• Nessun prodotto nel carrello.

Approfondimenti di ecologia: “Capri espiatori”

Autori:

Franco Zavagno

Come siano arrivate le iguane sulle Isole Galapagos, dove sono presenti due specie, di cui una strettamente legata all’ambiente marino (si nutre, in prevalenza, di alghe che crescono sulle rocce sommerse) resta ancora un’ipotesi più che un dato acquisito. La costa più vicina, quella dell’America Meridionale, che secondo la versione più accreditata sarebbe la loro patria d’origine, dista infatti circa 1.000 Km. Dai progenitori, qui approdati in un’epoca certamente ormai lontana, si sarebbero evolute anche le iguane marine, oggi perfettamente adattate all’ambiente acquatico. Una questione appassionante, perché testimonia delle straordinarie capacità degli animali di colonizzare territori lontani e difficili da raggiungere, talvolta forse lasciandosi trasportare, anche per lunghe distanze, su zattere naturali come il tronco di un albero trascinato al largo da una tempesta. Per gli uccelli, molti dei quali migrano per migliaia di chilometri ogni anno, la cosa è chiaramente ancora più facile (le Galapagos ospitano i ben noti fringuelli di Darwin, una quindicina circa di specie, differenziatesi probabilmente da un’unica specie giunta in origine dal continente).

Si tratta, plausibilmente, di migrazioni precedenti alla comparsa di Homo sapiens e, all’epoca della loro scoperta da parte degli Spagnoli (1535), le isole Galapagos erano ancora disabitate. Animali e piante colonizzano da sempre nuovi territori, come peraltro la nostra stessa specie ha fatto dal momento della sua comparsa. La natura è intrinsecamente dinamica e genera continuamente nuove combinazioni e nuovi habitat: Emma Marris, giornalista scientifica dal pensiero originale, riassume queste caratteristiche in una frase semplice ed efficace: “L’unico modo per impedire alla vita di cambiare è ucciderla.” (“Anime selvagge – La rigogliosa libertà del mondo non umano”, Il Margine Editore, Trento, 2022).
Oggi si riscontra però la tendenza, che non esito a definire fobica e paranoica, a combattere qualsiasi essere vivente che osi invadere il territorio “che non gli appartiene”: si tratta della lotta alle specie aliene, che metterebbero in pericolo la biodiversità e che ha ormai assunto i connotati di una vera e propria crociata. Cito al riguardo un titolo, tra i tanti che si possono incontrare in rete : “Milano, scoiattoli grigi nei parchi: minaccia per la biodiversità” laddove, peraltro, prima della comparsa degli scoiattoli di origine nordamericana, semplicemente non ve ne erano nemmeno di autoctoni. Ciò che infastidisce in realtà i tanti solerti difensori della purezza biologica credo sia la “libertà” che queste specie esprimono, il fatto di non sottomettersi al nostro volere; gli stessi animali, se domestici, non provocano tanta indignazione. Ma la natura non riconosce i nostri confini, non le appartengono, rispetto a quali di questi una specie può essere considerata aliena e a quale titolo?

L’accusa è sempre quella: le aliene competono con le specie autoctone (magari un tempo anch’esse giunte da un luogo più o meno lontano) e tendono a prendere il sopravvento decretandone la scomparsa. Così per gli animali (es. nutria, tartaruga palustre americana, gambero rosso della Louisiana) come per le piante (es. buddleia, zucca spinosa, poligono del Giappone), un elenco che diviene sempre più nutrito con il passare del tempo. Anche in questo caso, l’atteggiamento cambia però radicalmente se si tratta di specie allevate o coltivate, come nel caso del mais, del kiwi o di patate e pomodori. L’importante è che non venga loro in mente di sfuggire al controllo dell’uomo che, peraltro, rappresenta il primo fattore causale della loro introduzione e diffusione.
Per avvalorare questa interpretazione del fenomeno, che viene solitamente visto solo come un problema, cito l’autorevole testimonianza di Gilles Clément, autore geniale alle cui parole sono già ricorso in precedenza: “Il mondo preoccupato grida all’invasione degli esseri venuti da luoghi lontani. … Gli studi sull’argomento abbondano. Si tengono convegni, si organizzano conferenze mondiali sull’urgenza di lottare contro tutto ciò che non è indigeno, locale e nazionale. … Magnificamente addobbato con i drappi della scienza, scintillante d’informatica, un oscurantismo ultramoderno occupa l’angolo di questa finestra dalla quale guardiamo il mondo, impedendoci di vederlo. … Aggiungere al maltrattamento dell’ambiente anche quello degli esseri che, dopo tutto, vi giungono per viverci, significa veramente voler condannare il territorio alla sterilità. Aggredire la vita non risolve affatto la perdita della diversità.”. E in un caposaldo, teorico e pratico, della conservazione a livello internazionale (Meffe e Carroll, “Principles of Conservation Biology”, Sinauer Associates , Inc. Publishers, Sunderland, 1994) si riporta una celebre osservazione di J.J. Ewel (1986): “Considerare solo le specie invasive stesse nello sviluppo di programmi di gestione o nel raccomandare azioni regolatorie equivale a curare i sintomi e non le malattie.”.
Purtroppo, questo atteggiamento risulta prevalente nella società attuale, anche perché le cause sono per lo più sempre le stesse ma i sintomi molti di più, un’occasione troppo ghiotta e da non perdere in un contesto dominato dal pensiero economicistico e consumistico.