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Editoriale settembre 2010

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Bruno Agostinelli

Uno dei racconti a cui sono più legato è indubbiamente quello descritto da Dino Buzzati nel suo “Il deserto dei tartari”. Letto molti anni fa, mi ha affascinato e mi ha accompagnato per diverso tempo mentre percorrevo lentamente la mia adolescenza nel suo tran tran monotono e allora considerato noioso.
Poi, in seguito, i “tartari” sono finalmente arrivati… ed ho avuto tutto il tempo per rimpiangere i tempi in cui li aspettavo. Anche Dino li aspettava probabilmente, seduto alla sua scrivania mentre lavorava al Corriere della Sera nella sede di Solferino. Dino Buzzati fu un grande; era scrittore, giornalista, pittore e fece perfino esperienza di sceneggiatore nel film di Fellini “Il viaggio di G. Mastorna”, che purtroppo non fu mai terminato.
Durante queste vacanze, ho letto un altro suo racconto che mi ha colpito per le analogie, le metafore, per i suoi significati che naturalmente differiscono e si adattano alla vita e all’ esperienza del lettore. Il titolo del racconto è: “Il colombre”. Cercherò di riassumere in breve questo piccolo capolavoro.
Stefano, un ragazzino figlio di un uomo di mare, cresce con il desiderio di fare la vita del padre, che per favorire il desiderio del figlio, lo prende a bordo del suo veliero durante un piccolo viaggio. Mentre il bimbo naviga felice scrutando l’orizzonte, scorge a poppa lontano lontano l’increspatura di un’onda. Il mare era calmo e quell’increspatura, quel movimento sull’acqua, era strano, anomalo. Il padre capisce che quello che scorge all’orizzonte è in realtà il famoso “colombre”, una creatura mostruosa simile allo squalo, che insegue chi l’ha vista per anni fino a che non riuscirà a divorarlo. E’ l’apparizione temuta da tutti i marinai. Il padre cerca quindi di tenere lontano il figlioletto dal mare e lo prega, spiegandogli la ragione, di rassegnarsi ad avere altre ambizioni nella sua vita lavorativa, pena la sua morte. Lo iscrive quindi alle scuole più importanti, le più prestigiose, sempre cercando di tenerlo lontano dal mare. Stefano, terminati gli studi, trova un buon impiego in città e la vita continua, ma senza entusiasmo, in quanto il ragazzo pensa sempre all’oceano. Il padre, diventato vecchio, muore e lascia in eredità il veliero con tutti i suoi beni. Così Stefano decide di prendere il mare, pensando che comunque, mantenendo le distanze, il mostro non avrebbe potuto in nessun caso nuocergli. E così incominciò a navigare nei mari di tutto il mondo ma quando guardava l’orizzonte, vedeva sempre quella increspatura che seguiva la scia della nave; il “colombre” lo stava aspettando. Era il suo incubo costante! Stefano era l’unico che lo vedeva, nessun altro lo poteva vedere, come diceva la leggenda, ma la sua presenza era reale e continua, sia in mare aperto che al largo nei porti.
Dopo tanti anni di lavoro, di sacrifici, di pericoli, di tempeste, Stefano si accorse che era diventato vecchio, ma che non aveva mai raggiunto la felicità, la tranquillità del suo spirito.
Era sempre fuggito dal suo incubo, sin da bambino con l’aiuto del padre, che da grande; in fondo, anche navigando era fuggito perché, pur avendo costantemente sfidato il pericolo, non lo aveva mai affrontato direttamente, faccia a faccia. Inoltre, anche il “colombre” doveva essere diventato vecchio e ormai Stefano sentiva che era giunto il momento delle spiegazioni, era giunto il momento di conoscerlo.
Una sera si decise; sceso a bordo di una scialuppa mentre il suo veliero era all’ormeggio nell’ansa di un porto, andò incontro al suo destino. Dopo qualche colpo di remo, il bastimento da cui si era staccato era diventato una figura evanescente e lui era rimasto solo. Lui e Il “colombre”.
Con uno sciabordio sinistro, emerse a fianco della piccola scialuppa…Stefano raccolse le sue forze, prese l’arpione e mentre stava per colpirlo, il “colombre” gli disse: “perché continuavi a fuggire? Ti ho inseguito per tutti i mari. Io volevo solo consegnarti quanto mi aveva dato per te il Re degli oceani”: una piccola sfera luminosa. Era la famosa perla che conferisce al suo possessore pace, armonia, prosperità, ricchezza, fortuna, amore. Ma ormai era troppo tardi per Stefano; non poteva più tornare indietro. Stava realizzando che aveva sciupato la sua esistenza e quella del “colombre”. Alcuni mesi dopo, la scialuppa venne ritrovata e a bordo trovarono uno scheletro che stringeva un sassolino bianco.
Ora, a fine racconto, credo di poter interpretare (ma ognuno di noi avrà la sua interpretazione) che tutti noi abbiamo un “colombre” da affrontare. Il “colombre” è il nostro limite (quello che ci poniamo, non quello vero), è il paletto oltre il quale non vogliamo andare, oltre il quale c’è l’ignoto, il mistero. Dobbiamo imparare ad affrontare noi stessi e i nostri limiti per poter migliorare, per poterci evolvere; solo attraverso le continue sfide, la nostra esistenza risulterà appagata. Ognuno deve cercare di vincere le sue paure, con le “armi” che si sarà costruito. La paura del “colombre” ci fa rimanere inchiodati nelle nostre posizioni; il nostro spirito, così creativo, bisognoso di esplorazione, di ricerca, rimane deluso, impotente. Ingannati dalla paura, ci auto castriamo, rimaniamo inerti, ci accontentiamo dei mediocri risultati fino ad ora ottenuti e sciupiamo ciò che c’è di bello nella nostra vita fermandoci, non andando oltre…
Invece siamo nati per andare oltre e… dobbiamo farlo per tempo.
Non dobbiamo temere l’incontro col nostro “colombre”, perchè potrebbe essere la realizzazione della nostra felicità in questa vita!
Anche in questo numero di Natural 1 si profila l’avvicinamento di un piccolo “colombre”, pur rimanendo nell’ambito del nostro settore e se ne descrivono le prospettive con l’articolo intitolato “farmaco tradizionale” indicazione contesa tra farmaco e alimento. La “preoccupazione spesso nasce dall’ignoranza” e la conoscenza, come spesso accade, smitizza alcuni concetti creandone di nuovi e ci riporta nella sfera della ricerca, che è il nostro mondo; senza paura, alla ricerca di nuove strategie, con grande spirito di imprenditorialità.