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Approfondimenti di ecologia: “Miti fondanti”

Autori:

Franco Zavagno

Quando, nel 1972, uscì la prima edizione de “I limiti dello sviluppo”, l’ormai storico rapporto del Massachusetts Institute of Technology sul futuro del pianeta, mi affrettai ad acquistarne una copia, che conservo ancora gelosamente. Allora non ancora ventenne, ero già fortemente interessato alle problematiche ecologiche, che mi coinvolgevano in maniera istintiva e viscerale. La pubblicazione del rapporto suscitò un enorme interesse, oltre che ondate di scetticismo da parte di un establishment infastidito dal fatto che qualcuno osasse sollevare il velo di ipocrisia che avrebbe dovuto nascondere la reale natura della società consumistico-produttivista. Per la prima volta, un’analisi puntuale mise a fuoco ciò che, peraltro, cominciava a divenire evidente anche allo sguardo di chiunque fosse dotato di semplice buon senso, ovvero il processo di progressivo degrado ambientale (e non solo) del pianeta Terra. Soprattutto, mise in luce un aspetto che dovrebbe risultare ovvio e scontato, ovvero che in un mondo finito non è possibile una crescita senza fine, sia in termini demografici che produttivi. Uno studente che, in un’interrogazione, affermasse il contrario verrebbe sicuramente censurato dall’insegnante (equivarrebbe infatti a sostenere l’esistenza del moto perpetuo!). Leggi di natura, semplicemente.

Cosa prevedeva il rapporto del MIT per gli anni a venire? Ad esempio: aumento della produzione industriale e dei consumi, conseguente riduzione delle riserve di materie prime e aumento della conflittualità per accaparrarsele, incremento dell’inquinamento e gravi carenze nella disponibilità di cibo. L’esito finale, a prescindere dall’esatta collocazione delle scadenze temporali, sarebbe stato disastroso per l’umanità, soggetta inevitabilmente a un drastico ridimensionamento demografico e destinata ad affrontare privazioni e sofferenze, nonché la perdita di libertà (situazioni di emergenza esigono spesso soluzioni coercitive). Questo quadro non assomiglia stranamente a ciò che oggi vediamo accadere nel mondo? Anche le guerre vi rientrano a pieno titolo, come espressione ed effetto della competizione per le risorse e il predominio in un contesto in cui anche beni come l’acqua e la terra finiscono per scarseggiare e divengono oggetto di contesa. I mutamenti climatici, che nel 1972 non si erano ancora imposti all’attenzione con l’urgenza di oggi, hanno complicato ulteriormente la situazione.

Tutti questi fenomeni sono frutto di una visione aberrante e malata della vita, che i popoli indigeni seppero cogliere senza indugio quando vennero in contatto con i colonizzatori europei, grazie a un pensiero non contaminato da sovrastrutture ideologiche che hanno radici lontane nel tempo. Un pensiero che ha trovato espressione in frasi essenziali ed esemplari, come quelle attribuite da alcuni a Toro Seduto (Lakota Hunkpapa): “Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.”. Il cui valore prescinde da chi può averle pronunciate per la prima volta: anche in questo caso, è solo il protagonismo insito nella cultura verticistica europea a voler assegnare a un individuo particolare quello che rappresenta piuttosto il pensiero collettivo di un popolo. Parole purtroppo cadute nel vuoto di valori di una società che pretende, paradossalmente, di rappresentare un riferimento assoluto per il mondo intero.

Come i prigionieri nel mito della caverna di Platone, siamo incapaci di vedere la realtà e scegliamo di muoverci in una dimensione astratta e surreale (oggi si direbbe virtuale) che scambiamo per la realtà stessa. Nella fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen, questa viene negata e rifiutata nonostante la sua palese evidenza e solo un bambino, scevro dai condizionamenti dell’età adulta, riesce a proclamare senza remore che “il re è nudo”. Tutti gli altri, seppure consapevoli di ciò, scelgono di non vedere e accettano la finzione.

Di fronte a problemi che mettono seriamente in discussione la nostra qualità di vita e, forse, la sopravvivenza stessa della specie umana (di cui, occorre ribadirlo, il pianeta può certamente fare a meno, laddove non è vero il contrario), non basta apportare modeste correzioni normative, modificare alcune abitudini quotidiane o adottare banali stratagemmi lessicali (valga per tutti il caso dello “sviluppo sostenibile”, la cui vera natura rimane largamente oscura ai suoi stessi inventori). E, soprattutto, non si possono affrontare i problemi separatamente, come se si trattasse di dinamiche indipendenti e non strettamente interconnesse tra loro. Inquinamento, riscaldamento climatico, perdita di biodiversità, progressivo esaurimento delle risorse e competizione per garantirsene l’accesso, sino alla guerra vera e propria, sono tutte espressioni di un unico paradigma, il mito della crescita infinita.