Franco Zavagno
John Steinbeck fa parte, a pieno titolo, del mio percorso di formazione nel periodo di passaggio dall’adolescenza all’età adulta: lo scrittore americano mi ha accompagnato per anni lungo il percorso della vita, sino a divenire un amico con il quale interloquire nei momenti cruciali dell’esistenza. Durante l’estate appena trascorsa, torrida e siccitosa come forse dovremo abituarci a considerare normale negli anni a venire, mi è tornato alla mente il romanzo “Al dio sconosciuto”, pubblicato da Steinbeck nel 1933. Narra di una vicenda dal sapore biblico: Joseph, un agricoltore della California del sud, ama sedersi all’ombra di un albero, nel quale ritiene abbia trovato dimora l’anima del padre e a cui racconta le proprie vicissitudini. Un’estate, una siccità epocale si abbatte sulla regione, affliggendo gli abitanti e il mondo naturale, una piaga che sembra non avere fine. Lentamente, ma secondo una progressione in apparenza inarrestabile, Joseph giunge a concepire il proprio sacrificio come l’evento che può risolvere la situazione ponendo fine alla siccità. Sceglie pertanto di sedersi su una roccia, in cima alla collina che segna il confine del suo mondo, e di offrire la sua vita alla divinità; quando il sangue comincia a sgorgare dalle vene recise le prime gocce di pioggia scendono a dissetare la terra riarsa.
Un racconto dai toni arcaici, che rappresenta un archetipo comune alle culture di tutto il pianeta: molti sono infatti i caratteri significanti che vi ritroviamo e che appartengono a un sostrato antecedente all’inizio della storia. Tra questi ricordiamo: la sacralità della natura, gli alberi in particolare, che possiede un’anima e comunica con gli uomini suggerendo loro le scelte nei momenti difficili, il sacrificio come tramite per ottenere la benevolenza del divino, la ciclicità che scandisce i ritmi dell’intero Universo. Elementi che Steinbeck rende con straordinaria efficacia, quando lessi il libro per la prima volta mi commossi profondamente e mi rimase la strana convinzione di avere già sperimentato quelle sensazioni e di conoscere da sempre quella vicenda. Un’atmosfera magica e sognante mi avvolse per molti giorni ancora dopo la lettura, lasciandomi in uno stato di serenità non comune.
La forza evocativa del racconto (resa magistralmente dalla traduzione di Eugenio Montale) è indiscutibile, e sembra avere origine dalle profondità del tempo e dello spazio, come le sorgenti che scaturiscono inattese dalle fenditure della roccia. Alimentate da connessioni invisibili eppure altrettanto reali, della cui esistenza non possiamo fare a meno, sia sul piano fisico che psichico. A queste connessioni fanno riferimento tutti gli autori che hanno indagato l’ecologia nella sua accezione più vera e che, per sua stessa natura, include necessariamente le relazioni mente-corpo e quelle tra tutti i soggetti del mondo, dalle pietre, solo apparentemente inerti, alle galassie che affollano l’Universo. Raimon Panikkar, personaggio eclettico e guida spirituale di assoluta grandezza, sintetizzò il suo pensiero in questa semplice successione di passaggi logici consequenziali: “La moderna scienza naturale non sa far altro che concepire la Natura come un che di oggettivo e misurabile. In definitiva, presuppone un’immagine meccanicistica del mondo. … Se la Natura è qualcosa di più di un immenso macchinario, allora la scienza naturale non ha la competenza necessaria per farcela conoscere. … L’autentica conoscenza esige la trasformazione del conoscente nel conosciuto. L’autentica conoscenza è impossibile senza amore.” (Raimon Panikkar, “Ecosofia”, Jaca Book 2015).
Così Ervin Laszlo, nel suo libro “Risacralizzare il cosmo” (Urra 2008), riconosce nello scientismo l’origine dell’incapacità di comprendere realmente l’essenza della vita: “L’intero edificio della scienza occidentale fu costruito sulla credenza in un mondo oggettivo e misurabile, separato dal genere umano, che poteva essere studiato come una realtà indipendente dall’esperienza e dall’azione umana. Questa credenza nell’oggettività è stata screditata, prima a livello logico dai filosofi della scienza e poi sempre più dalla ricerca scientifica stessa.”.
Per questo sono convinto che la modalità corrente di comunicare le informazioni relative alle problematiche ecologiche sia sostanzialmente inefficace, come peraltro è dimostrato dall’assenza di cambiamenti reali e tantomeno risolutivi nella società, dal riscaldamento globale alla presenza di nuovi continenti di plastica in mezzo agli oceani. È una comunicazione senz’anima, uno sciorinare monotono e ripetitivo di dati e di affermazioni assiomatiche, in cui si cimentano cosiddetti esperti che, il più delle volte, risultano fuori luogo, involontariamente e inconsapevolmente patetici nel loro tentativo di apparire credibili. La lettura di Steinbeck possiede invece la sacralità invocata da Laszlo e da Panikkar, eredità di un passato in cui l’uomo era in rapporto empatico con il cosmo; per questo è così efficace, almeno per le menti sopravvissute al diluvio di stupidità che ci sommerge ormai da decenni.