Bruno Agostinelli
Non basta. Gli sforzi che si stanno facendo per riformare il paese non sono sufficienti. Bisogna fare di più. Se chiedete pareri a chi è in trincea tutti i giorni, avrete una maggioranza di risposte preoccupanti. Si ha la sensazione di navigare contro vento. Troppe difficoltà e lacci legano l’imprenditoria piccola e media. Più di duecento giorni per ottenere una licenza sono tanti. Noi stessi abbiamo presentato i documenti per l’iscrizione dell’azienda ad una istituzione (solo l’iscrizione non è una richiesta di licenza) e stiamo attendendo da 45 giorni il numero, che dovrebbe avvenire contestualmente alla richiesta.
Si percepisce il tentennamento e l’inevitabile cedimento da parte del governo di fronte al potere della burocrazia che non accetta di essere ridimensionata, di essere riformata. La minaccia dell’astensione del lavoro che porterebbe dei ritardi inaccettabili, è forte e così pure la coesione corporativistica. E così l’unica forma di imprenditorialità di successo diventa quella “facile”, per lo più residente in aziende legate al carrozzone pubblico salvo qualche rara eccezione, oppure quella dei grandi manager nelle grandi aziende, pagati a forfait senza tenere in dovuto conto i risultati. Il problema è la tendenza a non riconoscere il maggior rischio di impresa in un piccolo imprenditore privato che in un dirigente pubblico. Inoltre i risultati economici non sono più proporzionali ai rischi legati alla precarietà e pericolosità insiti nell’attività lavorativa attuale di un imprenditore privato. Sotto gli occhi di tutti le disparità nella previdenza e nelle pensioni che, nel caso degli alti dirigenti delle aziende pubbliche, sono magari proporzionate ai versamenti (chi versa i contributi è il datore di lavoro e nel caso di pubblico impiego è naturalmente lo Stato), ma sproporzionate agli sforzi, alle difficoltà operative di un dirigente di un’azienda privata che opera in concorrenza senza regimi di monopolio. Perché non ammettere queste differenze, queste incongruenze lapalissiane e cercare di dare a tutti le stesse opportunità e responsabilità? Per diversi motivi soprattutto di ordine culturale, soprattutto perché si tende a non accettare il fatto che esistono cittadini privilegiati e non.
Le categorie sociali (preferisco chiamarle così non “classi”) che dovrebbero convivere pacificamente ma tendono a contrapporsi sono principalmente tre, (le barriere ideologiche sono state abbattute dall’egoismo lobbistico):
la burocrazia che dovrebbe amministrare e opera trasversalmente in tutti i settori attraverso buone o cattive Istituzioni, i dipendenti dal pubblico, i dipendenti dal privato (ove “dipendenti” significa “il cui reddito dipende, deriva”).
Solo alcuni individui (non si saprà mai quanti, ed alcuni si trovano nell’ambiente Universitario legato alla ricerca) di buona volontà che appartengono a tutte e tre le macrocategorie, si impegnano a dialogare, vogliono crescere, progredire e cercano di contribuire alla creazione del benessere della nostra società. Altri pensano solo a sè stessi, ignorando perfino il destino dei propri figli e delle future generazioni.
Il silenzio non sempre è assenso. Il silenzio può essere usato come forma di contestazione; può essere una risposta etica di persone che non vogliono riconoscersi in nessun movimento ma non per questo accettano supinamente quanto accade.
Il silenzio a cui bisogna prestare attenzione è il silenzio di chi al mattino presto, mentre si reca al lavoro, viene fatto scendere dal mezzo pubblico, senza nessun avvertimento preventivo, perché il manovratore comunica (quando è gentile dice “termina la corsa”) che deve recarsi in rimessa;
il silenzio di chi scendendo dal mezzo pubblico vede una truccatissima vigilessa che, incurante dell’ingorgo verificatosi, continua a parlare dei suoi fatti privati sorridendo col suo telefonino,
il silenzio di chi, dopo una dura giornata di lavoro riprende i mezzi, timbra il documento di viaggio (non uso deliberatamente “oblitera”) e non trova a sedere, in quanto battuto in velocità da chi non paga il biglietto (e sono tanti).
Silenzio quando si apprende che, con il sostegno di un programma europeo, nasce il “primo festival europeo dell’arte in ospedale”: “esposizione di alcune opere artistiche in corsia”. Chi di noi non percepisce che questo progetto (validissimo in una società che non ha i nostri problemi) ha un sapore stridente di paradosso, di anacronismo? La frattura fra due mondi: quello di alcuni euroburocrati che nella loro deviata visione del mondo, si autoconvincono di fare bene e l’altro, composto da gente che soffre e a cui spesso mancano i servizi essenziali. Naturalmente il tutto si chiude a Parigi con la “solita” cerimonia di premiazione e due giurie: quella artistica e l’altra degli operatori sanitari (almeno il premio poteva essere evitato!).
Siamo veramente così scollati dalla realtà? In molti ospedali mancano ancora oggi i materassi antidecubito per cui si chiede alle famiglie di provvedere direttamente e…
Silenzio.
Silenzio anche davanti ad una recente sentenza che coinvolge un giornalista danese, reo di aver scritto su Internet che un medicinale ritirato dal commercio in Danimarca ma libero di circolare in Svezia e Norvegia, conteneva tra i suoi componenti la Rosa canina, “pianta considerata utile ad alleviare i dolori della gotta e dell’artrosi”. Il giudice decide che quanto scritto dal giornalista è pubblicità, in quanto invoglia il consumatore all’acquisto del prodotto (quale prodotto?).
Difficile stabilire la differenza fra informazione e pubblicità; il giornalista chi è e cosa deve scrivere? E chi giudica il giudice?
Silenzio.
Il problema è che le regole del gioco sono troppe, non sono chiare, sono difficili da interpretare dando adito ad equivoci e chi sbaglia grosso non paga quasi mai.
Siamo in silenzio. Ma fino a quando?