. L’origine dell’edificio, eretto per scopi difensivi, risale ai primi anni del Quattrocento e passa poi attraverso ripetute trasformazioni che ne fanno, infine, una dimora gentilizia, con un vasto parco annesso di 15 ettari di superficie. Oggi il complesso è di proprietà del Comune di San Giovanni in Croce ed è aperto periodicamente al pubblico.
Uno dei motivi di maggiore interesse storico-artistico del luogo è legato al fatto che vi abbia soggiornato, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, Cecilia Gallerani, figlia di una famiglia patrizia di origine senese trasferitasi a Milano, amante di Ludovico il Moro. È lei la giovane donna ritratta da Leonardo nel celebre quadro “La dama con l’ermellino”, attualmente conservato nel Museo Nazionale di Cracovia in Polonia.
Il sito merita però una visita anche per il parco, che ospita un piccolo laghetto e un patrimonio arboreo di notevole pregio, in cui spicca un esemplare di Ginkgo biloba di dimensioni monumentali. Affascinato dalla sua bellezza e soggiogato dal rispetto per una saggezza che non richiede giustificazioni, il giorno in cui mi trovai al suo cospetto non pensai affatto, come invece mi avrebbe suggerito la consuetudine professionale, a prenderne le misure. Avvertivo lo stesso timore reverenziale che ho provato davanti al tiglio plurisecolare di Malborghetto in Val Canale (UD), ai faggi giganti della Foresta Umbra, nel Gargano, e a tanti altri alberi che ho incontrato nel corso degli anni, presenze talora elusive ma sempre accoglienti.
Mi sono spesso interrogato sulle ragioni del fascino che gli alberi vetusti esercitano sugli uomini: certamente belli e imponenti, ma credo che la caratteristica più significativa sia la loro capacità di diventare sempre più belli con l’avanzare dell’età, una bellezza esibita con orgoglio laddove gli uomini, invecchiando, si ritraggono e si imbruttiscono. I tronchi possenti, ricoperti da muschi e licheni, i rami contorti e intricati, le cortecce spesse e rugose ne fanno delle vere e proprie sculture viventi, testimoni di eventi su una scala temporale che trascende l’orizzonte delle vicende umane e che, da sempre, li hanno resi oggetto di venerazione.

Il culto degli alberi sacri ha improntato le civiltà di tutto il mondo e se ne conserva ancora il ricordo, seppure talvolta sepolto sotto secoli di cieca razionalità, e di cui oggi si cerca affannosamente di recuperare le tracce. E, per fare questo, non basta certo tutelare i pochi giganti sopravvissuti che, per mere ragioni fisiologiche, sono comunque destinati ad abbandonarci in un futuro per essi non troppo lontano. Perché anche le generazioni a venire possano continuare a godere della presenza di questi patriarchi vegetali, occorrono occhi capaci di vedere nel giovane virgulto di oggi il gigante di domani. Ovvero, occorre mutare radicalmente lo sguardo con cui ci avviciniamo agli alberi, abbandonando l’approccio “gestionale” che ci contraddistingue, ispirato a semplici criteri di razionalità e di efficienza.
Molti pensatori hanno sottolineato l’esigenza di operare un mutamento sostanziale di paradigma per correggere la deriva tecnocratica delle società attuali, che della scienza e della tecnologia hanno fatto una religione, nei confronti della quale non sono previsti il dissenso e la diserzione. Tra questi mi piace ricordare Leonardo Boff e Mark Hathaway, autori de “Il Tao della liberazione” (Fazi Editore, 2014), un volume che propone una chiave di lettura comune alle tante tematiche espresse dalla crisi attuale della società globale. “A occupare la scena è la crisi odierna, una società “spiritualmente” malata, ossessionata dalla crescita e dal consumo materiale, attaccata a valori che hanno portato al progressivo saccheggio delle risorse e all’aumento delle disuguaglianze.”. Questa frase, ripresa dalla presentazione dell’edizione italiana del libro, risulta illuminante nella sua sintetica semplicità.
Per inciso, in Cina (zona di cui la specie è originaria) il ginkgo era considerato una pianta sacra e, per questo, messo a dimora nei pressi dei templi e dei monasteri, dove ancora oggi si incontrano esemplari di età e dimensioni considerevoli. Tra questi uno dei più famosi è un albero di ginkgo la cui età è stimata in circa 1.400 anni, situato presso il tempio buddhista di Gu Guanyin a Xi’an, nella provincia dello Shaanxi (Cina centrale). La sua straordinaria longevità ne ha fatto un simbolo stesso di eternità (sono stati segnalati persino esemplari vecchi di 4.000 anni) e, per la notevole tolleranza all’inquinamento dell’aria, è stato largamente impiegato nella formazione di alberature stradali nelle zone urbane. Da qui anche la scelta della città di Tokyo di eleggerlo a proprio simbolo.
L’eredità degli alberi va custodita gelosamente, la loro voce ascoltata in silenzio, la loro memoria antica tramandata senza perderne traccia, gli alberi hanno le radici ancorate nel passato, le foglie protese nel cielo, verso il futuro.