*Franco Zavagno
La cronaca offre purtroppo una quantità imbarazzante di spunti inerenti alle tematiche ambientali. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 appartengono a pieno titolo a quest’ambito: credo si sia trattato dell’ennesimo tentativo per rianimare e mantenere in vita dinamiche obsolete, di consumo delle risorse naturali e filiere economiche ormai palesemente in affanno. Ma, così facendo, la nostra società, che a queste dinamiche caparbiamente non intende rinunciare, si dimostra incapace di arrendersi all’evidenza dei danni ambientali prodotti e, soprattutto, dei mutamenti climatici che, nel medio-lungo periodo, renderanno tali dinamiche plausibilmente superate dagli eventi. Infatti, stanti i processi in atto, in prospettiva dovremo piuttosto dimenticare i paesaggi invernali innevati a cui eravamo abituati (lo zero termico, negli anni recenti, si è progressivamente spostato verso quote sempre più elevate).
Una situazione alla quale si è provato a porre rimedio con l’innevamento artificiale, per lo più utilizzando i “cannoni sparaneve”, macchine che nebulizzano l’acqua, pompata da un bacino di raccolta ubicato nelle vicinanze delle piste da sci. A contatto con l’aria fredda, le gocce d’acqua si trasformano in minuscoli cristalli di ghiaccio, depositandosi poi sul terreno, sino a formare uno strato di neve artificiale. Tale soluzione implica però una serie di effetti negativi sull’ambiente tra cui, in particolare, un consumo assai elevato di acqua e di energia: ad esempio, un cannone “a ventola” (l’acqua viene nebulizzata e distribuita grazie a una sorta di grande ventilatore) consuma, in media, circa 8 kWh in un’ora di esercizio (per confronto, una lavatrice domestica ad alta efficienza energetica consuma, nello stesso intervallo di tempo, meno di 0,7 kWh).
Quanto al consumo di acqua, l’innevamento di un ettaro di superficie, per 30 cm di spessore dello strato nevoso, richiede almeno 1 milione di litri d’acqua, una quantità che necessita la realizzazione di bacini di raccolta, con ulteriori impatti sugli habitat montani e progressiva artificializzazione del paesaggio. E, se ciò non bastasse, occorre aggiungere che, per garantire l’innevamento delle piste, serve un considerevole numero di cannoni sparaneve: a Livigno ad esempio, dove si sono svolte le gare olimpiche di snowboard e sci acrobatico, erano in funzione più di 50 cannoni (dati forniti da “Società Infrastrutture Milano Cortina 2020 – 2026 S.p.A.”).
La montagna si trasforma così, tristemente, in un’enorme infrastruttura sportiva all’aperto, con il solito corredo di impianti di risalita e di macchine impiegate nel rimodellamento dei pendii e delle piste. Ferite che segnano il volto del paesaggio, un processo reso possibile, purtroppo, dalla complicità di una parte significativa delle comunità locali, che hanno accettato la mercificazione del proprio territorio. Sinceramente, la parola che mi sembra più consona a descrivere questo quadro è “stupro”, una violenza fatta alla madre Terra. Risulta peraltro poco chiaro come tutto questo possa conciliarsi con l’esigenza di ridurre i consumi energetici e di risorse, nonché l’inquinamento, di una società già fin troppo sprecona e disattenta.
Si tratta però di un boomerang che può mettere a rischio l’esistenza stessa di chi ha innescato il processo, una storia che si è già ripetuta molte volte nel corso della storia. Così è avvenuto, nell’Ottocento, per le popolazioni di bisonti del Nordamerica, ridotti quasi all’estinzione nel giro di pochi decenni, o alle balene, messe a dura prova da una caccia sconsiderata durata per qualche secolo. La loro fine, almeno in termini di “risorsa rinnovabile”, e in quanto tale potenzialmente sfruttabile, ha decretato anche quella di chi da essi traeva sostentamento. Questa è la sorte che ci attende, se continueremo a considerare la Terra alla stregua di un magazzino da saccheggiare sino al suo completo esaurimento. Un peccato di superbia che, nella cultura greca classica, prendeva il nome di hybris e che viene punito, in quanto tale, dalle divinità.
Come sempre, si cerca poi di camuffare il tutto attraverso una narrazione elaborata ad hoc: fruire della montagna, come se fosse semplicemente la scenografia per le attività ludiche con cui riempiamo il nostro tempo libero, viene spacciato come amore per essa. Laddove si tratta piuttosto del contrario: è forse il caso di ribadire che l’amore si esprime innanzitutto attraverso il rispetto del soggetto che dovrebbe esserne il destinatario? Uso volutamente il termine “soggetto” per sottolineare l’essenza intrinseca della Natura, che non rappresenta un concetto astratto, ma è un’entità viva e senziente, che può soffrire di ciò che noi facciamo e, conseguentemente, reagire talvolta anche in maniera inaspettata.
Le Olimpiadi sono solo uno dei tanti sintomi di una malattia profonda che affligge ormai l’umanità intera, omologata da decenni di propaganda e di istruzione al culto di una visione in chiave competitiva e consumistica dell’esistenza, quest’ultima troppo spesso svilita al rango di una sopravvivenza coatta.
* Biologo, libero ricercatore in ecologia e filosofia dell’ambiente