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Editoriale aprile 2010

firma

Bruno Agostinelli

Ecco alcuni dati socio-politici sulla nostra Italia, che risalgono all’inizio del 2009, quindi piuttosto recenti:
Regioni: 20
Province: 109 + la Val d’Aosta che non ha ufficialmente province
Comuni: 8091
3,5 milioni di impiegati statali
18 milioni di pensionati
16 milioni di lavoratori dipendenti
Una curiosità: da uno studio della Confartigianato e da una tabella OCSE, emergono dati eterogenei da cui si evince che i dipendenti pubblici in Calabria sono il 30,4% di tutti i lavoratori dipendenti della stessa regione; in provincia di Catanzaro il pubblico impiego arriva addirittura al 43,6%, a Roma il 26,9%, a Palermo il 32,2%; in Val d’Aosta il 29%, in Sicilia il 27%, in Lombardia il 12,6%.
Un capitolo a parte per i contratti part-time e quelli a tempo determinato.
Dunque, il potere dell’ influenza sociale del potere pubblico diventa sempre più forte e prende sempre più spazio all’interno della nostra società, interfacciandosi ed interferendo pur senza volontà diretta, con la vita dei nostri familiari, dei nostri amici, dei nostri conoscenti.
Una “certa” burocrazia è partito, trasversale, transnazionale… indipendentemente dal colore dei governi e, condizionando gli eventi socio-economici, fa politica.
C’è chi pensa che se Bill Gates fosse vissuto in Italia, “starebbe ancora facendo la fila” (o forse la farebbero i suoi genitori, abituati come sono oggi i nostri ragazzi) presso qualche ufficio pubblico per ottenere i permessi di gestione del suo mitico “garage”… forse non è così, ma è un fatto che ottenere dei dati reali, oggettivi, da immettere in un database senza colore, nel Bel Paese, sia sempre difficile.
Infatti, il dato generico sul numero delle partite IVA aperte a tutt’oggi in Italia è relativo e anzi crea un effetto “bokeh” (sfocatura) sull’immagine sociale, celando una importante realtà. Sarebbe utile invece conoscere un dato che non possiamo avere e cioè quante fossero le partite IVA aperte da “nuovi imprenditori” negli anni che seguirono l’avvento dell’Euro e cioè nell’ultima decade, ad oggi. Attenzione, per “nuovi imprenditori” intendo persone che stiano veramente cercando di fare “impresa”, non persone praticamente obbligate dagli eventi ad aprire partita IVA per poter lavorare, spesso con le stesse funzioni di dipendente, senza averne gli stessi diritti.
Dal 2001 a fine 2009 anno per anno, quanti dipendenti privati hanno perso il lavoro in Italia? E quanti sono stati gli statali? Solo rispondendo a queste semplici domande si potrebbe fare un po’ di luce sulla situazione del lavoro a casa nostra.
Avete provato a leggere con attenzione le etichette della merce che acquistate? Più del 90% di quanto acquistate oggi, escluso il settore alimentare, non proviene dall’Italia bensì dalla Cina, dall’India, dalla Turchia, dall’Est Europa, dal Nord Africa. Sempre meno sono le aziende che producono in Italia, soprattutto per via degli alti costi della conflittualità costante e strisciante sul lavoro, delle difficoltà burocratiche.
Ognuno ha le sue responsabilità.
L’uso delle metafore nella storia è stato spesso utile ma limitativo, in quanto ci si è ostinati a interpretare gli eventi raccontati soprattutto o unicamente da un solo punto di vista; quello cui mirava il creatore della metafora. Oggi, con un po’ di fantasia e un po’ di apertura mentale, i soggetti stessi possono essere interpretati a piacimento, fino a diventare un gioco.
Tutti ricordiamo (fin dalle elementari) uno scrittore greco antico, che era studiato e preso come esempio di questo genere di letteratura: Esopo. I suoi racconti popolari, le sue fiabe, avevano lo scopo di comunicare al lettore una morale, attraverso una metafora. Lo scopo era sempre educativo, ma trovo che queste brevi narrazioni possano aiutarci anche oggi a riflettere sulla situazione attuale sia essa di mercato che sociale e possano essere impiegate costruttivamente per cercare di ritrovare la normalità e la concordia con le quali potremmo affrontare meglio il nostro viaggio nel futuro quali abitanti terrestri del XXI secolo.

Il cervo e il leone. “Un bel giorno di sole, mentre faceva la sua solita passeggiata, un cervo arrivò vicino ad un lago. Vide la sua immagine riflessa e notò con piacere come erano belle le sue corna e come invece erano esili rispetto al corpo le sue gambe. Improvvisamente apparve un leone; iniziò l’inseguimento. Il leone perdeva terreno per la velocità delle gambe del cervo, ma dopo alcuni minuti di fuga, il cervo si ritrovò in un fitto bosco, dove impigliò le sue belle corna. Il leone arrivò e lo uccise”.
Il significato potrebbe essere semplicemente: può accadere che le cose più belle a prima vista, possano essere quelle che in seguito ci mettono in difficoltà; ma interpretata in tempi odierni, in ambito commerciale, nella favola possiamo rinvenire interessanti allegorie: il compiacimento della propria sicurezza, le sopraggiunte difficoltà di mercato, le strategie di sopravvivenza, le miriadi di norme e laccioli che rallentano o impediscono il movimento ad un’azienda e la supremazia della potenza, della forza.
Un altro esempio illuminante che trovo attuale, è l’apologo (un piccolo racconto di carattere allegorico) “dimenticato” di Menenio Agrippa. Questo personaggio, fu eletto console nel 503 a.C. Si narra che le condizioni di vita dei plebei all’epoca fossero davvero tristi, aggravate dalla miseria e dalle guerre. In preda alla disperazione il popolo abbandonò Roma e si ritirò sul Monte Sacro, con l’intenzione di fondare una nuova città. Intanto un esercito di nemici era alle porte dell’Urbe. I patrizi, da soli non potevano fronteggiare questo pericolo e chiesero l’aiuto dei plebei, che rifiutarono. Allora Menenio Agrippa, patrizio, ma stimato dal popolo per la sua rettitudine e la sua onestà, dopo aver presentato il suo apologo alla plebe, arrivò ad un compromesso, seppur di comodo, che portò ad una pacificazione fra le classi. Questa narrazione, comune nelle scuole degli anni 50, è stata parzialmente “dimenticata” negli anni 60 e 70 in quanto politicamente scomoda. Il sociologo di moda, allora tendeva a mostrare la vita lavorativa principalmente come “scontro continuo fra gli schiavi e i padroni” e scorgeva nell’apologo un invito alla resa incondizionata del popolo di fronte al potere. La visione sociale che derivava dalla pacificazione forzata era considerata una sconfitta per i plebei e dimostrava che un mondo diverso non poteva esistere; i padroni volevano rimanere padroni e gli schiavi dovevano rimanere schiavi. Ma questa era una interpretazione limitativa, una visione piuttosto miope. L’apologo di Menenio Agrippa, riportato anche da Tito Livio nella sua Storia di Roma, merita di più. Rileggiamolo (o leggiamolo ai più giovani che non lo conoscono) e cerchiamo di adattarlo al nuovo corso della storia.
“Un tempo le membra dell’uomo, vedendo che lo stomaco se ne stava fermo ed ozioso per lungo tempo, godendo il frutto del loro lavoro, ruppero con lui gli accordi e decisero che le mani non portassero cibo alla bocca, che la bocca non si aprisse accettandolo, né che i denti lo triturassero. Si aspettavano di farlo morire di fame. Ma, mentre intendevano domare lo stomaco, considerato un nemico, a indebolirsi furono le membra stesse e il corpo intero, che giunse al deperimento estremo. Da qui apparve che la funzione dello stomaco non era quella della pigrizia, ma che una volta accolto il cibo, lo distribuiva a tutte le membra distribuendo forza e vigore. Così Senato e Popolo come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute”.
Intelligenza, convenienza, senso di sopravvivenza, concordia.
La lotta di classe ha ancora senso? O si tratta di un conflitto socio-culturale? Ma soprattutto, quali sono le classi che si confrontano in Italia oggi nel 2010? Quali le caste?
Quale è stata l’evoluzione identificatrice nel tempo dei plebei e dei patrizi?
L’espansione allarmante di una “certa” burocrazia, originata dal cancro del clientelismo, responsabile principale dell’ inefficienza del sistema nel suo complesso e lo sviluppo scoordinato dell’informatica di base e delle comunicazioni globali, hanno formato nuove sfumature nel “Pantone” delle classi, generando categorie sociali complesse, che cercano faticosamente un proprio equilibrio. A tutto ciò dobbiamo aggiungere le questioni etniche e linguistiche, che diventeranno un problema sempre più importante nei prossimi anni.
Sta a noi riflettere e trovare delle soluzioni, anche per amore dei nostri figli.
Vietato barare!