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Un’epoca paradossale

Autori:
trattori

Franco Zavagno

A Ennio Flaiano, autore versatile e geniale vissuto a cavallo della metà del Novecento, si deve (1956) il seguente aforisma: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria.”, una lama di feroce ironia affondata in un corpo sociale caratterizzato da tradizione e conformismo, con marcata propensione alla retorica e all’ipocrisia. Caratteri messi in evidenza già dalla Commedia dell’Arte, che ebbe grande successo dal Cinquecento sino a tutto il Settecento, e da molti intellettuali del secolo scorso, in particolare da Pier Paolo Pasolini (memorabili alcuni suoi interventi sulla trasformazione antropologica degli Italiani indotta dall’affermarsi su larga scala del consumismo). Trasformazione che aveva investito con violenza inaudita centri storici, paesaggi e ambienti naturali, sino ad alterarne in misura forse irreparabile i connotati originari, sacrificati sull’altare del profitto. Accompagnata dalla narrazione, dominante, che ha sempre descritto l’Italia come il “paese più bello del mondo”, in palese contraddizione con quanto stava avvenendo sotto gli occhi di tutti.

Emblematico, al riguardo, è il caso dell’agricoltura: un tempo, infatti, la produzione agricola svolgeva la funzione primaria di fornire cibo alle popolazioni locali (sostanzialmente quella che oggi viene definita, con enfasi, “agricoltura a chilometro zero”), ora è divenuta merce da vendere al miglior offerente, alienandone così la natura intrinsecamente sacra che dovrebbe, invece, mantenere. Questo ha incentivato l’estendersi della monocoltura e, insieme, l’evoluzione verso forme sempre più esasperate di industrializzazione dell’agricoltura. Con effetti ben noti sulla struttura sociale ed economica di un territorio come, in particolare, l’emigrazione di massa dalle campagne e l’affermarsi di un nuovo modello di latifondo. Caratterizzato da ridotto impiego di manodopera e da costi economici ed energetici assai elevati, che hanno via via escluso molte imprese agricole di piccole e medie dimensioni, intrinsecamente più vulnerabili ma, nel contempo, maggiormente legate al territorio.

Così, ad esempio, è avvenuto laddove i vigneti sono stati convertiti a una produzione destinata principalmente all’esportazione, riducendo la varietà dei paesaggi agrari e la biodiversità, con problemi che riguardano anche la qualità dell’aria e dei suoli (per effetto delle tecniche di coltivazione, a elevato impatto ambientale). O per il continuo estendersi delle aree coltivate a mais, che improntano ormai il paesaggio di gran parte della pianura padana. Dove superfici sempre più grandi, uniformi e monotone, hanno progressivamente sostituito il mosaico eterogeneo, formato da una fitta trama di tanti piccoli campi, che caratterizzava la regione sino almeno agli anni Sessanta del Novecento.

Ovvero: si producono beni da vendere in territori sempre più lontani da quelli di origine, per acquistare altrove ciò che è comunque necessario e che non viene più prodotto localmente (magari grano o zucchero). Un’aberrazione, sia sotto l’aspetto ecologico che dell’interesse generale delle comunità, penalizzate economicamente e in termini di qualità della vita. Ma perfettamente funzionale ad alimentare la logica perversa del PIL e della crescita economica; vittime designate, e per lo più inconsapevoli, esseri umani, specie biologiche ed ecosistemi. In proposito Pier Paolo Pasolini, testimone critico del suo tempo, usava distinguere tra sviluppo e progresso: “La parola sviluppo, in genere, si riferisce al processo economico e sociale che avviene in un territorio” mentre “Il termine progresso, invece, sta a indicare l’elevazione umana e morale, legata a una concezione della storia concepita come lineare miglioramento dell’esistenza” (“Scritti corsari”, Garzanti 2008). Parole sempre attuali, che suggeriscono l’esigenza di utilizzare chiavi di lettura più articolate e raffinate per interpretare la realtà, rispetto a quelle a cui il processo di banalizzazione e semplificazione culturale degli ultimi decenni ci ha abituato.

Una dinamica che si esprime anche attraverso la perdita progressiva di biodiversità (pensiamo, ad esempio, alle innumerevoli varietà di piante da frutto un tempo coltivate in Italia e oggi presso che scomparse, a vantaggio di poche cultivar a grande diffusione), alla quale corrisponde, per contro, il proliferare delle sigle più diverse (es. DOC, DOP, IGP, IGT). In perfetta sintonia con la deriva virtuale di un’epoca in cui i social network hanno sostituito l’amicizia vissuta al tavolo di un’osteria e in cui le etichette prevalgono sulla qualità reale di ciò che consumiamo. Intorno, il dilagare di un’urbanizzazione straripante che ha stravolto la fisionomia del territorio e che non testimonia certamente a favore dell’eccellenza di quello che vi si coltiva, mai però così pubblicizzato come ora. Ennesimo paradosso di un’epoca strana, dove la possibilità di falsificare la realtà ha finito per decretarne l’esclusione dalle nostre vite.

Jim Mason, un avvocato della Virginia interessato alle tematiche ambientali, aveva definito quello attuale “un mondo sbagliato” in un suo libro del 2005, pubblicato in Italia due anni più tardi con il titolo “Un mondo sbagliato – Storia della distruzione della natura, degli animali e dell’umanità” (Edizioni Sonda 2007). Come non essere d’accordo?