Bruno Agostinelli
La lingua inglese sta diffondendosi sempre più nella nostra società. Anche nel nostro settore è ormai opportuno sapersi esprimere in inglese e soprattutto è indispensabile capire le differenze di significato nelle parole. Termini come “functional”, “organicals”, “claims”, “botanicals”, “dietetics”, “herbal drugs”, “herbal medicinal products”, “herbal medicines”, “botanical drugs”, “food supplements”, sono sempre più impiegati dagli addetti ai lavori italiani e questa terminologia è impiegata sempre di più anche fra gli operatori commerciali più vicini al grande pubblico. La stampa generalista infarcisce gli articoli con questi anglismi pensando di stupire, di incuriosire maggiormente il suo lettore. Ma spesso si tratta di semplici traduzioni letterarie che vanno oltre il senso preciso del termine a cui si riferiscono, in quanto manca una preparazione di base da parte degli addetti ai lavori; pertanto può accadere che tutto ciò porti lo scrivente e il lettore impreparato verso il fraintendimento generando l’equivoco.
Come possiamo essere sicuri di parlare di integratori alimentari e non di prodotti erboristici con un inglese o con un francese che parla inglese? Come possiamo tradurre con sicurezza questi termini che amano la sfumatura, il mimetismo, l’ambiguità? Gli stessi operatori internazionali, quando esprimono le sfumature dei loro concetti in materia di norma, sono sicuri di fare riferimento al medesimo prodotto? Chi fa queste traduzioni è padrone della materia e delle due lingue in modo così perfetto da capire fino a che punto alcuni neologismi tecnici si identificano nella concreta realtà di quanto vogliamo esprimere?
Nel linguaggio generico, in molti casi, le parole inglesi che noi impieghiamo sempre più volentieri hanno il loro perfetto corrispondente in italiano. Eppure sempre più spesso gli stessi italiani preferiscono esprimersi in questa lingua ormai ritenuta universale, di riferimento: l’inglese.
Anche la ricerca parla inglese; per esempio, Natural 1 pubblica proprio su questo fascicolo una lettera aperta, scritta in inglese da ricercatori italiani. Nel linguaggio comune, parole anglosassoni prendono spesso il posto delle corrispondenti in italiano, talvolta a sproposito e senza nessun bisogno. Si può capire, per abbreviare due parole impiegando un solo termine, come in “weekend” che tutti conoscono o in “uptown”, che sta per “quartieri alti”; ma pensiamo a “meeting” il cui corrispondente “incontro” potrebbe essere usato benissimo e così pure “location” che in italiano è “località”, “luogo”.
Purtroppo non possiamo difenderci dalla pacifica invasione americana nel mondo del linguaggio; possiamo però cercare di non fraintendere attraverso la conoscenza e tentare di capire la differenza fra neologismi e anglismi. Il neologismo è un vocabolo o una locuzione (espressione d’uso ricorrente) come “rompere il ghiaccio” per esempio, di recente creazione o preso in prestito da un’altra lingua; un anglismo il cui sinonimo è inglesismo, è una parola o locuzione, propria dell’inglese, entrata nella nostra lingua.
Mentre fino a vent’anni fa (per noi italiani) la lingua francese nei salotti la faceva da padrona con: “aveva dato forfait”, “tipi un po’ blasé” “un pò fané”, “tu crie, tu à tort”, “bien sür, mon ami” (rispolverato sul teleschermo dal grande investigatore Poirot) “on y soit qui mal y pense”, “bon ton”, “mascotte”, “frappé”, “vin brulé”, “manicure”, “griffe”, ecc…, gli inglesi affilavano le armi esportando comunicazione, statistica, informatica.
E il mondo di Charles Trenet, di Ives Montand, di Monsieur Hulot in vacanza sulla costa bretone, e ancora di Prévert… iniziò a sciogliersi, scivolando come una barca sul ghiaccio. Oggi è gradito, ma non più necessario, saper pronunciare le “Ü” le “Ö” strette, l’orgoglio di chi padroneggiava il francese (e dei pochi milanesi DOC rimasti). Oggi solo uno snob, un eccentrico, può cercare di contrapporre una lingua dolce e romantica come il francese, al rude e maschio idioma anglo-americano di Indiana Jones.
Solo un sognatore mediterraneo può pensare di contrapporre il termine “ordinateur” a “PC”; solo un romantico cavaliere provenzale, può pensare di inviare una “telecopie” anziché un “fax”.
E’ la disfatta di Asterix il gallico, la vittoria di Superman, dell’uomo mascherato.
Una volta, nel 1931, un intraprendente signore italiano di nome Monzino, fondò i “magazzini Standard”. Il nome venne poi cambiato nel 1938, in epoca Mussoliniana in Standa (acronimo di Società Tutti Articoli Nazionali dell’Abbigliamento). Erano tempi in cui bisognava italianizzare i nomi stranieri.
Intanto negli anni novanta la Standa diventava “un mondo che vale” e più tardi “la casa degli italiani”. Nel 2000 i tedeschi di Rewe acquistarono la società che oggi, nel 2010, diventerà “Billa” (da “Billiger Laden” che significa “negozio conveniente”; una catena con mille punti vendita in Austria).
La Standa non c’è più. Si chiama e si chiamerà Billa.
Perché non mantenere un marchio così importante? Forse la nuova proprietà ha pensato di girare pagina… il nome precedente aveva perso il suo fascino, la sua importanza. Forse una ricerca di mercato ha scoperto che gli italiani preferiscono un nome straniero. Che tristezza pensare che in un prossimo futuro la “Rinascente” potrebbe chiamarsi “Reviving”!
Sappiamo bene che molti di noi, negli anni passati, hanno mostrato i loro passaporti di cartoncino verde ai doganieri di tutto il mondo con timidezza, quasi con imbarazzo, senza fierezza… dimenticando che l’Italia del 1848 era nata col sangue dei suoi patrioti ed era cresciuta diventando una grande nazione, la cui importanza era riconosciuta in tutto il mondo; dimenticando il nostro Risorgimento, la nostra Arte, i nostri valori. Alcuni ritrovano l’orgoglio solo nello sport e quando qualche testata internazionale parla male degli italiani. Ignorando volontariamente che spesso, quando all’estero alcuni giornalisti parlano male di noi, sono imboccati da nostrani catastrofisti di mestiere e spinti soprattutto da invidia. A chi desidera ritrovare ancora un po’ di orgoglio nazionale e di sano senso di patriottismo, consiglio di leggere (sarà difficile trovarlo): “Per un’altra Italia” di Jean Francois Revel, Lerici Editore, 1958. Vi assicuro che potreste ancora fremere di indignazione… sentimento sopito in molti, ma ancora vivo in tutti.