Bruno Agostinelli
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, negli anni che vanno dal ’45 al ’50, in Cina si coltivavano diecimila varietà di grano; negli anni settanta del secolo scorso le varietà erano scese a settanta. Alla fine del milleottocento negli Stati uniti c’erano settemila varietà di mele; Agli inizi del duemila se ne coltivavano solo cinquanta. Sempre negli Stati Uniti all’inizio del novecento si coltivavano più di cinquecento varietà di cavoli, oggi solo ventotto. Il Messico ha perso circa l’ottanta per cento delle varietà di granoturco e l’India ha perso più del novanta per cento delle varietà di riso.
Durante lo scorso millennio lo sforzo degli agricoltori era concentrato nel differenziare ed allargare il numero delle colture e dei raccolti; in questi ultimi decenni invece, spinti dalla globalizzazione, si sta cercando di standardizzare il più possibile le coltivazioni, scartando le specie che appaiono peggiori, perdendo sempre di più le biodiversità.
Turchia 1949. Jack R. Arlan, un botanico nato nel 1917 nello stato di Washington, stava esaminando alcuni campioni di grano. Il suo lavoro di “archeobotanico”, lo aveva portato nel primo dopo guerra in Turchia, dove trovò una varietà di grano “alta, sottile, delicata, soggetta a degradarsi con facilità, con un aspetto miserabile” che classificò con un numero diventato famoso: PI 178383. Quindici anni dopo, tutti i raccolti del nord ovest degli Stati Uniti vennero insidiati dalla ruggine del grano (portatore un fungo, il Puccinia striiformis) che procurò danni enormi alla economia della nazione. Gli studiosi, all’erta massima per trovare un rimedio, scoprirono che il PI 178383 era resistente a ben quattro tipi di ruggine. Attraverso nuove sperimentazioni ed incroci, i “fitomiglioratori” crearono nuove varietà resistenti alla malattia e così si evitarono danni economici per milioni di dollari (Practical problems in exploration: seed crops, 1975).
Come si può capire quindi, potrebbe diventare necessario per il futuro dell’umanità, poter usufruire di più varietà selvatiche della stessa famiglia botanica per studiare nuovi incroci e preservare le diversità biologiche. Inoltre tutto ciò sarà fondamentale nella lotta alla fame nel mondo (le previsioni di crescita della popolazione dicono che si supereranno i 9 billioni nel 2050).
U.S.A. 1978. Cary Fowler, oggi direttore del Fondo Mondiale per la Diversità delle Colture (Global Crop Diversity Trust), ha un’idea; studia un progetto con Pat Mooney dedicato alla salvaguardia delle specie vegetali e la protezione delle colture, lo promuove e oggi il deposito sotterraneo globale dei semi è diventato una realtà.
Isola di Spitsbergen, 2008. (a circa 1200 chilometri dal Polo Nord, arcipelago delle Svalbard). Il SGSV inizia la sua attività.
Il governo norvegese ha finanziato l’opera, costata otto milioni di dollari. Un enorme caveau di cemento armato.
125 metri di sotterranei scavati nella montagna, i semi sono protetti da confezioni costruite con quattro strati di alluminio termosaldati.
Queste buste sono a loro volta protette da scatole sigillate, immagazzinate in scaffali.
Questa enorme cassaforte, il Svalbard Global Seed Vault (così viene chiamato), costruita a 130 metri sopra il livello del mare, rimarrà intatta anche in caso di scioglimento dei ghiacci; la struttura, proteggerà per secoli centinaia di milioni di semi che rappresentano le diversità biologiche di colture che sono esistite e che esistono oggi sul pianeta. Anche nel caso di malfunzionamento o danneggiamento degli impianti, (che mantengono una temperatura ideale di -18 gradi Celsius) tutto dovrebbe rimanere in vita per almeno duecento anni, in quanto il sotterraneo è comunque circondato da un “permagelo” artico, che dovrebbe comunque assicurare la sopravvivenza ai semi anche in condizioni ambientali naturali.
A queste temperature, alcune varietà di grano, di orzo, di piselli, possono rimanere vitali per più 10.000 anni, il sorgo fino a 20.000.
Rilevatori di movimento intorno alla struttura entrano in azione al minimo segnale captato; l’accesso è protetto da quattro pesanti porte blindate in acciaio (proprio come quelle dei caveaux), le chiavi sono munite di codifiche segrete che dovranno essere decriptate di volta in volta.
Questa enorme banca del seme, vuole essere una forma di assicurazione internazionale per proteggere le biodiversità della terra contro le catastrofi nazionali o globali, originate dalla natura stessa o dall’uomo, a favore della salvaguardia dell’umanità attraverso il futuro dell’agricoltura, che si dovrà adattare a nuove sfide.
La Seed Vault (cassaforte dei semi) è attualmente gestita dal Governo Norvegese, il Global Crop Diversity Trust e il Nordic Genetic Resource Center.