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False certezze

Autori:

Franco Zavagno

“… fino alla fine degli anni Novanta, nel bacino del fiume Wye, le autorità hanno speso ingenti somme di denaro pubblico nel tentativo inutile di dragare dagli affluenti ciò che chiamavano “ingorghi di legname” … Ne furono distrutti quattrocento prima che qualcuno realizzasse che quella politica non portava nient’altro che pericoli. Nello Yorkshire, dove la città di Pickering è stata inondata quattro volte dal 1999 – provocando enorme angoscia tra la sua gente – le agenzie governative stanno adesso rimettendo i detriti legnosi nei torrenti che alimentano il Pickering Beck, nel tentativo di rallentarne l’afflusso.” (da “Selvaggi” di George Monbiot, PIANO B Edizioni 2018).

Fantascienza? No, solo un contesto socio-culturale differente dal nostro, dove, in base a semplici riscontri empirici e, proprio per questo, inoppugnabili, vengono operate (seppure con fatica) scelte opposte alle nostre per la difesa del territorio dalle alluvioni. Penso, in particolare, a quanto accaduto dopo le alluvioni verificatesi in Emilia-Romagna nel maggio di quest’anno: lo spazio mediatico è stato occupato da una litania interminabile di presunte verità, il cui fondamento principale è il numero di volte in cui vengono ripetute. Come ben sanno i professionisti della pubblicità, ciò è in grado di mettere in soggezione chiunque. Tra queste verità, date sempre per scontate (gli assiomi non esigono dimostrazioni), le modalità per la manutenzione degli alvei fluviali erano quelle più ricorrenti e largamente condivise, purtroppo anche da molti ambientalisti. Con una lista consolidata di soluzioni operative in cui la rimozione dei detriti presenti nei greti non mancava praticamente mai.

Dovrebbe risultare invece evidente come la prima causa dei danni indotti dalle alluvioni, anche se non necessariamente delle alluvioni stesse, sia plausibilmente il grado di urbanizzazione e di antropizzazione del territorio in oggetto. L’osservazione delle immagini da satellite consente di visualizzare assai bene questa situazione, in particolare mette in evidenza come le aree allagate corrispondano sostanzialmente alle fasce di esondazione naturali dei corsi d’acqua. Oggi quasi integralmente occupate da terreni coltivati e da insediamenti residenziali e produttivi, un reticolo fitto di campi e di aree edificate, che formano una matrice senza soluzione di continuità. Solo occasionalmente interrotta da isole di natura in gabbia, dai confini rigorosamente geometrici. Un quadro che non ammette sconfinamenti o deviazioni di percorso, anche in termini concettuali, anche il pensiero è ormai in gabbia.

Ovvia, a questo punto, l’impossibilità per le acque di invadere liberamente le aree che un tempo le appartenevano: ad esempio, sino alla metà dell’Ottocento, il territorio genericamente indicato come “Valli di Comacchio” era occupato da più di 300 Km2 di paludi e acquitrini, estesi dalla foce del Reno a sud sino al Po di Goro a nord, alla fine del Novecento di questa distesa non rimanevano che una cinquantina di Km2, circa 1/6 dell’estensione originaria! Chiaro che anche la percezione dell’entità delle alluvioni si sia nel frattempo modificata, proprio in funzione del modificarsi delle caratteristiche del territorio. Infatti, laddove prima l’esondazione avrebbe interessato solo aree incolte, senza grandi ripercussioni per le attività antropiche, oggi necessariamente finisce per sommergere case e capannoni.

La conversione di aree libere da insediamenti in superfici urbanizzate comporta altresì l’alienazione e l’impermeabilizzazione dei terreni: il suolo, che fungeva da spugna in grado di assorbire gran parte delle acque meteoriche, rallentandone il deflusso, è scomparso e, per contro, ciò impedisce alle acque stesse di continuare ad alimentare la falda freatica. Tutto questo a prescindere dagli effetti dei cambiamenti climatici che, ovviamente, non possono che aggravare la situazione. La domanda scontata, a questo punto, è: che senso ha continuare a spendere denaro per reiterare interventi palesemente non risolutivi e di dubbia se non nulla efficacia, spesso persino deleteri per l’ambiente? Seppure controvoglia, sono costretto a ripetermi: si tratta di una finta attenzione ai problemi ambientali, in realtà del tutto funzionale al mantenimento di una megamacchina il cui obiettivo principale è di nutrire i mercati e le filiere economiche ad essi collegati, ovvero la Crescita. Un cambiamento di rotta nella politica di gestione del territorio, con particolare riferimento al consumo di suolo, sarebbe di gran lunga più utile e necessario ma, purtroppo, di per sé non produce PIL.

Diffondere false certezze è un comportamento assai diffuso, facilmente vincente grazie all’elevato grado di inconsapevolezza di un’umanità resa vulnerabile da un disagio del vivere che si sta affermando sempre più. Per questo voglio chiudere con la citazione di un pensiero di Bertolt Brecht: “Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono.