Valentina Ebani, Francesca Mancianti
La maggior parte della letteratura scientifica sull’attività antimicrobica degli oli essenziali verso batteri e funghi che colpiscono gli animali riporta i risultati di studi in vitro. Tuttavia, queste sostanze naturali sembrano rappresentare promettenti prodotti da utilizzare nella medicina veterinaria, sia degli animali d’affezione, che di quelli zootecnici.
Il largo uso di antibiotici in medicina umana e veterinaria ha portato nel corso degli anni ad un aumento della circolazione di batteri antibiotico-resistenti. In particolare, in veterinaria gli antibiotici sono stati utilizzati per molto tempo non solo a scopo terapeutico, ma anche a scopo auxinico, ossia per migliorare quantità e qualità delle produzioni. Analogamente l’uso di farmaci antimicotici ha indotto la selezioni di funghi resistenti a tali prodotti.
Da anni, gli oli essenziali sono impiegati per la loro attività antimicrobica, soprattutto nella medicina popolare. Tuttavia, gli studi scientifici che dimostrino tale proprietà sono piuttosto recenti e nella maggior parte dei casi riguardano patogeni che colpiscono l’uomo.
L’impiego degli oli essenziali nella medicina veterinaria, sia degli animali d’affezione che di quelli zootecnici, è invece di estremo interesse, poiché potrebbero rappresentare un’alternativa ad antibiotici e antimicotici. Potrebbero infatti essere utilizzati per combattere infezioni dovute a patogeni resistenti ai farmaci convenzionali, per garantire l’igiene degli ambienti, per migliorare la qualità delle produzioni (carni, uova, latte, miele, pesce), per evitare i residui dei farmaci convenzionali negli alimenti di origine animale e nell’ambiente.
Oli essenziali in micologia veterinaria
Gli oli essenziali trovano impiego in micologia veterinaria, dato che pochi farmaci antimicotici convenzionali sono registrati per gli animali d’affezione e nessuno per le specie da reddito. Questi farmaci, infatti, non possono essere somministrati ad animali in produzione, perché non sono disponibili dati inerenti alla durata dei periodi di sospensione (Ebani e Mancianti, 2020).
Prima dell’applicazione clinica dell’olio essenziale (chimicamente caratterizzato) è necessario effettuare un saggio in vitro, che si basa su test di microdiluizione e consente di stabilire una dose minima inibente (MIC), nei confronti di una determinata specie fungina.
Sono disponibili in letteratura numerosi studi che riferiscono i risultati dell’attività antifungina di diversi oli essenziali su isolati clinici animali, mentre gli studi in vivo sono piuttosto scarsi.
L’approccio terapeutico ad una micosi inoltre può variare sulla base delle relazioni ospite parassita che si instaurano negli animali affetti da micosi.
1.1 Oli essenziali nel trattamento delle dermatofitosi
I dermatofiti sono funghi filamentosi cheratinofili e cheratinolitici, agenti eziologici delle tigne, molte delle quali zoonotiche. Il trattamento delle tigne si basa sull’uso antimicotici somministrati per via orale (prevalentemente azoli), in combinazione con applicazioni locali di lozioni, shampoo o, più raramente formulazioni in crema. I trattamenti topici hanno fondamentalmente lo scopo di limitare la diffusione degli elementi fungini presenti nei peli e nelle squame cutanee, che possono rappresentare fonte d’infezione ambientali per uomo ed animali conviventi. Gli oli essenziali possono quindi sostituire il trattamento topico convenzionale.
Gli agenti eziologici più frequentemente responsabili di dermatofitosi animali appartengono ai generi Microsporum e Trichophyton. Microsporum canis, M. gypseum, Trichophyton mentagrophytes, T. erinacei e T.equinum sono le specie fungine per le quali in letteratura sono riportati valori di MIC.
Gli oli essenziali più efficaci nei confronti di questi agenti sono quelli estratti da Thymus vulgaris, Thymus serpillum, Origanum vulgare e Litsea cubeba, in minor misura da Satureja montana, Thymus numidicus, Cymbopogon nardus, Coriandrum sativum, Melaleuca alternifolia, Japanese cypress, Chenopodium ambrosoides, Clinopodium nepeta var glandulosum ed Helichrysum pandurifolium.

I risultati ottenuti in vitro per diversi agenti eziologici, impiegando sempre lo stesso olio essenziale, proveniente dallo stesso lotto e con identica composizione chimica, hanno mostrato MIC omogenee nell’ambito dello stesso dermatofita, mostrando una ridotta variabilità di sensibilità interspecifica. Si sono invece osservate differenze interspecifiche e tra un genere e l’altro. Difatti, a parità di composizione degli oli essenziali saggiati, i dermatofiti del genere Microsporum presentano MIC ridotte rispetto ai Trichophyton. In particolare M. canis è risultato la specie più sensibile agli oli di T. vulgaris, O. vulgare e L. cubeba (MIC 0.025% v/v), M.gypseum a O. vulgare (MIC 0.025% v/v), mentre T. mentagrophytes, T. erinacei e T. terrestre hanno dimostrato la massima suscettibilità nei confronti di T. vulgaris, ma con una MIC dello 0.1%. Esaminando differenti componenti degli oli efficaci però, si è riscontrato che i Microsporum sono particolarmente sensibili a timolo, nerale e geraniale (presenti negli oli di T. vulgaris, L. cubeba e Pelargonium graveolens), mentre i Trichophyton sono più facilmenti inibiti dal carvacrolo, contenuto in grande quantità nell’olio di O. vulgare. Il fatto che questi dermatofiti presentino diverse sensibilità rispetto a quelle attese si può spiegare tenendo conto dell’effetto del fitocomplesso, cioè delle sinergie ed antagonismi che intercorrono tra i diversi componenti di uno stesso olio. Per tale motivo il saggio in vitro fornisce indicazioni più precise sull’efficacia di un olio, rispetto ad una semplice stima dei componenti (Nardoni et al., 2015a).
Per quanto riguarda le prove in vivo sono stati ottenuti promettenti risultati nel trattamento della tigna del cavallo, da T. equinum utilizzando olio di M. alternifolia al 25% diluito in olio di mandorle dolci, due volte al giorno, per due settimane (Pisseri et al., 2009).
Nelle tigne da T. mentagrophytes della pecora una miscela di T. serpillum 2%, O. vulgare 5%, Rosmarinus officinalis 5% bid per due settimane ha portato alla guarigione clinica ed eziologica (Mugnaini et al., 2013).
Infine, nella tigna microsporica (da M. canis) del gatto, la stessa miscela somministrata per quattro settimane ha dato risultati incoraggianti (Mugnaini et al., 2012) e, quando somministrata sotto forma di shampoo in terapia combinata con itraconazolo, ha portato alla guarigione clinica ed eziologica tutti gli animali trattati, parte dei quali erano stati arruolati perché casi recidivanti a numerosi trattamenti (Nardoni et al., 2017).
1.2 Applicazione degli oli essenziali in apicoltura
Le micosi degli apiari contribuiscono alla riduzione delle api a livello globale ed attualmente non sono disponibili farmaci efficaci per il trattamento di queste patologie, dato che la fumagillina, un antibiotico attivo contro gli agenti responsabili, non è più consentito per il problema dei residui che permangono nei prodotti dell’apiario. Quindi sono stati eseguiti saggi in vitro ed in vivo con diversi oli essenziali.
Malattie delle covate di Apis mellifera
Ascosphaera apis è un micete che colonizza gli stadi prepupali delle api, portandole a morte. Le larve vengono avvolte dal micelio di ascosphaera che le trasforma in “mummie” dalla consistenza gessosa (si parla di malattia della covata calcifica) e di colore variabile dal bianco al nero a seconda che si tratti di sole ife peridiali o che siano presenti gli aschi. Buoni risultati sono stati ottenuti impiegando oli essenziali di timo, dato che il timolo ha un’azione inibente molto spiccata, però questi composti sono piuttosto tossici e devono essere usati con cautela. Inoltre, il timolo è dimostrato influenzare negativamente il comportamento dei componenti della colonia, che possono presentare problemi di orientamento. Per tale motivo sono stati sperimentati in vitro diversi oli estratti da specie botaniche non appartenenti alla famiglia delle Lamiaceae, con la messa a punto di due miscele, che hanno dato risultati promettenti. La prima costituita da oli di L. cubeba, Cinnamomum zeylanicum e Cymbopogon flexuosus 0.02% ciascuno e l’altra da L. cubeba, C. zeylanicum, P. graveolens e C. flexuosus 0.015% ciascuno, mostrando come, utilizzando composti sinergici, sia possibile ridurre fortemente le concentrazioni e di conseguenza gli eventuali effetti tossici (Nardoni et al., 2018)…