Franco Zavagno
Salendo da Varese Ligure verso il Passo di Centro Croci (Val di Vara, nell’entroterra spezzino), scorgo una presenza che non ricordavo, che si affaccia sul crinale che segna il confine con la provincia di Parma: si tratta di una quindicina di gigantesche pale eoliche, allineate in direzione est-ovest, bianche, palesemente immobili. L’impatto visivo è disturbante e viene fatto di chiedersi se queste costruzioni si possano considerare davvero “ecologiche”, visto anche lo scarso grado di utilizzo per la frequente assenza di vento.
Una domanda che mi sono posto da sempre e a cui mi hanno aiutato a trovare una risposta le parole di James Lovelock, noto per avere elaborato la teoria di Gaia, che vede nella Terra un essere vivente di grande complessità e a elevato grado di integrazione, un “superorganismo”. In “Gaia, ultimo atto” (Felici Editore 2012), egli dice: “… il grandissimo uso del vento come supplemento all’energia elettrica di base sarà probabilmente come una delle più grandi follie del ventunesimo secolo: un esempio di una grandiosa opera ingegneristica usata male dall’ideologia e inadeguata quanto trasportare passeggeri su un dirigibile carico di idrogeno.”. Uno dei problemi legati al funzionamento delle centrali eoliche è, in particolare, la necessità di avere una “centrale di backup”, di tipo tradizionale (combustibili fossili) e circa di uguale potenza, per consentire la continuità di esercizio nei periodi di assenza o scarsità di vento (si stima che in media, in Italia, un impianto eolico funzioni, al massimo della potenza, per circa il 25-30% del tempo complessivo). Al riguardo, sempre Lovelock afferma: “… rimango allibito dal significato iconico che può trasmettere una turbina eolica gigantesca in cima a una collina verde. Sembra scimmiottare la Croce. Guardate questa nuova icona in una pubblicità a tutta pagina delle compagnie energetiche, in particolare di quelle compagnie che vendono energia ricavata dai combustibili fossili! Santifica la loro ipocrisia e la loro intenzione di continuare con il loro solito modo di fare; sanno che l’energia eolica, a causa dell’inefficienza, non rappresenta una minaccia per il loro principale campo di affari.”.
Inoltre, anche gli impianti eolici evidenziano i limiti di durata propri di qualsiasi impianto tecnologico: le turbine, infatti, hanno una vita utile di circa 20-30 anni e, secondo stime fatte dall’Università di Cambridge, entro il 2050 dovranno essere smaltite, a livello mondiale, ben 43 milioni di tonnellate di materiale proveniente dalla dismissione di impianti eolici. Le pale, in particolare, sono in buona parte costituite da fibra di vetro e resina, materiali che, soggetti all’azione degli agenti meteorici, rilasciano facilmente microplastiche, che contengono bisfenolo A. Un composto che, entrato nelle catene alimentari (ad esempio degli habitat acquatici) ed eventualmente ingerito dall’uomo con il cibo, viene liberato dagli acidi gastrici e può causare danni all’organismo, specificamente all’apparato riproduttivo (https://www.energeticambiente.it/forum/fonti-di-energia-rinnovabile/eoli-co/asse-verticale-prodotti-commerciali/2170010-anche-l-eolico-inquina).
Un’altra presenza che sta diventando familiare in molte zone agricole sono gli impianti fotovoltaici (o, con nome involontariamente ironico, “campi fotovoltaici”), superfici sempre più estese di pannelli neri che stanno sostituendo progressivamente le colture agrarie. Viene in tal modo sottratto sempre più spazio a un uso che dovrebbe restare prioritario (la produzione di cibo), andando a sommarsi agli altri, già numerosi, fattori di consumo di suolo. Va sottolineato come, tra gli effetti negativi che ne conseguono, c’è la riduzione della capacità di assorbimento di anidride carbonica ad opera delle piante coltivate, sostituite dai pannelli fotovoltaici. In tempi di riscaldamento climatico, si tratta perlomeno di una curiosa incongruenza.
Il processo, camuffato da “transizione ecologica”, sta accelerando vistosamente e viene promosso e incentivato grazie a finanziamenti erogati per favorire le energie rinnovabili e la green economy in genere. E riguarda, ad esempio, zone tradizionalmente destinate alla risicoltura (province di Novara e Vercelli), con impatti rilevanti qualora venissero realizzati gli impianti in progetto (es. “Da risaia ad impianto fotovoltaico: Italia Nostra contraria la progetto nella Baraggia vercellese”, Italia Nostra 2023). Di ordine innanzitutto paesaggistico, con alterazione dei connotati del territorio in oggetto, seppure comunque antropizzato (le risaie rimangono pur sempre delle colture). A cui si aggiunge il consumo di suolo, che viene sostanzialmente occupato e sottratto, in modo permanente (almeno per qualche decennio a venire), ad altri tipi di destinazione.
Il quadro complessivo non è certo esaltante, in evidente contrasto con l’enfasi retorica che domina l’informazione inerente alle energie “rinnovabili”. Significativa, al riguardo, è la seguente affermazione, tratta ancora da “Gaia, ultimo atto” di James Lovelock: “Tutta l’energia che usiamo, tranne quella nucleare, è energia solare di seconda o terza mano e nel nostro mondo attuale l’espressione “energia rinnovabile” non ha senso.”.
Mi consento di aggiungere solo un’ultima osservazione: il sole e il vento rappresentano fattori ecologici fondamentali nel funzionamento degli ecosistemi, per i quali sono fonti di energia irrinunciabili. Quali potrebbero essere gli effetti di un loro utilizzo su vasta scala, che sottragga sempre più energia ai cicli naturali? Forse l’unica vera soluzione rimane la riduzione dei consumi.