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Approfondimenti di ecologia: “Una visione forse inadeguata”

Autori:

Franco Zavagno

Nell’autunno del 2021 mi sono ritrovato a preparare una presentazione per illustrare i contenuti di un lavoro svolto in precedenza, che riguardava le problematiche inerenti alla conservazione e alla gestione delle brughiere lombarde. Nel corso dell’indagine una particolare attenzione era stata dedicata ai risultati di esperienze condotte nell’ambito di aree protette, come alcuni parchi naturali regionali. Da sempre dubbioso sull’efficacia di una tutela ambientale fondata principalmente sull’istituzione di aree protette, avevo voluto analizzare meglio ciò che, sino ad allora, sembrava essere poco più di un’intuizione.

Per farlo sono andato alla ricerca di dati che potessero confermare, o smentire, questa ipotesi, cominciando da quelli relativi al tasso di estinzione delle specie. Ho così scoperto che, a livello mondiale, negli ultimi due secoli il numero di vertebrati estinti è più che triplicato, con particolare riferimento a gruppi come i mammiferi e gli uccelli. In anni recenti, il tasso di estinzione registrato è circa 15 volte quello atteso in assenza di interferenze di origine antropica. E, nel mondo degli invertebrati, che rappresentano, secondo stime attendibili, più del 90% delle specie animali viventi, la situazione risulta ancor più drammatica. Oggi, infatti, circa il 20% di esse sarebbe a rischio di estinzione, il condizionale è d’obbligo vista l’ancora insufficiente quantità di informazioni disponibili.

Parallelamente, le aree protette sono aumentate ovunque sul pianeta, sia in termini di numero che di estensione: nel 2020 la loro superficie complessiva rappresentava circa il 15% delle terre emerse e il 7% dei mari (le stime possono variare di 1-2 unità %). Più in dettaglio, ad esempio, la superficie di foreste protette è aumentata del 26,3% dal 1990 al 2020, per un totale di 726 milioni di ettari. La contraddizione è pertanto evidente: le aree protette sono aumentate costantemente negli ultimi decenni e, paradossalmente (ma solo in apparenza), così anche il numero di specie che si sono estinte. Esiste un nesso tra queste due evidenze? Certo non un nesso causale diretto, ovviamente: penso piuttosto che le aree protette svolgano un ruolo di sintomo della malattia. Ovvero: come la febbre segnala la presenza di un’infezione in corso, così la nascita di aree protette è rivelatrice di un processo di degrado in atto e non può rappresentare, come invece normalmente crediamo, la soluzione di un problema.

La prima obiezione che solitamente mi è stata fatta quando ho potuto esprimere queste idee è la seguente: sì, ma cosa sarebbe accaduto se non ci fossero state le aree protette? Probabilmente le estinzioni sarebbero state ancora più numerose. Non lo so, nessuno può realmente avere una risposta a questa domanda; risulta però chiaro come, evidentemente, la scelta non sia risolutiva per la perdita di biodiversità, che prosegue e tende, anzi, ad accelerare. Si tratta, per contro, di una soluzione coerente con il quadro concettuale di riferimento della società che ha generato il problema. È noto infatti che parchi naturali e riserve hanno dato vita al cosiddetto ecoturismo, che rappresenta una fonte di guadagno per le popolazioni locali (non sempre, peraltro) ma anche un ulteriore fattore di degrado. Pensiamo solo all’inquinamento indotto dagli spostamenti per raggiungere luoghi esotici e lontani, spesso non così incontaminati come vengono dipinti. In altre parole: la tutela (presunta) della natura viene tollerata nella misura in cui contribuisce ad alimentare il circolo economico globale e la stessa presenza di aree protette si trasforma facilmente in un’etichetta da esibire per promuovere l’immagine di un territorio, trasformato in merce, e attrarre in tal modo sempre più clienti. La contraddizione sta nell’assecondare la logica stessa che ha generato il problema. Cito al riguardo un famoso aforisma tra i tanti che dobbiamo ad Albert Einstein: “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Ciò che invece ci ostiniamo a fare, contro ogni evidenza logica ed empirica, illudendoci che sia possibile conciliare obiettivi tra loro intrinsecamente antitetici.

Gilles Clément, personaggio multiforme e geniale a cui sta certamente stretta la qualifica di paesaggista, nel suo libro dedicato al tema delle specie alloctone (“Elogio delle vagabonde”, DeriveApprodi 2010), a proposito delle aree protette afferma: “Prevedere un circuito, installare la segnaletica, organizzare la logistica di accoglienza e del personale responsabile, avvertire le assicurazioni. Quindi lanciare una campagna pubblicitaria. Qualsiasi frammento di territorio si presta bene a questo scopo. Basta coglierne il minimo carattere emblematico per ridurlo a logo. Il paesaggio non è un territorio di vita, è uno slogan.”. E ancora, parlando delle riserve: “Riserva è un’altra storia. Definita come un territorio ideale, senza appartenenza politica, essa rinchiude, ben strette dietro le sbarre e i testi di legge, una serie di anime alle quali si proibiscono due divagazioni: andare a far visita al mondo, invitare il mondo a far loro visita. Solo i turisti ne hanno diritto: loro pagano. Devono pur campare i custodi della riserva, non è così?”.

Forse è per questo che la politica che perseguiamo per tutelare la biodiversità non funziona?